Parte di loro

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Nei giorni successivi, le circostanze non mutarono: Leroy e Tristan si parlavano poco, anche sul lavoro; Dayton tentava invano di far loro da ponte; Oliver si dedicava allo studio o a passatempi solitari, escluse le serate a casa coi ragazzi, alle quali mancava sistematicamente Tristan.

Dayton aveva provato a intromettersi in diverse occasioni, non cavandone nulla. Una sera si rivolse a Leroy con più serietà delle altre volte, ormai esasperato dalla tensione in casa. «Ti prego, facci pace» lo supplicò. «Da quando avete bisticciato, Tris è più insopportabile del solito, sembra una mogliettina incazzata. È scorbutico, permaloso e non gli si può dire niente. Va beh, detto così sembra uguale a sempre, ma in questi giorni lo è di più. Per la quiete della casa, sacrificati e sedalo.»

«Non è un capo di bestiame.»

«Mica tanto, quello sbrana, eh.»

«Già» sorrise, come fosse una dote. Sapeva che Dayton e Oliver stavano scontando i malumori fra lui e Tris, e gli spiaceva. Decise di provare di nuovo a parlare con lui. Si alzò dal divano e andò a cercarlo, scoprendo che stava buttando sul letto un po' di camicie per decidere quale mettere. Batté le nocche su uno stipite dell'uscio aperto, facendogli capire chi era per il solo fatto di aver bussato: Dayton non lo faceva e Oliver non lo cercava. Poteva essere solo Leroy, l'unico capace di cercarlo, e di cercarlo in modo educato.

«Entra» lo invitò stancamente Tristan.

«Cambio di stagione?» chiese, guardando i vestiti.

«No, solo non mi piace niente. Credo farò un giro per negozi, la prossima settimana.»

Leroy corrugò la fronte. «Non ti piace niente? Sei pieno di roba.»

«Manie femminili, lo so, che vuoi farci. Forse mi sto facendo contagiare.»

Da quelle parole, Leroy capì che lo stava provocando. Tristan non metteva mai in discussione il genere di Oliver né faceva battute in merito. Quando succedeva, come in quel momento, lo faceva di proposito per infastidire il proprio interlocutore – lui. «Se proprio insistiamo ad associare ai generi delle qualità, che come ben sai considero una grande sciocchezza, Oliver qui è quello meno "donna" di tutti. Non è pettegolo come Dayton e non è vanesio come te.»

«Oh, che palle, sei venuto a parlarmi di lui? Scopatelo, se ti piace tanto.»

Leroy si avvicinò. «Senti, sono due settimane che mi rispondi male e mi parli a stento. Odio che sia così fra noi.»

Tristan smise di rimestare la roba nell'armadio. «Anche io.»

«Io non ho ben chiaro quale sia il problema, ma se me lo spieghi, possiamo venirne a capo. Tris, non abbiamo mai discusso per più di ventiquattr'ore.»

«Sì, invece» e si girò. «Tre giorni. Non parlammo, perché avevo rifiutato un lavoro e tu eri incazzato nero, dicevi che non "pensavo al mio futuro", e bla bla bla. Il solito paparino.»

«Era buono, quel posto.»

Si sorrisero, ma Tristan distolse subito il viso e si rifece serio. Non intendeva dargliela vinta così facilmente, doveva essere lui a sancire la tregua.

«Risolviamo» riprese Leroy. «Non avrei dovuto, d'accordo, mi hai preso alla sprovvista e baci bene. Non voglio che la nostra amicizia si rovini per questo.»

Tristan annuì col capo, guardando in basso. «Già. Nemmeno io.» Sollevò gli occhi su quelli di Leroy. «Non hai fatto niente, non è colpa tua. Sono incazzato, ma è stupido incolpare te. Fingiamo che quel giorno non sia successo nulla.»

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