Conquistarsi Day

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Tristan fu di parola.

Oliver avrebbe capito presto che, al di là del suo carattere capriccioso e minimalista, era anche determinato. E quando si metteva una cosa in testa, si impegnava nel portarla a termine. In quella stessa settimana fece arrivare i materiali e, sebbene Tristan non glielo avesse chiesto espressamente, Oliver si offrì di aiutarlo. «Mi diverto» gli disse. «E poi ci metto poco.»

Era bastata qualche ora per apportare le piccole modifiche alla camera. Mentre Oliver montava scaffali e sostegni modulari da inserire nell'armadio, Tristan spostava il mobilio e i vestiti a mano a mano che si creava nuovo spazio per ospitarli. Terminarono per cena, e il risultato strappò ammirazione anche agli altri membri della casa.

«Ora va meglio» si compiacque Tristan. «Respiro.»

«Davvero un bel lavoro» si complimentò Leroy. «Bravi.»

Oliver ne era lusingato, ma tenne comunque a ridimensionare il proprio contributo. «Non abbiamo fatto niente di che. Solo qualche mensola e qualche spostamento.»

«D'accordo, ma l'effetto è di impatto. Sembra più spaziosa e, se Tris è contento, vuol dire che in quell'armadio è tornato a regnare l'ordine.»

Tristan sbuffò. «Era già ordinato. Solo sovraffollato.»

Leroy rise e diede una pacca a lui e una a Oliver. «Bello, mi piace.»

«Anche a me» ammise Tristan. «Bene. Si mangia. Vero che si mangia, Leroy?»

«Mai che cucini tu. Dov'è il sangue italiano?»

«Perso. Per fortuna.»

«Anche razzista» constatò, avviandosi. Oliver lo seguì solo per scivolare nella sua camera, mentre Dayton restava con Tristan.

«E tu che fai ancora qui?» gli chiese questi. «Vuoi una foto?»

«Se la cava.»

«Sì» e lo guardò con sospetto. «Come mai non hai commentato? Sei silenzioso, devo preoccuparmi?»

Dayton incrociò le braccia. «Solo ho notato che il nanerottolo mi evita. Se siamo entrambi in casa, non esce dalla sua camera, o se arrivo e lo trovo in sala, dopo poco si dilegua. L'altro giorno l'ho beccato che guardava una partita di rugby. Rugby!»

«Cioè quello sport con la palla appuntita?»

«Sai che voglio dire.»

«No. Ed è meglio per te che non lo racconti all'uomo dalle camicie rosa, o si incazzerà.»

Dayton emise un suono spazientito. «Guardava la partita in sala, ma dopo qualche minuto dal mio arrivo, se n'è andato nella sua camera. Non so, mi è spiaciuto. Sono stato così odioso?»

«Parecchio.»

«Grazie. Certo che non brilli per le tue capacità consolatorie.»

Tristan sollevò le sopracciglia in un'espressione quasi incredula. «Perché dovrei consolarti? Sei stato stronzo, è vero. Mentirei nel dire il contrario o minimizzarlo. A nessuno piace essere giudicato.»

«So che significa essere al centro di pregiudizi, però sono cose diverse.»

«No, non lo sono. Discriminare qualcuno perché grasso o qualcuno perché nero ha alla radice la stessa stupidità. E riservare ad altri il trattamento che si subisce è proprio da stronzi. A te, comunque, che ha nelle mutande non dovrebbe interessare.»

«Lo so. Non ce l'ho con lei. Lui. Lei-lui o quel che sia, solo...»

«Lui» lo corresse.

«Insomma, mi fa strano, mi mette a disagio. È una colpa? Non posso farci niente.»

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