Il Natale di Leroy

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Tu sorridi

E io m'incendio.

Era pieno di poesie, versi, lettere mai spedite. Negli anni, soprattutto quelli del liceo, aveva accumulato una quantità di parole mai pronunciate, fatte nascere e morire sulla carta, lontano da occhi umani. Non aveva mai fatto leggere nulla alla persona per la quale erano stati concepiti, ma forse era il momento. Forse avrebbero spiegato meglio di quanto avrebbe potuto lui. E, soprattutto, non avrebbero concesso a Tristan alcuna possibilità di replica, avrebbe dovuto leggere tutto prima di rispondere, non avrebbe avuto alcun modo di interromperlo come spesso faceva.

Oggi hai voluto assistere a tutti i costi all'allenamento di Jimmy Ray, così ti ho accompagnato. Non gli toglievi gli occhi di dosso e, siccome non volevo vederlo, ho cercato di studiare un po'. Però, poi, mi veniva voglia di guardarti, e tu eri sempre lì che lo fissavi. Anche se è scemo, prende in giro le matricole e va male a scuola, a te piace. Mi fai venire voglia di essere così, pur di piacerti. A volte ti odio, Tris.

Adesso ci rideva, ma, ai tempi, era stato doloroso. Quel sentimento lo aveva distratto dai suoi impegni, messo in crisi – per la prima volta – con se stesso, gli aveva fatto conoscere la gelosia e l'insicurezza, lo aveva tenuto sveglio la notte. Poteva ancora vedere quel ragazzino pallido, studioso ed estraneo ai primi turbamenti che, per Tris, scriveva talvolta parole e pensieri su pezzi di carta. Gli era entrato nella vita con prepotenza, l'aveva invasa e ancora adesso ne era presenza fissa. Doveva saperlo.

Raccolse tutto il carteggio segreto accumulato durante gli anni di liceo, le foto, le frasi, le pagine. Le inserì in una busta di carta, così come le aveva conservate, in ordine temporale. Era sempre stato un metodico, anche nella gestione degli effetti personali.

Si recò a casa Moreschi, sapendo di trovare Tristan grazie agli scambi di gruppo in chat con cui si teneva quotidianamente aggiornato coi ragazzi. Era teso. Dopo il bacio c'erano stati solo scambi telegrafici via telefono, ma mai un accenno a loro due. Di certo Tristan era furioso. Sperava che non lo aggredisse e che gli desse il tempo almeno di consegnargli quel tesoro di confessioni. Una volta arrivato di fronte a casa Moreschi, indugiò ancora qualche minuto in macchina e osservò la villa: indipendente, a due piani, e sei volte grande quanto la sua, in stile neoclassico. Ci era stato meno spesso di quanto Tristan fosse stato da lui. In quella casa non godevano della stessa libertà, non potevano rotolarsi sul tappeto del soggiorno perché Magda, a differenza di Donna – che rideva e serviva loro succhi e biscotti –, li avrebbe ripresi; le sorelle di Tristan li avrebbero probabilmente spiati, desiderose di attenzioni; e Giustino avrebbe monitorato il modo in cui usavano il loro tempo, rimproverando Tristan se si fosse distratto troppo dai libri. E non sarebbe stato pensabile dormire insieme, mangiare patatine in camera davanti a un film, studiare intrecciati sul divano, tutte cose che Tristan si poteva concedere solo da Leroy. Sapeva che quella casa era sempre stata per Tris una prigione; che la odiava, ne voleva fuggire da quando lo aveva conosciuto e – ne era certo – anche da molto prima. Elegante e splendida a vedersi, ma per Tris una gabbia. E, di conseguenza, Leroy le era avverso.

[...] arrivò Tristan, e non gli sembrò furioso come si aspettava. Anzi, quasi intimorito. Come lui. Gli guardò la maglia scura e larga che lasciava scoperta parte di una clavicola, ed ebbe voglia di fargli una carezza, dirgli qualcosa di tenero per scusarsi, ma il luogo glielo impediva. «Ciao, Tris.»

«Ciao.» Tristan lo guardò per qualche momento, e Leroy temette un repentino scoppio di rabbia o l'elaborazione di qualche offesa a effetto. Invece no. «Vuoi entrare?»

«Passavo soltanto. Volevo vederti un attimo.»

Tristan annuì, e qualcosa, nella sua espressione, ferì Leroy. «Passavi soltanto. L'hai fatto. C'è altro?»

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