Capitolo 1

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Il sole si faceva già strada tra il cielo torrido quando, Spencer,  aprì gli occhi in preda a dolori lancinanti che minacciavano di dividerle il cranio in due. Era una di quelle giornate estive che si desiderano tanto ma che quando arrivano ci si pente di averle anche solo immaginate. La canottiera restava appiccicata al suo petto sudaticcio che si alzava e abbassava al ritmo del suo respiro. Quel caldo la soffocava, così, arrancando verso il mobile per prendere il telecomando, accese l'aria condizionata. Si sentì leggermente meglio quando il fresco iniziò a sfiorarle la pelle colorita. Non ricordava nulla della sera prima e quindi sapeva di essersi ubriacata. D'altronde era solita farlo, ogni notte, ogni giorno, ne era dipendente. Più potente di una droga, buttava giù l'alcol ad una velocità quasi irreale, scorreva lungo la sua gola, caldo e afrodisiaco e iniziava subito a sentirsi meglio. Odiava questo lato di lei, ma allo stesso tempo era l'unico modo che le permettesse di sfuggire alla più grande mietitrice: la realtà. Eppure ogni mattina si ritrovava così, distesa sul suo solito letto a vomitare. Corse in bagno e si chinò verso il gabinetto. In preda a conati di vomito si ritrovò a pensare a quanto patetica fosse in quel momento. Si alzò e tirò lo sciacquone. Restò davanti allo specchio a fissare i suoi lineamenti duri. Gli occhi così scuri, profondi, quasi indagatori, circondati da occhiaie scure che rispecchiavano tutto ciò che aveva passato fino a quel momento. Scavate come dei grandi solchi che incatenavano tutte le sue preoccupazioni e l'alcol buttato giù. Labbra sottili e rosse risaltavano quel viso stanco. Il naso piccolo e all'insù veniva incorniciato da folti capelli mossi. Sembrò perdersi nel suo stesso sguardo e uno stato d'ansia iniziò a divorarla dentro. Con passo scoordinato si ricacciò sul letto. Era già mattina, fin tropo presto per essere svegli.
Il traffico già si muoveva lesto per le strade di Fishtown eppure tutto sembrava così lento agli occhi di Spencer. Stanca anche per respirare si alzò consapevole che non sarebbe riuscita a chiudere occhio. Si infilò il cappotto e uscì portando alcune banconote con lei. Quelle, forse, erano l'unica cosa che non le mancava. Nonostante fosse disoccupata il conto in banca della sua famiglia era abbastanza alto da mantenerla senza che lei alzasse  un singolo dito. Odiava tutto ciò, ma ormai aveva perso ogni voglia, ogni aspirazione o minima consapevolezza di cosa fare della propria vita. Da parecchio tempo, talmente remoto che neanche lo ricordava. Erano pochi i ricordi che teneva conservati e la maggior parte di quelli  riguardavano sua sorella. Al solo pensiero rabbrividì. Scese le scale del condominio e si allontanò da Mercer street. Il caldo che portò l'estate quell'anno era torrido, soffocante, quasi come una mano che cerca di strangolarti senza lasciarti respirare. Restò con gli abiti della sera prima, una semplice canottiera bianca e pantaloni neri ancora bagnati dalla vodka fredda. Ancora ne sentiva il sapore annidato tra le labbra secche. Il suo quartiere era carino, silenzioso anche se ogni tanto qualche teppista di strada si divertiva a rompere le finestre del condominio. Eppure non se la prendeva con loro, perché sapeva che se non fosse stato per le sue origini nobili pure lei sarebbe finita in mezzo alla strada . Una povera mendicante che chiede l'elemosina a persone troppo impegnate per notare la sua inutile esistenza. Si trascinò verso la caffetteria più
vicina ,non  sarebbe riuscita ad andare oltre. Il locale era accogliente, e Spencer iniziò ad apprezzarlo ancora di più quando si accorse del ventilatore che girava imperterrito. Non appena prese posto su uno dei comodi sgabelli rossi, una cameriera le si materializzò davanti.
-Cosa le porto?- Disse con una voce stridula. Spencer si massaggiò le tempie delicatamente cercando di alleviare il dolore. Era stanca, e non ricordava l'ultima volta in cui avesse dormito più di quattro ore consecutive.
