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"Voi conoscerete la verità, e la verità vi renderà folli."
A. Huxley

Charlotte

Due mesi prima

Con i palmi delle mani sudaticci a causa del nervosismo, tentai di allisciare il tessuto ormai raggrinzitosi della camicia che indossavo. Tirai i lembi con forza, sbuffando non appena mi resi conto che le pieghe fossero ancora lì. Alla fine, mi arresi e, non trovando nessun'altra scusa con la quale temporeggiare, presi un profondo respiro e bussai contro la porta della casa dei miei genitori.

Il tutor al braccio continuava a darmi fastidio; avrei voluto toglierlo, ma il dottore mi avrebbe sgridata per bene, se l'avessi fatto davvero.

La porta venne spalancata e, davanti a me, vidi mia madre. Il suo sguardo si addolcì subito alla mia vista.

«Tesoro», disse a mo' di saluto.

«Ciao... mamma», mi sforzai di rispondere. Era ancora strano, per me, chiamarla in quel modo. Ormai sapevo la verità: lei non era la mia vera madre, proprio come mio padre non era realmente mio padre. Tuttavia, non mi sentivo in grado di chiamarla in altri modi. In fin dei conti, erano pur sempre i miei genitori. Non biologici, certo, ma mi avevano cresciuta come se fossi veramente loro figlia.

Mia madre, che si era accorta della mia titubanza, arricciò le labbra in un'espressione di delusione così palese che mi si strinse il cuore. Ciononostante, si scostò appena per farmi passare e, senza attendere oltre, la oltrepassai ed entrai in casa.

Nei mesi precedenti ero stata così occupata da altre cose, da aver addirittura dimenticato quanto fosse confortante il luogo in cui ero nata. O, per meglio dire, il luogo in cui ero stata portata dopo la mia nascita, dato che non avevo ancora la minima idea di dove fossi davvero venuta alla luce.

«Siediti, tesoro», esordì cauta mia madre, indicandomi il salotto.

Annuii poco convinta ed avanzai verso il tavolo; presi posto su una delle tante sedie libere e mi guardai intorno. Possibile che, durante tutta la mia esistenza, non mi fossi minimamente resa conto che quel luogo non mi appartenesse?

«Vuoi una tazza di tè? O di caffè?»

Sollevai gli occhi per guardare mia madre. «No, grazie. Non ho molto tempo, in realtà.»

Fece un cenno con la testa e si sedette di fronte a me; in precedenza, il suo posto era quello vicino a me, ma immaginai che volesse in qualche modo procedere con una certa cautela. Non avevamo avuto modo di discutere, mentre ero ricoverata in ospedale. Mio padre aveva insistito affinché lei non esagerasse ed ero quasi sicura che le avesse chiesto, senza tanti giri di parole, di non dirmi niente. Lui preferiva mantenere il silenzio, proprio come, d'altronde, facevano tutti gli altri.

Ma mia madre no. Lei, non appena si era resa conto quanto fossi in effetti avvilita da quella situazione, mi aveva promesso che mi avrebbe dato delle risposte.

«Perché non me l'avete mai detto?» chiesi tutto d'un fiato, rompendo così il silenzio tombale che era calato in quella stanza.

Gli occhi scuri di lei si bloccarono sul mio viso. Poggiò le mani sul tavolo, strette tra loro, dopo aver spostato una ciocca di capelli castani che le copriva il viso. «Charlotte, ci sono stati dei giorni in cui avrei voluto dirtelo, ma, al momento della tua adozione, la CIA ha costretto me e tuo padre a firmare un accordo di silenzio. I tuoi documenti sono stati falsificati nel momento stesso in cui sei arrivata a Boston, ventiquattro anni fa. Hanno fatto risultare che sei nostra figlia biologica; hanno perfino creato false documentazioni riguardo il mio presunto parto. Quando ti abbiamo adottata, siamo scesi a compromessi con loro che non avrebbero interferito con la nostra vita di famiglia se io e tuo padre avessimo accettato di non raccontare mai niente.»

Doctor Dream 2 Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora