XVI-Baratro

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Erano passati pochi giorni da allora, da quando aveva incontrato quella ragazza. Era distesa sul letto a pancia in giù, una espressione serena le coronava il suo viso, aveva un sorriso semplice, senza forzature. Giocherellava con le ciocche ribelli dei suoi capelli rossicci, mentre con lo sguardo attento e divertito fissava una cosa davanti a lei. Le cuffie nelle orecchie suonavano una delle tante canzoni di Cremonini che adorava "Vieni a vedere perché", tra le mani stringeva un libro, un libro alquanto logoro e leggermente rovinato, ma che lei trattava come il suo prezioso tesoro "Harry Potter e la pietra filosofale". Si ricordava ancora alla perfezione come ottenne quel libro.
Era una giornata freddolosa d'inverno, a Novembre, mancavano pochi giorni al suo sedicesimo compleanno, un altro in solitudine, che avrebbe passato senza gioia, senza torta e senza persona. Stava tornando a casa da scuola e aveva deciso di fare una camminata lungo l'argine del suo paesino. Le piaceva soffermarsi a osservare l'acqua che scorre, spinta dal vento, le dava una sensazione di tranquillità. Se avesse voluto si sarebbe addirittura addormentata ascoltando lo scroscio dell'acqua che si scontrava con le pareti dell'argine. Però in quella giornata sentiva che c'era qualcosa che non andava, qualcosa fuori posto. Infatti un enorme boato percosse l'aria fino a raggiungerla e una vasta nuvola di fumo nero si alzava imponente sopra le case, sporcando l'azzurro del cielo. Però lei non si perse d'animo e cominciò a correre, sapeva cosa c'era in quella direzione.
Di tutte le cose che le piaceva o le sarebbe piaciuto fare, la sua preferita era leggere. Sì immergeva con facilità nel mondo delle storie dei libri e fantasticava al loro interno, dandole quell'attimo di fuga dalla realtà. In tutto il paesino c'era solo un luogo che le permetteva di farlo, la biblioteca, la stessa che ora era coperta dalle fiamme.
Osservava l'edificio a bocca aperta, il cuore le palpitava a mille, le braccia e le gambe perdevano forza a quella vista, un altro dei suoi sogni stava svanendo davanti ai suoi occhi. Rimase per ora ferma a osservare quello scempio, anche mentre i carabinieri e i pompieri stavano facendo il loro lavoro, lei era lì, ferma a fissare la struttura ormai nera e decadente. Fu quando ormai era chiaro che non sarebbe rimasto più nulla che per terra la sua attenzione venne attirati da un libro, l'unico libro che si era salvato.
Senza farsi vedere da nessuno lo prese e lo nascose sotto il giubbotto. Corse immediatamente a casa e si rinchiuse in camera e tirò fuori il cimelio. Sapeva che se suo padre lo avesse scoperto, sarebbe finita nei guai, ma non le interessava, per la prima volta aveva un libro tutto suo.
Ora lo leggeva quasi ogni sera, piuttosto che passare il tempo a fare i compiti o a oziare, preferiva dedicarsi a quel suo piccolo passatempo.
Ormai adorava quella storia, si sentiva in perfetta sintonia con quel  ragazzo orfano, cresciuto da una famiglia che non lo apprezzava per  ciò che era. Lei si sentiva esattamente così, ogni giorno.
Non adorava parlare della sua situazione familiare, per lei non esisteva, così come per suo padre non esisteva lei, almeno da quando sua madre morì più di dieci anni fa. Da quel giorno suo padre non si trovava mai a casa, e nei pochi momenti in cui era presente, non la salutava e non la guardava, tranne quando gli veniva voglia di "giocare" con lei.
-EHI, RAGAZZINA!-
I suoi pensieri vennero interrotti dalle urla isteriche di quell'uomo. Il sorriso spensierato si spense, mise il segnalibro sul capitolo 30, lanciò via le cuffie, chiuse il libro e lo nascose velocemente all'interno di una trave staccata, sotto il letto e aspettò. Cherry la guardava con aria misteriosa seduto sulla sedia della scrivania. Chissà cosa pensava di lei, una ragazza che non ha la forza di lottare per riuscire a uscire dall'incubo che la attanaglia.
SBAM
La porta si aprì di colpo, ed entrò un uomo corpulento, gli occhi piccoli, ma duri e freddi, la barba incolta, sfatta e i capelli rossicci spettinati e tagliati senza alcuna cura. Indossava una camicia con un piccola chiazza di vino sulla manica destra e delle chiazze fango sulle spalle, era aperta e lasciava intravedere il petto peloso e massiccio dell'uomo. Sotto non indossa altro che le mutande, anche esse sporche.
-RAGAZZINA!- urlò, si avvicinò a Nora a grandi passi, alzò la mano e le diede un violento schiaffo sulla guancia che la fece cadere dal letto.
-Quante volte ti devo chiamare, lurida disgraziata?-
Si rialzò senza dire nulla, con lo sguardo perso nel vuoto, una piccola lacrima le scese sulla guancia rossa che le pulsava.
