Ancora più forte

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In macchina, verso lo studio, ci fu silenzio per alcuni minuti. Tristan guardava davanti, ma non coglieva nulla della strada, delle macchine, dei pedoni; nemmeno della pioggia che, fine ma fitta, ingrigiva la giornata. «Hai dormito con me?» chiese all'improvviso, rompendo quel silenzio.

«Sì. Sembri ricordare piuttosto bene le cose, per essere stato ubriaco. Lo eri o fingevi?» lo punzecchiò Leroy, senza distogliere gli occhi dalla strada. Non lo faceva mai. Da quando lo conosceva, Tristan non lo aveva mai visto spostare lo sguardo dalla strada, anche quando parlava con altri.

«Sono stato peggio. Delle cose le ricordo, quelle importanti di sicuro» e si passò le mani sulle cosce, come per stirarsi i pantaloni. «Quindi abbiamo dormito insieme.»

Leroy ebbe conferma che voleva proprio parlare di quella notte. Stava insistendo troppo. «Sì.»

«Non lo facevamo da un sacco, anche quello. Abbiamo ballato di rado, ma da ragazzini dormivamo insieme di frequente. Quando abbiamo smesso, e perché?»

«Escluse le notti in cui sei venuto da me dopo che te l'eri spassata? Perché abbiamo iniziato ad andare al college e farci grandi. Quelle cose si fanno da ragazzini, appunto, non da adulti.»

«E chi lo dice?»

«Di solito si dorme con chi si ha una relazione.»

«Io non ho relazioni con nessuno. Scopo, non ci dormo con quella gente. Nemmeno so chi siano e non mi sognerei di portarli a casa e dividerci il letto.»

«Sei sempre così galante, non vorrei mai essere uno di quei poveracci.»

Tristan premette la nuca contro il poggiatesta, guardando dal suo finestrino. «Infatti non lo sei.»

Fino allo studio non toccarono altro argomento e, una volta lì, si separarono per recarsi ognuno nel rispettivo ufficio e lavorare alle proprie cause. Leroy si spogliò, aprì la valigetta e prese quanto gli serviva, per mettersi subito al lavoro; Tristan si fermò alla terza fase. Dispose tutto sulla scrivania e rimase lì a contemplarlo, senza muovere un dito, leggere una riga, fare un solo appunto. Guardava quei fogli come se fosse sufficiente perché ne scaturissero idee, linee strategiche da adottare, soluzioni lampanti. Non riusciva a concentrarsi e non aveva alcuna voglia di farlo. Avrebbe dato fuoco a quei fascicoli e sarebbe fuggito in quel momento stesso dallo studio, da quel lavoro, da quella vita, se avesse potuto. Sospirò e si spinse indietro sulla poltrona, ruotandola verso la vetrata. Guardò la pioggia sui tetti di New York, e, per un attimo, gli sembrò bella. Odiava la pioggia. Odiava bagnarsi, scomporsi, doversi portare dietro l'ombrello. Quando pioveva era tutto più scomodo e fastidioso, ma in quel momento la sentì vicina. Simile a lui. Una sottile e silenziosa protesta che non aveva la forza o forse il coraggio di tramutarsi in temporale. Si accese una sigaretta e restò a contemplare il paesaggio cupo dinanzi a sé.

*

Si affacciò nello studio di Leroy alle due e mezzo. «Roy» chiamò, strofinando la testa su uno stipite della porta.

Lui, ancora immerso nel lavoro, sollevò lo sguardo e si tolse gli occhiali da riposo che usava quando passava troppe ore a leggere. «Dimmi.»

«Ora avrei fame. Vieni a mangiare un boccone?» Il suo tono era stanco, quasi triste.

Leroy guardò l'orologio e si accorse in quel momento dell'ora. «Certo, andiamo.» Se fosse stato solo, avrebbe proseguito a lavorare; e, se glielo avesse chiesto chiunque altro, avrebbe declinato. Ma era Tristan. Mise via i documenti, prese giacca e ombrello, e lo seguì per uscire insieme e andare a mangiare al loro ristorante di fiducia sulla strada. «Allora, combinato qualcosa?» s'informò, lungo il tragitto.

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