2. Le Etichette Della Discordia

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«Come ti chiami?» Chiese la ragazza, mentre andava su e giù sul cavallo della giostra.
«Lux.»
«Che nome strano!» Esclamò, facendolo ridere.
«E tu come ti chiami, piccolina?»
«Erika.»

La ragazza aprì gli occhi, guardandosi intorno. Era ancora per strada, visibilmente stordita, mentre intorno a se vedeva persone che le passavano accanto, nonostante lei fosse ancora accasciata al suolo, e si accingevano a riservarle occhiatacce e bisbiglii.
Erika si alzò, ancora confusa, cercando di ricordarsi per un'attimo il motivo per il quale era uscita di casa.

Madison. Devo andare da Madison.
Prese il telefono, anch'esso prima caduto a terra e, scuotendo la testa, si avviò spedita verso la casa della sua amica.
Quell'uomo passato prima, però, le era sembrato così familiare, lo aveva già visto, ma non ricordava né dove, né quando, né tanto meno chi fosse, quindi, sospirando, decise di non darci troppo peso e di dimenticare l'avvenimento disturbante di poco prima.

Anche se...
Gli occhi di quell'uomo erano davvero riusciti a colpirla nel profondo, sembravano così vuoti, così freddi.
Nebbia.
È la prima parola che le venne in mente pensando a quello sconosciuto. Aveva negli occhi una nebbia fitta, come quella che trovi le mattine d'inverno quando il tuo buon umore va a farsi fottere.

Arrivò finalmente davanti al portone di casa Morrison e non ebbe neanche il tempo di bussare, che una Maddy selvatica aprì la porta all'improvviso, saltando al collo della povera rossa che, non aspettandosi un colpo a sorpresa del genere, cade di nuovo con il didietro al suolo, portando la mora con se.
«Ehi, Ery! Buon giorno! C'è ne hai messo di tempo!» Esclamò quest'ultima.
«Ho avuto un imprevisto...» Mormorò la giovane, facendo un sorriso nervoso, non era una buona idea dirle dell'accaduto, anche se aveva deciso di dimenticarlo.

«Vieni, andiamo in giardino, i miei genitori non ci sono, sono andati ad assistere alla recita dei miei fratelli.» Disse, prendendola per mano, e trascinandola sul retro.
Erika sorrise guardandola; Maddy era proprio una bellissima ragazza: I suoi capelli scuri come il tronco di un albero forte e sano, lisci come la seta, le davano un aspetto elegante, quasi regale, gli occhi color cioccolato sottolineavano la sua dolcezza e le sue labbra piene e rosee riuscivano sempre a far andare in pappa il cervello di ogni uomo.

Doveva ammettere che un po' la invidiava e spesso si chiedeva come una ragazza così popolare e ammirata, al contrario di lei, timida e chiusa verso le altre persone, potesse esserle amica.
Una volta raggiunto il giardino, le due si sedettero davanti alla porta sul retro a guardare le case del quartiere, quasi tutte uguali e senza un minimo di colore.
«Ehi, Ery, guarda cos'ho qui!» Esclamò con fare complice, tirando fuori dal suo giubbotto un pacchetto di sigarette già aperto.

«Oddio, Maddy, ma da dove diavolo le hai prese?!» Sgranò gli occhi la rossa.
«Erano nel cassetto di mia madre, così ne ho provata una, non sono niente male.» Annuì con convinzione.
Erika fece una smorfia poco convinta, nella sua scuola c'erano un sacco di ragazzi, anche più giovani, che fumavano per farsi fighi davanti agli occhi degli altri, in più aveva sentito di casi gravi come cancro ai polmoni, blocchi alle arterie, cecità... Le venivano i brividi solo a pensarci, odiava la gente che fumava.

«Io non mi metterò quello schifo in bocca.» Sezionò, con fare schifato.
«Almeno provane una!» Insisté Madison.
La giovane sospirò, non le piaceva minimamente quando la sua amica si metteva in testa qualcosa, e la conosceva abbastanza da sapere che probabilmente se non ne avesse provata una gliele avrebbe fatta testare con la forza, così si rassegnò e prese una sigaretta dal pacchetto, il cui gesto fu poi imitato dalla mora.
Quest'ultima prese dalla tasca un accendino, infiammandole.

Erika deglutì e guardò per un secondo la sua amica, che fumava nel modo tranquillamente come nulla fosse.
Prese un bel respiro e si mise la sigaretta in bocca inspirando il fumo, ma prese a tossire.
Che schifo.
Oh no, e adesso che faccio? Se mia madre scopre che sto fumando mi seppellirà viva.

Gettò la sigaretta al suolo, ancor prima di essere riuscita a finirla e sospirò.
«Non ti è piaciuta, eh?» Constatò Maddy, buttando anche lei la cicca e prendendo a guardare l'amica, che le rivolse un sorriso.
«Proprio no.» Rispose.
La mora ridacchiò tra a sé e sé, per poi rivolgere lo sguardo di nuovo alla rossa.
«Ginger e Emily ti hanno informata delle ultime novità?» Chiese. Erika alzò un sopracciglio, interrogativa.
«Come sai la nostra è l'unica scuola superiore che ospita anche un università. Beh, sembra che da domani arriverà un nuovo studente del New Jersey, a quanto pare ha rifiutato la borsa di studio a Savannah e ha perso due o tre anni di scuola, poi si è trasferito qui dove ha scelto di frequentare la Princenton University, cioè la scuola maschile che stiamo ospitando da un paio di anni.»

La rossa sbatté più volte gli occhi, visibilmente stupita, poi scoppiò a ridere.
«E tu come sai tutte queste cose?» Chiese, con il sorriso sulle labbra.
«Non si finisce mai di spettegolare, mia cara.» Madison scrollò le spalle, ridendo a sua volta.

Erika la guardò per un secondo, mentre lei continuava a parlare, e si mise a pensare, smettendo definitivamente di ascoltarla.
Ogni tanto si guardava intorno e si domandava il perché di tutti quegli stereotipi che le persone facevano per sentirsi superiori.
Fissava gli altri ragazzi e li vedeva tutti uguali, trasparenti. Era la classica tipa che sapeva leggere le persone, ma non se stessa. C'era il gruppetto dei fighi, quello degli sfigati e dei secchioni, quello degli strani e quello dei popolari, etichette futili e prive di senso che riflettevano l'ipocrisia della gente che aveva attorno.

Sentiva bugie, dette soltanto per pararsi il culo e far soffrire gli altri.
Vedeva ignoranza, gli adolescenti di oggi si rifiutavano di studiare e di imparare, solo perché volevano divertirsi, ma alla fine finivano per rovinarsi da soli.
Sentiva solitudine, avvertiva dentro di sé un gelo che la costringeva a stare lontana dalle altre persone, forse per la timidezza, forse per la poca autostima, non lo sapeva.
Fissò la sua amica, chiedendosi se mai un giorno l'avrebbe abbandonata, se prima o poi avrebbe scelto un'altra al posto suo, se sarebbe rimasta da sola e, impercettibilmente, sospirò, fissando il cielo, che minacciava ancora una volta un temporale, mentre una domanda si faceva lentamente largo nella sua mente.

Chi mi tirerà fuori da tutto ciò?

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