Allo Stonewall Inn

1.1K 105 3


«Perché due macchine separate?» chiese Tristan, mentre guardava Leroy finire di abbottonarsi la camicia.

«Perché è probabile che io e Oliver non faremo tardi come voi, così possiamo tornare. Una in quattro sarebbe scomodo, ci costringerebbe ad aspettare o chiamare un taxi.»

«E perché tu con lui e io con Dayton?» Sbatteva ritmicamente la schiena contro l'armadio, con le mani unite dietro, e in quei piccoli gesti continuava a sembrare a Leroy lo stesso ragazzino di tanti anni prima contro gli armadietti della scuola, le pareti di casa nelle sere d'estate, le macchine con cui avevano iniziato a uscire appena conseguita la patente.

«Perché» e lo guardò, terminato di vestirsi, «con me è più a suo agio.»

Tristan tirò fuori le mani per incrociare le braccia. «Ci credo, lo riempi di moine e di attenzioni, nemmeno fosse un invalido.»

«Sono così con tutti.»

«...nemmeno fossero invalidi» si corresse. «Non capirò mai questo atteggiamento. Aspiri alla canonizzazione? Perché non ti sei fatto prete, se ti piace tanto salvare la gente?»

«Niente salva meglio la gente della legge, e io ne sarò fiero strumento. Ora spostati da qui, che devo aprire» disse, andatogli davanti.

Tristan lo guardò e strisciò lungo l'armadio, per piazzarsi di poco più avanti. «Ma tu ci usciresti con uno come lui?»

«Uno come lui?» Chiuse la portella e lo fissò. «Tris, odio questi discorsi.»

«Puoi anche odiarli ma sono veri, non fingiamo che sia quel che non è e non sia quel che è. Allora, ci usciresti?»

«Cosa c'entra questo, adesso?»

«È solo una domanda.»

Leroy prese fiato e tempo, ma solo per enfatizzare le parole successive. Un vizio che aveva dai tempi del liceo e che si stava portando dietro anche in tribunale. «Se mi piacesse, perché non dovrei?»

«Anche tu con la storia del "non conta cosa c'è fra le gambe ma conta il dentro"? Che sviolinata, ma chi ci crede» sbuffò, guardando in alto. «Certo che conta. Una relazione è fatta anche di sesso.»

«Ma il sesso non è fatto solo di genitali.»

Tristan si voltò verso di lui con espressione seccata. «Hai voglia di giocare all'ultima arringa? Io no, ne faccio tutta la settimana.»

«Allora non provocarmi» gli sorrise, superandolo per andare a prendere il profumo dal comò. Se ne spruzzò appena e si sistemò un'ultima volta i polsini. «Andiamo?»

«Non esci mai con noi» aggiunse Tristan, non muovendosi dall'armadio. «Oggi sì per il marmocchio, altrimenti fai cose noiose o ti vedi con gente noiosa o stai a casa.»

«Lo faccio con piacere, ha bisogno di una mano per integrarsi.»

«Non è un uccellino che deve imparare a volare, e tu non sei sua madre.»

Leroy lo studiò con attenzione. «Non sarai geloso, mi auguro.»

«Di lui? Per favore. Cerco solo di capire perché tanta apprensione. Bernard te l'ha raccomandato? Ti fa pena? Sei un suo parente segreto? O forse ti intriga questa cosa, che sotto sia femmina?»

«Tris, cerco solo di dargli una mano come farei per chiunque. Non mi costano niente queste piccolezze.»

«Con noi non esci» ripeté, indispettito.

Era ancora quel ragazzino lamentoso di tredici anni prima, e Leroy vi rispose come tale. «Perché odio il casino, i locali, la roba che gira. Lo faccio perché si senta a suo agio, null'altro. Poi smetterò e tornerò a fare il nonnetto, magari vorrà restare qui con me, chi può dirlo. Giocheremo a dama, mentre tu e Day ve la spasserete» e andò alla porta, aprendola. «Io vado.»

Lexington AvenueDove le storie prendono vita. Scoprilo ora