Festa di Natale

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Dopo cena, uscirono tutti insieme per una passeggiata lungo Lexington Avenue, in quel periodo più luminosa e viva che mai. Le vetrine erano decorate con finte stelle di Natale, pupazzi, palline, e incorniciate dalle luminarie; c'erano artisti di strada, musica, più gente del solito con buste di acquisti nelle mani. Anche se assisteva a quella visione da ormai qualche settimana, l'entusiasmo di Oliver non scemava. Adorava quella strada come fosse il quinto membro del loro gruppo. Non poteva smettere di guardare tutto, soffermarsi davanti a ogni dettaglio, eccitarsi e commentare. Gli altri lo guardavano con dolcezza. Leroy sorrideva placidamente, parlando poco e godendosi l'allegria del suo gruppo; Tristan criticava il vestiario della gente per strada o le decorazioni, e battibeccava con Dayton; Dayton si godeva l'immagine di Natalia che camminava davanti con Oliver e rispondeva, di tanto in tanto, a Tris. E Natalia era felice. Per Oliver – che non aveva mai visto così contento e che aveva temuto di non vedere mai –, per l'amicizia che lui aveva stretto con quei ragazzi, per l'amore che sprizzava verso la città, e per come stava bene anche lei con tutti loro e con Dayton in particolare. Ma non voleva che Day se ne accorgesse.

«Chiudiamo la serata con un drink?» propose Dayton. «Ditemi di che avete voglia e io vi ci porterò.»

«Un piano bar» propose Leroy. «Non sento suonare da un pezzo, mi piacerebbe.»

Tristan sbuffò. «Ti prego, che lagna.»

«A me piace, e, visto che non posso sentire te, almeno sento qualcun altro.»

Allora fu Natalia a girarsi. «Suoni, Tris?»

«Suona» confermò per lui Leroy. «Ed è bravissimo. Da quando aveva cinque anni.»

«Ma è favoloso! Mi piacerebbe tanto sentirti all'opera.»

«Anche a me» si aggiunse Oliver, che ne era stato curioso dal primo momento in cui Leroy glielo aveva detto. Non immaginava Tris al pianoforte.

«Ma io no» li frenò Tristan. «Lo odio, il piano. Piace a mio padre, non a me.»

Dayton gli diede una spinta. «Che lamentoso. Facci contenti e suona, no? Non si disattende il proprio pubblico.»

«E dove, in testa a te? Non è un violino o una chitarra, non posso prenderne uno in casa, e non lo farei.»

«Beh, se non puoi portarlo tu, ti ci portiamo noi. So dove andare» decise. «A due traverse da qui, ed è anche un posto mooolto artistico, contento, Oli?»

«Davvero?» si eccitò Oliver. «Andiamoci!»

Dayton e Natalia risero di quell'entusiasmo infantile, mentre Tristan scuoteva la testa.

«No, vi prego, davvero un piano bar? Che palle» si lamentò.

Accanto a lui, Leroy sospirò, facendolo girare. «Mi spiace che tuo padre ti abbia fatto odiare tante cose, Tris, come il piano. Hai un gran talento e suoni divinamente.»

«Non è talento, è esercizio impostomi fino a spaccarmi le dita.»

«Allora no» gli disse, con dolcezza. «Se per te è così brutto, non suonare. Mi spiace che detesti qualcosa che io, invece, amo tanto sentirti fare. Sapendolo, faticavo allora e faticherei adesso a godermelo. Ma ti avrei ascoltato per sempre, quando ti esercitavi.»

Tristan guardò davanti. Dayton aveva raggiunto Natalia e Oliver per dirigere il gruppo a destinazione. «Sì, mi ricordo.» Non avrebbe dimenticato le volte in cui Leroy, in attesa che finisse la sua quota di esercitazione al piano prima di uscire insieme, aveva sostato nel salotto ad ascoltare. Stonava un po', Leroy, in quell'ambiente lussuoso, incorniciato da tappeti e ceramiche antiche, rifinito come un museo, mentre lui indossava jeans e maglietta; ma Tristan l'aveva sempre trovato la cosa migliore da guardare, nonostante tutto. E la sola vera. Ricordava i suoi sorrisi di incoraggiamento, il religioso silenzio in cui lo ascoltava, il suo sguardo assorto come fosse in un'altra dimensione. E ricordava che era stato al suo saggio quando avevano sedici anni, e che gli aveva chiesto spesso di suonare anche all'università quando passavano per la sala con il pianoforte.

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