Al Suite

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Stavolta la scelta cadde sul Suite. L'atmosfera simile allo Stonewall Inn piacque subito a Oliver: bancone e sgabelli su un lato, panche sull'altro, luci soffuse che si muovevano in base alla musica in pista. Ma, soprattutto, gli piacque trattenersi coi ragazzi più a lungo rispetto alla prima volta per bere qualcosa tutti insieme; gli piacque avere Leroy vicino, che teneva un braccio sullo schienale dietro di lui in un gesto confidenziale; sentire i loro aneddoti su quel locale; prevedere cosa avrebbe ordinato ciascuno di loro – analcolico alla frutta per Leroy, birra per Dayton, superalcolico rinomato per Tristan.

«Certo che voi due sembrate usciti dalla stessa madre» notò Dayton. «Non bevete, non fumate, non sembrate interessati a rimorchiare... Non sarete gemelli separati alla nascita, vero? Che dici, Tris, non sono due copie?»

«Insomma» e mandò giù un solo sorso di bourbon, squadrandoli.

Leroy tolse il braccio da dietro Oliver, per incrociarli sul tavolo. «In tutta onestà, sono veramente contento di avere qualcuno che, per una volta, somigli a me. Mi serviva un inquilino con cui far squadra.»

«Pensavo la facessi con me» replicò Tristan.

«Non in quanto a bevande, locali e passatempi.»

«Magari, allora, inizierete a condividere tutte queste belle cose e anche di più, chissà» e bevve di nuovo, guardandolo con aria di sfida. Lo avrebbe strangolato con gli occhi, se avesse potuto.

«Speriamo. Ero stanco di andare in giro per mostre e spettacoli solo come uno scemo. Sempre che Oli mi voglia far da guida» gli sorrise, ricambiato.

Il fastidio di Tristan crebbe. «Sì, bravi. Andate fra pilastri e quadri di gente morta, io preferisco godermi la vita vera. A proposito, che ne dite di quel tizio con la maglia bordeaux?» e accennò col capo a un uomo seduto a due tavoli di distanza. [...] «Io vado a farci amicizia. Mi spolpa con gli occhi da quando sono arrivato. Ciao» e si alzò, per dirigersi verso l'oggetto della conversazione.

Leroy non si espresse, ma provò un fremito di rabbia. Detestava quelle serate proprio perché, prima o poi, arrivava il momento inesorabile in cui Tristan sceglieva qualcuno con cui appartarsi, e lui doveva assistere senza diritti da far valere.

«Ma non prende mai pause?» chiese Dayton, sgranocchiando dei salatini. «Davvero, non si stanca di cambiarli a ritmo continuo? Avrà visto tutti i batacchi della città. E la città è grande.»

«Day» lo riprese Leroy, già abbastanza seccato.

«Ma Oliver si deve abituare a questo linguaggio. Gli vogliamo fare da istruttori o no?»

«Istruttori?» domandò Oliver, fra l'offeso e lo stupito.

Leroy sollevò un sopracciglio. «Non dicevo per quello. Cioè, non solo, e comunque un uomo non deve per forza essere volgare.»

«Certo che sì» lo contraddisse Dayton. «E bere, fumare, rimorchiare. Ti daremo noi delle dritte, sarai un vero maschio» promise a Oliver.

Leroy si passò una mano sul volto, imbarazzato. «Ti giuro che non lo fa con cattiveria, è proprio inopportuno di suo» mormorò al ragazzo di fianco. «Crede di dire cose giuste.»

«Lo so. Sono le sue intenzioni a far fede, non preoccuparti.»

«Non vi sento, parlate più forte» disse Dayton, dall'altra parte del tavolo.

«Se tu mi istruisci su come comportarmi da uomo,» negoziò Oliver, fingendo di assecondarlo, «io però devo istruirti su cosa dire e soprattutto non dire agli uomini trans.»

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