25. Faccia a faccia

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Avevo raggiunto l'albero di Nerju ed ero in attesa. Non sapevo come avrei reagito rivedendolo dopo tre anni passati a odiarlo, a scacciare ogni ricordo felice. Dimenticarlo era stato impossibile, tuttavia mi ero imposta di non cedere più alle emozioni che mi suscitava, al dolore, alla sofferenza dell'umiliazione. Poi era arrivata la verità.

Nel momento in cui misi al corrente Heréin che non mi avrebbe accompagnata, calò sul suo volto una maschera di freddezza e distacco. Non lo avevo mai visto in una tale veste, tuttavia dovetti ammettere che esprimeva in modo prepotente la sua regalità. Percepii la gelosia che celava con una chiarezza disarmante. Nonostante ciò gli fui grata di non averla palesata, di essersi sforzato di nasconderla e di avermi dato fiducia. In fondo avevo vissuto dodici anni con Kéraj, era impensabile che ciò non lo toccasse.

Guardai la mia immagine riflessa nell'acqua e l'attenzione ricadde sui capelli. Dopo il giorno in cui pensai veramente di farla finita, schiacciata dal dolore e dalla solitudine che mi avevano sopraffatta inaspettati, decisi di cambiare e partii da loro. Il biondo scuro cedette il passo al nero corvino... ironia della sorte. Peccato che soltanto in quell'istante potei coglierla e sorridere al pensiero. I boccoli ribelli li domai con una stiratura permanente e così non vi fu più traccia della chioma ribelle di quand'ero bambina. Niente mare, niente sole e la pelle tornò ben presto al suo candore. Il contrasto bianco e nero che avevo scelto per me era emblema di ciò che serbavo nell'anima, lontano da tutto e tutti.

Il rumore di qualcuno che si schiarì la voce mi strappò alle riflessioni pressoché inutili a cui mi ero abbandonata. Girai di scatto il viso e i miei occhi si piantarono sui suoi, incatenati senza scampo, mentre il respiro mi si mozzò di netto.

«Ciao, principessa.»

La sua voce era più roca, profonda, ma nei suoi occhi lessi una tristezza sconfinata del tutto nuova. Schiusi le labbra senza riuscire ad articolare alcun suono e lui accennò un sorriso sghembo. Mi accorsi di come sembrasse invecchiato d'un colpo, a dispetto delle volte in cui gli era stato detto di dimostrare meno anni di quanti ne avesse. Alcune rughe gli solcavano la fronte, un tempo liscia e perfetta, e una barba incolta gli velava mento e mandibola.

Silenzio.

Solo questo sembrava poter regnare tra noi.

Notai il modo in cui mi squadrò da capo a piedi, risalendo per soffermarsi sul mio viso.

«Chris...» Scossi la testa con forza. «Kéraj».

«Sì, è quello il mio nome», confermò riproponendo un sorriso più ampio e malinconico. «Ho pensato tante volte a come sarebbe stato sentirtelo pronunciare e ora, invece, mi accorgo di preferire l'altro. Puoi chiamarmi...»

Non lo feci finire. Scattai verso di lui e lo abbracciai, cingendogli il torace con le braccia, almeno per quanto mi era possibile. Anche la sua massa era diversa, più possente. In effetti, da quanto ero riuscita a cogliere dal racconto di Heréin, doveva essere un guerriero e doveva aver passato quei tre anni a combattere. Sussultai quando ricambiò l'abbraccio e non potei impedirmi di versare qualche lacrima. Mi infastidì il non riuscire a trattenermi, soprattutto mi detestai per aver pianto ancora per lui.

Serrai i pugni ghermendo il mantello che lo copriva e inspirai a fondo.

«Non vorrei chiamarti in alcun modo», sibilai con la faccia premuta sul suo petto. «Ma non avendo scelta ti chiamerò col tuo vero nome, Kéraj».

Marcai l'aggettivo, mentre il caos dentro di me cominciava a trovare ordine. La rabbia prese a mutare forma, forse anche essenza, sicché da fuoco divenne ghiaccio; in entrambe le forme bruciava, tuttavia la seconda mi concesse una lucidità nuova e priva di qualsiasi pietà.

Nero Corvo 🔒Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora