4. L'inizio Della Fine

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«La vittima si chiamava Nora Pattinson, ventitré anni, pare lavorasse nel centro commerciale davanti al magazzino in cui è stata trovata. Per adesso i maggiori sospettati sono i suoi colleghi.» Spiegò il detective Elphas Johnson, un uomo sulla trentina, al suo fidato partner, Jason Hallei, sulla scena del crimine.
«Non credi avesse potuto avere qualche contatto con la ragazzina che trovato il corpo?» Chiese quest'ultimo, infilandosi le mani nelle tasche.
Il biondo voltò lo sguardo verso la ragazza dai capelli rossi, aveva gli occhi rossi e gonfi dal pianto, tutta tremante, mentre il fratello e la sua amica cercavano di consolarla in tutti i modi possibili. E i suoi genitori, intanto, arrabbiati, discutevano con uno dei poliziotti, o meglio, la madre discuteva con uno dei poliziotti.
«È inammissibile che mia figlia sia sospettata della morte di quella donna! Non farebbe mai una cosa del genere, non la conosceva nemmeno! Dovreste vergognarvi anche solo a pensarlo!» Urlò la donna, fuori di sé, mentre il marito se ne stava affianco a lei in tutto silenzio, con un'espressione corruciata sul volto, ma si vedeva che voleva solo andarsene.
«Signora, si calmi.» Mormorò il poliziotto, abbastanza spaventato. Certo che, per essere una femmina, sapeva proprio come tirar fuori le unghie.
Elphas sospirò, era già successo altre volte che un minore si trovasse per caso in situazioni simili, e alla fine non era nemmeno lui il problema, ma i suoi genitori, che facevano tante storie per un non nulla, anche quando chiedevano di fare qualche domanda all'adolescente interessato, soltanto per accertarsi che non fosse coinvolto.

Lasciando il suo collega a identificare altre prove, il riccio si avvicinò alla ragazza dai capelli rossi, la cui espressione era ancora ferma e rigida.
«Ehi.» Salutò il detective, attirando l'attenzione dei tre giovani su di sé.
Egli si posizionò davanti ad Erika, affiancata dai suoi due amici, sorridendole.
«So che adesso sei spaventata, ti sei trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato, è normale che tu sia sconvolta. Ma non devi assolutamente preoccuparti, non è colpa tua, né andrai in riformatorio, devi stare calma, ok?» Spiegò, con un tono cauto e maturo, proprio come avrebbe fatto un padre. Eh, già. Il caro detective Johnson sapeva come farsi ascoltare.
«Lei era...lì. Era dentro quell'armadio, credevo che la puzza che sentivo fosse del magazzino in sé, invece...Invece era il corpo mutilato e in decomposizione di una persona, di un essere umano del tutto innocente. Come...come si può essere così crudeli?!» Sbottò la rossa, lasciando che le lacrime scorressero ininterrotte sul suo viso pallido.
«Ery, devi calmarti. Non è successo nien-» Provò suo fratello, ma la ragazza lo interruppe malamente.
«Non è successo niente?! Un cadavere, Alex! Un fottuto cadavere è caduto davanti a me come un sacco di patate! Come credi che mi sia sentita?! Come puoi pensare che-»
«Che non è successo niente.» Si intromise Maddy, con sguardo serio, «Devi darti una calmata, troveranno il colpevole, lo sbatteranno in galera e vendicheranno la vittima, è inutile preoccuparsi. Devi solo far finta che non sia mai accaduto e tutto si sistemerà.» Spiegò, accarezzandole i capelli.
«Ma io-»
«Ascolta i tuoi amici, Erika. Devi solo dimenticare.» Esclamò l'agente.
La ragazza allora, sconfortata, abbassò lo sguardo, rimanendo in silenzio.
«Sono convinto che riuscirai a superarlo. Devi solo metterci un po' di volontà.» Elphas addolcì lo sguardo, sorridendole, forse per darle un po' di conforto,«Domani mattina chiameremo i tuoi, ti porteranno alla centrale, così potremo farti alcune domande. Ma sta tranquilla, non è nulla di che.» Disse, sorridendole, poi si allontanò, avvicinandosi ai genitori per discutere del problema in modo civile, prima che la madre trovasse il coraggio di saltare addosso al poliziotto con cui stava parlando, come una belva inferocita.

Erika, intanto, mentre Alex e Madison le riservavano parole dolci, fissava il corpo del cadavere, visibile dal magazzino con la porta aperta, ancora davanti all'armadietto. La sua sola visione le faceva venire i brividi.
Tante domande le scorrevano per la testa, e più ci pensava, più non riusciva a darsi una spiegazione, così decise di lasciar perdere le sue inutili supposizioni senza valore e concentrarsi su altro.
«Come ti senti?» Chiese Alex, con il suo solito tono da bambino. Certe volte gli era vantaggioso, poteva convincere la mamma a comprargli qualcosa che lui voleva o conquistare ragazze mostrando il suo "cuore tenero".
Altre volte invece lo scambiavano tutti per un poppante rincitrullito. Sorella compresa.
Erika ridacchiò guardandolo, mentre il ragazzo sollevava un sopracciglio, confuso.
«Ecco, finalmente un sorriso!» Esclamò Maddy, prendendola un po' in giro.
«Ehi, ragazzi...» Si intromise il padre, in tono gentile.
«Ciao, papà.» Salutò la rossa, finalmente tranquilla.
«Su, dobbiamo tornare a casa adesso.» Disse ai tre adolescenti, che annuirono.
«E la mamma?» Chiese Alex.
L'uomo voltò lo sguardo verso la moglie che stava ancora discutendo animamente adesso con i due detective, che sembravano sul punto di volersi buttarsi da un ponte. Già, la signora Miller certe volte era stremante.
«Se la caverà benissimo, è tua madre infondo. Sai quanto riesce a dare fastidio alle persone. La riaccompagneranno più tardi i poliziotti.»
I tre scoppiarono a ridere.
«Sì...sì, hai ragione.» Sospirò Erika.
«Su, andiamo a casa ragazzi, Maddy, tua madre mi ha chiamato e ha detto di dirti che verrà a prenderti verso le cinque, purtroppo i tuoi non sono riusciti a muoversi. La macchina verrà prelevata da un carro attrezzi e portata direttamente alla tua abitazione.» Disse l'uomo, rivolgendo prima lo sguardo ai suoi figli e poi alla mora, che annuì sorridendo.
I giovani salirono sull'auto del signor Miller, Madison e Alex si misero a parlare nei sedili posteriori e Erika si sedette davanti.

Quest'ultima appoggiò un gomito sul finestrino, ancora con la testa fra le nuvole.
Perché? Perché a trovare quel cadavere è stata proprio lei? Come è potuta accadere una cosa del genere?
E se, invece, fosse stato tutto premeditato? La ragazza ebbe un sussulto. In effetti, perché le chiavi si trovavano sotto l'armadio di quel magazzino? Lei e Maddy non ci erano mai entrate. Ma allora, come era era possibile che si trovassero lì?
Un vortice di domande vorticava nella sua testa. Domande senza risposta, senza una spiegazione. Quando ti chiedi tante cose, se non hai risposta, non troverai mai soddisfazione, ed era proprio ciò che sentiva la ragazza in quel momento, ma sapeva che anche se quelle supposizioni le avesse esternate a qualcuno, nessuno avrebbe ugualmente saputo darle una plausibile spiegazione. Tanto valeva, allora, dimenticare e basta.
«Pronti ad andare?» Chiese il padre, entrando in macchina e mettendo in moto.
«Uhm, sì.» Rispose la rossa, venendo subito appoggiata di un ulteriore risposta positiva dalla sua migliore amica e da suo fratello.
Erika tornò a guardare fuori al finestrino, precisamente quel dannato magazzino che in un solo minuto le aveva sconvolto la vita. E non appena la macchina voltò dietro la struttura, la giovane notò qualcosa di strano, una scritta rossa, fatta forse con della vernice da qualche teppistello.
Ma quando ebbe l'opportunità di vederla meglio, le si gelò il sangue nelle vena non appena riuscì a leggere.

"Questo è solo l'inizio."

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