Il Natale di Oliver

1.2K 105 5

Sulla strada del ritorno, trovò Morgantown identica a come l'aveva lasciata. Non ne era sorpreso. I luoghi cambiano così poco, pensava, anche su lungo termine, specialmente quelli piccoli e sperduti come i paesi di provincia che sembrano immuni allo scorrere del tempo. Ma non smetteva di pensare alla loro fissità. Identici a come li ricordava, identici da quando era bambino; era lui quello cambiato. Ma tutti i cambiamenti che aveva sperimentato negli anni, e nell'ultimo in particolare, lo avevano portato un poco più vicino a quello che era davvero. Per questo non si sentiva cambiato nel senso stretto del termine. Cambiato agli occhi del mondo, ma, ai propri, avvicinatosi al vero se stesso. L'esatto contrario di "cambiato" – autenticato, piuttosto, tornato al posto giusto. Quando ci pensava, gli venivano in mente le voci del dizionario. Il contrario di cambiare: ripristinare, reintegrare, ritornare a, ricostituire. Si sentiva così – ripristinato, reintegrato, come se fosse stato tutta la vita un puzzle sfatto e ora stesse finalmente riunendo i pezzi nel suo disegno. Avrebbe richiesto tempo e qualche combinazione sbagliata, ma il finale sarebbe valso ogni pena. Magari agli altri il disegno non sarebbe piaciuto, ma la sua bellezza, per lui, sarebbe risieduta nella fatica fatta a ricomporlo.

Furono sua madre Irene e Kim ad andare a prenderlo, sommergerlo di affetto, domande, entusiasmo. Lo strinsero così forte da togliergli il respiro, e lui si crogiolò nel loro abbraccio con piacere. Non erano più le fonti esclusive dalle quali ne riceveva; adesso c'erano Leroy, Dayton, Natalia, Ryan, Bernard, Kailee. Tutti diversi e confortanti. All'appello mancava Tristan, ma, per come lo conosceva e viste le parole di Dayton, immaginava sarebbe mancato sempre.

«Ti vedo smagrito» notò subito sua madre, scuotendo la testa, mentre entravano in macchina. «Dici che mangi.»

«Mangio» confermò. «I ragazzi mi rimpinzano, o almeno ci provano, e io li ricambio coi biscotti di nonna.»

«Fai i biscotti per loro?»

«Sì. Anzi, prima di tornare, devi aiutarmi a provarne altri. Però dobbiamo farne parecchi: Day mangia per tre e Tris s'infuria perché li fa finire subito.»

Kim lo abbracciò di nuovo. «In questi giorni ti mettiamo all'ingrasso. E come stanno loro?»

«Bene. Tutti dalle rispettive famiglie.»

«Guarda che devi raccontarci come si deve, non sperare di cavartela così sul generico.»

Lui sorrise e guardò fuori dal finestrino le strade che gli passavano sotto gli occhi. Non avrebbe mai pensato di tornare a casa e avere tanto da raccontare, tanto di cui essere felice che avrebbe ammortizzato le ferite in attesa di essergli inferte. Era pronto alla freddezza di suo padre, alle reazioni di chi lo conosceva, all'ironia o agli sguardi, e, se non avesse avuto le spalle fortificate da quelle settimane felici, probabilmente avrebbe passato ogni giorno serrato nella sua camera. Come aveva fatto buona parte della sua vita. Adesso, cercava di immaginare come si sarebbero comportati i suoi amici al suo posto, cosa gli avrebbero consigliato. Avrebbe finto di sentire Tris suggerirgli "Fottitene" davanti alle offese e alle risate; le battute migliori di Day nei momenti tristi; il conforto di Leroy in quelli di abbattimento. Sapeva che presto avrebbe avuto bisogno di tutte quelle cose. Di loro.

Suo padre comparve a cena. Non disse nulla del suo arrivo. Non gli parlò, neppure lo guardò, né l'avrebbe fatto nei giorni successivi. Non era mai capitato che litigassero seriamente o che uno di loro restasse arrabbiato con l'altro; per nessun motivo grave, almeno. Ma adesso era come se Oliver fosse morto, per lui. E, se fosse stata una scelta deliberata per punirlo, forse avrebbe fatto meno male e in qualche modo gli avrebbe dimostrato che suo padre era deluso, arrabbiato, che gli importava. Ma non lo era. Frank non lo considerava perché, semplicemente, per lui era morto. Non era una punizione e non era qualcosa di temporaneo.

Lexington AvenueDove le storie prendono vita. Scoprilo ora