Il Natale di Dayton

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Desiderò scappare appena mise piede in casa dei suoi. C'erano già ospiti, confusione, odore di fritto e bambini che scorrazzavano fra i piedi. «Sciò, sciò, mocciosi» li scacciò, mentre portava una pila di pacchi fra le mani che si innalzava fino al suo viso. «Mamma, sono qui, dove metto questa roba?»

«Dayton» lo chiamò lei, raggiungendolo. «Di qua, e attento a non calpestare nessuno.» Lo salutò solo quando ebbero messo al sicuro il carico di regali e cibo che gli aveva commissionato. Lo baciò al volo. «Spero sia tutto intatto.»

«Quanta poca fede. Ehi, papà» salutò, andandogli incontro, mentre lui parlava con alcuni parenti.

«Meno male che ci sono le feste per vederti, altrimenti, pur stando a tre quarti d'ora da Manhattan, chi ti vedrebbe.»

«Ho una vita tanto piena. Zio Carlo, zia Isabela, ciao» e iniziò a passare in rassegna tutti i presenti. Per un attimo, ebbe l'impressione di non fare niente di poi molto diverso dal suo lavoro: festa, confusione, persone da salutare e con cui chiacchierare di tutto e di niente. Avrebbe aspettato momenti più intimi coi suoi per scendere in qualche dettaglio, sebbene ci fossero cose che non condivideva nemmeno con loro. Come la sua vita sentimentale. I suoi genitori preferivano saperne il meno possibile. Era sicuro che, se avesse parlato loro di una ragazza – una, e ragazza –, sarebbero stati contenti, ma al momento non intendeva farlo. Si limitava al lavoro e agli amici. La sola differenza con gli eventi che organizzava e ai quali partecipava era aiutare anche in cucina, ma lo trovava divertente e un modo per tenersi quanto possibile alla larga dalle domande delle zie più vecchie, quelle che lo guardavano con sospetto quando parlava di eventuali relazioni. Sebbene non sapessero della sua bisessualità, era tuttavia certo che avessero intuito qualcosa e cercassero, nei suoi discorsi o nel suo aspetto, indizi compromettenti. Non gli importava che lo scoprissero, ma voleva evitare ai suoi genitori domande e pressioni imbarazzanti. Odiava fornire spiegazioni e soprattutto che altri le dovessero per lui.

A posteriori, quando si sarebbe rivisto con i suoi amici, avrebbe scoperto di essere quello con le feste più affollate, lunghe e intense di tutti. Parte in causa era la sua famiglia numerosa e per metà latina, dall'umore e dalle usanze vivaci, nelle quali lui, comunque, si rispecchiava perfettamente. Provava a immaginare i suoi amici al proprio posto e rideva pensando che Leroy sarebbe stato contento ma impostato; Tristan avrebbe odiato tutto e tutti; e Oliver si sarebbe infilato da qualche parte, a guardare a distanza.

Il tempo, per lui, correva. Non ne percepiva il peso. Era così pieno di cose da fare, sistemare, organizzare, di persone da salutare e chiacchierate da sostenere, che nemmeno si accorgeva delle ore che passavano. Riuscì a mandare qualche messaggio a Natalia prima di pranzo, scattando foto alle portate e specificando che buona parte di quanto immortalato sarebbe finito nel suo stomaco. E lei aveva il potere di gratificarlo anche quando rispondeva con l'emoticon di una risata. Si sentiva fortunato a vivere in prossimità dei suoi. Avrebbe diviso quei giorni fra la famiglia e la sua vita senza alcun sacrificio, potendosi permettere di vedere anche lei. A pensarci, erano tutti e quattro abbastanza fortunati: Roy e Tris vivevano vicino – e ormai sapeva che era questo a contare per loro più di dove fossero –, e Oliver avrebbe potuto rivedere Jake.

Non resistette a chiedere loro come se la stessero passando e, nel mezzo del pranzo, scrisse per primo sulla chat di gruppo: "Ehi, sfigati, come va? Vi divertite? Io sto mangiando come un pachiderma, mi troverete il doppio, ahahah".

Lesse le risposte solo dopo un'ora, mentre gli invitati prendevano una pausa prima del caffè e del dolce.

[Oliver]: "Per ora bene. Con papà nessun progresso, ma per il resto non mi lamento. Auguri a tutti!"

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