4. Brandelli di anima

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Alex fece scorrere il polpastrello sulla superficie irregolare del pentacolo. Lo sporco si era depositato nelle incisioni, trasformandole in tratti neri, ma lo stagno era ancora lucido come quando gli era stato regalato. Sarebbe potuto sembrare quasi nuovo se non fosse stato per la spaccatura che lo attraversava, dividendo il sigillo di Giove a metà. Aveva provato a riunire le parti, ma la colla non aveva cancellato la crepa né aveva restituito i suoi poteri al pentacolo.

«Cos'è?» La voce rimbombò tra le pareti della stanza vuota.

Alex si alzò di scatto dal letto con la mano sana già protesa verso il fodero del coltello.

Iris svolazzò fino al cuscino per osservare più da vicino il disco di metallo che lui aveva lasciato cadere sulle coperte. Le sue ali vibravano tanto veloci da formare una macchia indistinta sulla schiena.

La presenza della silfide in quella stanza non sembrava fuori posto, tra i brillantini alle pareti e gli acchiappasogni rosa appesi al soffitto. Sarebbe stata perfetta tra la collezione di fate di Lena che facevano bella mostra di sé sulla mensola della finestra.

Alex si ributtò sul letto troppo piccolo con un sospiro. «Cosa ci fai ancora qua?»

«Sono qui per proteggerti, ovviamente.» La voce acuta di Iris risuonò come un tintinnio. Scese fino al letto e si sedette a gambe incrociate sulle coperte di topolino, che affondarono appena sotto il suo peso. Allungò una mano verso il pentacolo e lo colpì come se si aspettasse che la mordesse. «Cos'è?» ripeté.

Era strano pensare che Iris non l'avesse mai visto, considerando tutto il tempo passato insieme negli ultimi tre anni, ma in fondo quell'oggetto apparteneva a un Alex e a una vita diversi. Non sapeva nemmeno perché l'avesse portato con sé quando aveva lasciato l'isola. Erano anni che non lo tirava fuori e a volte avrebbe semplicemente voluto dimenticarsi della sua esistenza e di tutto quello che rappresentava, di tutto quello che aveva perso. Le parole del demone serpente, però, avevano risvegliato in lui vecchi ricordi e senza rendersene conto si era ritrovato a estrarre il pentacolo dalla tasca dello zaino in cui lo aveva seppellito.

Alex riprese in mano il disco abbandonato sul letto e lo fece ruotare per osservare i numeri del quadrato magico sulla parte posteriore. «È un pentacolo di Giove» disse. «Un regalo di mia madre per la mia iniziazione.» Ogni volta che lo aveva davanti ricordava il viso acceso d'orgoglio di sua madre e poi la sua smorfia di disappunto quando il consiglio aveva scoperto cosa Alex aveva fatto e aveva deciso per il suo esilio. Quella era stata l'ultima volta che l'aveva vista; si era perfino rifiutata di salutarlo il giorno della partenza. A volte si chiedeva perché si ostinasse a conservare quel pezzo di metallo inutile, invece di buttarlo nel primo bidone dell'immondizia.

Iris zampettò sul suo braccio fino alla mano e si fermò davanti al pentacolo con le mani sui fianchi. Inclinò la testa di lato per studiarlo, poi si voltò verso di lui. «Non ne capisco molto di queste cose, ma credo che tu l'abbia rotto. Funziona ancora?»

Alex scosse la testa.

Iris fece passare la mano sul sigillo dello spirito di Giove e su quello del suo genio. I simboli occupavano due dei quadranti del disco, mentre l'altra metà era riempita dai caratteri corrispondenti. Nel doppio cerchio che li circondava erano invece incise lettere dell'alfabeto malachim. «A cosa serviva?»

«Aiuta nelle evocazioni e protegge dai demoni» recitò Alex. Quelle parole lo fecero sorridere. «Non che abbia funzionato un granché al momento del bisogno.»

«È pieno di energia» disse Iris, «ma non è quella di Giove. È stato questo a romperlo?»

Alex annuì. «L'ho usato nell'evocazione di tre anni fa. È stato allora che si è rotto.» Quando, nella sua stupidità, era stato convinto che un pentacolo planetario sarebbe stato sufficiente a proteggerlo dall'attacco di uno spirito superiore.

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