Il lavoro prima di tutto

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L'umore di Tristan si era aggravato nei giorni precedenti al Ringraziamento, senza nessuna sorpresa per il resto del gruppo. Sapevano che l'idea di tornare a casa era per lui un supplizio, e Leroy, che assisteva a quella reazione da molti anni, cercava di tenerlo calmo come poteva – invitandolo più spesso a mangiare fuori, distraendolo coi discorsi che preferiva su divertimenti e spese, coinvolgendolo nelle serate a casa con gli altri ragazzi anziché uscire per locali, perché aveva notato come Tristan lo preferisse. Anche se non lo avrebbe mai ammesso.

Ma Tristan non sembrava reagire al malumore. «Mio padre mi tormenterà col lavoro» si sfogò, una sera, davanti ai ragazzi. «Che devo passare alla procura, che lo studio è un'esperienza inutile, lo stato delle cause, e via così. E poi passerà a elogiare la politica di Trump, sparlerà di immigrati, froci e trans, maledicendo i colleghi delle corti che invece sono a loro favore. Non posso sottrarmi a Natale, ma almeno questo vorrei risparmiarmelo.»

Gli altri si guardarono.

«Che stronzo, il tuo vecchio» sfuggì a Dayton.

Tristan sorrise. «Già.»

Leroy gli strinse una mano. «È solo qualche giorno, poi torniamo.»

«Vorrei non andarci proprio, restare qui e basta.»

«Non puoi?» chiese Oliver.

Tristan lo guardò. «Mancare al Ringraziamento? Scherzi? Devo tornare all'ovile e onorare il padre e la madre.»

«Mi spiace, Tris.»

«Tu invece resti qui per il Ringraziamento, vero, nanerottolo?» s'informò Dayton.

«Sì. E non perché non voglia vedere papà, anzi, vorrei, ma non mi va di tornare a casa per qualche giorno e rovinarglielo.»

«Non pensi che meno vi vedete, peggio sia?»

Oliver scrollò le spalle. «Credo che andare lì due giorni non servirebbe. Forse, nelle due settimane di Natale, posso ottenere qualcosa di più. Meglio lasciarlo stare, adesso. Resto qui, tanto a New York le cose da fare non mancano, nemmeno nei giorni di festa.»

«Certo che non è male l'idea di stare per una volta a zonzo in città invece che in famiglia, almeno per cambiare. Quasi quasi vengo con te.»

Tristan li osservava contratto, Leroy lo sentiva dai tendini rigidi della mano che gli teneva. Non riusciva a credere come loro potessero pensare di gestire tanto autonomamente le loro vite, non dare conto ai propri genitori, permettersi di restare dov'erano e non passare una festa importante in famiglia. Si sentiva stupido e vigliacco, rispetto a loro, ma l'idea di disattendere suo padre lo agghiacciava.

«Tris, tutto bene?» chiese Leroy, vedendolo col respiro accorciato.

Tristan gli lasciò la mano e andò a versarsi un brandy, che trattenne in bocca qualche istante davanti alle luci di Lexington Avenue prima di mandarlo giù. «Non andrò a Chicago, Roy.»

Tutti lo guardarono.

«Non voglio venirci. Dirò a mio padre che devo lavorare e che perderei tempo a tornare a casa. Se uso questa scusa, di sicuro approverà. Per lui il lavoro viene prima di ogni cosa, anche della salute. Resto anche io.»

«D'accordo» e si alzò per raggiungerlo e poggiare il mento su una sua spalla. «Sai che ti dico? Mi sembra un'ottima idea.»

«Resta anche tu, ti prego» mormorò.

Dayton e Oliver si guardarono in imbarazzo, improvvisando un discorso a caso sull'ultima partita di rugby per lasciare ai loro amici un po' di intimità, pur stando a pochi passi.

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