-Ha un aspetto orribile, si sente bene?- continuò. Solo ad allora Spencer alzò il viso. Squadrò la sagoma sorridente della cameriera che però contrastava l'ombra triste che i suoi occhi proiettavano. Erano celesti, come il cielo quel giorno, ricoperto di nuvole candide e leggere.
-Me la caverò. Tu che mi dici invece, sembri stanca anche più di me- disse quasi sussurrando.
La cameriera parve turbata da quell'intervento così spavaldo della cliente, ma dopo essersi guardata in torno per assicurarsi che il suo capo non fosse in agguato dietro l'angolo, parlò.
-A dire il vero ho fatto il turno continuo questa notte, tutte le cameriere si sono licenziate e l'unica rimasta sono io. Perciò sono qui dalle sei del mattino di ieri sera- Posò entrambe le braccia sul bancone, aspettando le parole di Spencer che, a stento, riusciva a tenere la testa alzata.
-Almeno ti pagano di più?- indagò Spencer.   
La ragazza si lasciò sfuggire una risatina. Spostò il ciuffo biondo che le ricadeva in viso  e continuò a osservare Spencer cercando di capire se stesse provando  a prenderla in giro o se fosse seria  a riguardo.
-Spero tu stia scherzando. Non vedo la paga da due settimane, quel vecchio spilorcio dice che non me la merito-
-Allora perché resti ancora qui?-
-Devo pagarmi l'università-
E Spencer capì subito. Lei aveva abbandonato gli studi dopo la morte della sorella minore, Lynsdey Winchester o Lyn, come di solito la chiamava. Lyn era solare, una ragazza meravigliosa, l'unico pilastro nella vita di Spencer. Sua sorella amava studiare, amava l'università e Spencer ogni mattina l'accompagnava in macchina fino ai cancelli principali. Lei la salutava con un grande sorriso, per poi sparire dietro l'angolo con la sua montagna di libri da leggere. Era una ragazza intelligente dai lineamenti fini, sembrava la fotocopia della madre, eppure quella sua straordinaria bellezza era stata stroncata una sera d'Ottobre e Spencer iniziò a vacillare in un baratro di disperazione.
-Capisco- tagliò corto Spencer. Il ricordo di sua sorella la lacerava lentamente, come una piaga imposta  per qualche peccato da lei commesso. Iniziò a sentirsi male, le mani diventarono gelide e il Respiro si fece man mano più corto  e irregolare.
-Potresti portarmi un caffè?-
-Come lo prendi?-
-Non fa nessuna differenza, me ne porti uno qualsiasi-
E il rumore della macchinetta del caffè attutì la rabbia di Spencer. Si costrinse tante volte a dimenticare sua sorella, ma subito dopo si sentiva in colpa anche solo per averci provato. Così si limitò a fissare la pianta all'angolo della stanza illuminata e pensò a quanto desiderasse sparire nell'ignoto più sconfinato.
Il caffè che aveva ordinato arrivò subito e la cameriera le lasciò gustare quella sostanza così amara in pace. Spencer sorseggiò il liquido scuro mentre la sua mente era in subbuglio. La nausea persisteva e l'emicrania aumentava a ogni respiro. Si alzò barcollando dirigendosi verso la cameriera che discuteva apertamente con un anziano signore. Portava una maglietta sporca di olio e le dita tozze, che parevano dei salsicciotti, sventolavano nella traiettoria della ragazza. Spencer la raggiunse e il battibecco fra i due finì. Si avvicinò alla cameriera e le stampò due baci sulla guancia, fingendo che fosse una vecchia conoscente. Assunse un tono amichevole e si sforzò di non vomitarle addosso.
-È stato un piacere rivederti-
Poi le infilò due centoni nella tasca del grembiule e andò via senza farsi notare. I soldi non le servivano e ogni tanto si concedeva la grazie di aiutare gli altri. C'erano persone messe peggio di lei e nonostante si sentisse schifata  a pensare una cosa così meschina, ne era sollevata. Si ritrovò a vagare per le strade vuote della cittadella. Ogni tanto qualcuno la guardava storto e lei sorrideva, o almeno ci provava. Era da tanto che Spencer non sorrideva, si era privata di qualsiasi cosa bella della vita solo perché pensava di non meritarne nessuna. Era diventata schiava delle sue stesse debolezze.

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