-Vieni in salotto, SUBITO!- e con la stessa delicatezza di prima chiuse di colpo la porta, lasciandola nella sua solita disperazione.
Era debole perché non aveva la forza di reagire, questo pensava mentre apriva la porta e si incamminò verso le scale che portavano al piano inferiore. Era anche colpa sua, in fondo: se non fosse mai nata non avrebbe portato tutta quella disperazione, non sarebbe mai successa quella tragedia.
Scese le scale lentamente, pesando ogni passo che a ogni gradino diventava sempre più pesante e difficile. La sensazione che aveva dentro, le rivoltava lo stomaco dall'interno, voleva accasciarsi a terra e vomitare, ma invece tenne duro e proseguì verso il suo epilogo. Aprì la porta del salotto.
Quell'uomo, che poteva definire padre, la sta aspettando seduto sul divano. La camicia era stata lasciata sul pavimento, le mutande invece giacevano a pochi centimetri dalla porta.  Lei teneva lo sguardo basso quando entrò, appena vide le mutande, un conato di vomito le salì su per l'esofago. Però riuscì a mandarlo giù in tempo e lentamente alzò lo sguardo verso le nudità di quell'essere, che ora sorrideva compiaciuto. Poteva sentirne la puzza di sudore e alcool, che a ogni suo respiro impregnava la stanza. Lei non fece alcuna espressione di disgusto, ma avanzò verso quell'essere. Lui invece fremeva, appena la ragazza gli arrivò davanti, senza indugio allungò le mani, prima le tastò il seno, poi scese lentamente sui fianchi e poi cominciò a sbottonarle i jeans.
Lei era stufa di vivere così, in quel putridume di casa, con quel maiale di padre che aveva, voleva finalmente respirare aria. Le tornò subito in mente quella ragazza, Nora, che senza paura aveva affrontato quei delinquenti e depravati, uno di essi addirittura quasi castrandolo. Invidiava quella forza, quella voglia di vivere.
Suo padre continuava, le aveva calato i jeans e ora le sbottonava la camicetta di pizzo, piano piano, assaporando il momento. La lasciò cadere a terra e si avvicinò al suo viso ansimando mentre si strusciava sul suo corpo, lo rovinava sempre di più.
Perché non si ribellava, non combatteva, perché provava quella terribile paura, quella sensazione di colpa.
Ma lei non era colpevole, lei viveva felice prima di quella tragedia, non si meritava tutto questo.
Ora le aveva tolto il reggiseno e con il piacere a mille le stava sfilando le mutandine. Però per lui tutta quella gioia, quella passione si spense subito.
L'uomo cadde a terra sbattendo la schiena sul divano, la faccia era sporca di sangue. La ragazza invece aveva uno sguardo gelido, osservava la scena con una ironica serietà.
Appena prima che lui potesse soppraffarla nell'intimo, per una qualche volontà sconosciuta gli tirò un calcio in faccia, spaccandogli di netto l'assetto nasale e spingendolo indietro.
L'uomo si portò una mano al naso e rialzandosi, tra mille imprecazioni, tentò di afferrare la ragazza, la quale invece si scansava evitando ogni suo tentativo.
-BRUTTA PUTTANA! STA FERMA!-
Urlò nell'ultima speranza di intimorirla, dopo di che si avvicinò al tavolo, tastandolo con foga.
-Dove cazzo è...?-
Un luccichio e si girò lentamente. La ragazza era davanti a lui, con uno sguardo gelido e in mano luccicava la lama di un coltello a serramanico. La paura si impossessò dei suoi occhi, si alzò con calma e ponendo le mani avanti, tentò di avvicinarsi alla figlia, parlandole con voce, alla quale non era più abituato, pacata e dolce.
-Ehi, ragazza, fa la brava, non fare stronzate, ascolta il tuo vecchio-
Lei non fece niente, nemmeno il suo tenero viso tradiva alcuna espressione.
Appena lui tentò un passo in avanti, lei alzò la mano armata all'altezza del suo petto. Fu abbastanza, sbatté la mano contro il tavolo -RAGAZZINA, cosa cazzo ha che non va il tuo cervello? Sei pazza come quella disadattata di tua madre!-
Un lampo
Un solo grido si sentì in quel momento.
La mano, la sua mano ora non poteva più muoversi da quel tavolo, trafitta parte a parte dal coltello. Il sangue gocciolava sul pavimento sporcando ancora di più il tappeto e il parquet.
Le urla lanciate dall'uomo in qualche modo riportarono indietro la ragazza dalla sua freddezza. I suoi occhi si riempirono di terrore, ansia di fronte a quella scena.
Suo padre in ginocchio, con la faccia gronda di sangue, gli occhi rossi pieni di rabbia, che tentava con mille imprecazioni verso di  lei di staccare la mano.
Il suo cuore batteva all'impazzata, non riusciva nemmeno a urlare, cominciò a correre verso la porta e uscì di casa. Lasciandosi alle spalle l'ultimo -RAGAZZINA- che avrebbe sentito da quell'uomo.

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