Conquistarsi Tris

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Tristan sospirò ancora una volta. Era stanco, svogliato e indispettito. Sarebbe uscito volentieri a fare due passi, ma se avesse rimandato ancora, non avrebbe più terminato di sbrigare quelle pratiche. S'impose di non distrarsi e riuscì a resistere alle successive battute di Dayton, al rumore di pulizie e stoviglie, anche al rientro di Oliver, poco prima di pranzo. Non sollevò gli occhi dallo schermo nemmeno per lui.

«Ciao» li salutò questi, timidamente.

Tristan non rispose, Dayton lo fece urlando e Leroy sporgendosi e sorridendo. Lo videro con dei cartelloni arrotolati sotto un braccio e delle buste nell'altra mano.

«Bisogno di aiuto?» s'informò Leroy.

«No, niente di che, porto tutto in camera.»

Dayton si avvicinò, incuriosito. «Che roba è? Già progetti? Sei al primo mese di corso.»

«Solo materiali che ci serviranno. Sto prendendo tutto quel che ci vorrà nelle prossime settimane e allestisco la camera.»

«Quindi ti metterai a fare anche disegni e modellini tridimensionali?»

«Beh, non subito, ma sì» rispose, in imbarazzo di fronte a tante attenzioni. Per una volta era sollevato che almeno Tristan lo ignorasse. «Lascio tutto in stanza» e si avviò. Collocò i suoi acquisti nei rispettivi posti, buttò gli incarti e si sedette sul bordo del letto a esaminare un cofanetto di matite da disegno che aveva amato all'istante. Già immaginava i disegni che ci avrebbe fatto. In realtà si rimproverava di avere riempito la camera di tutte quelle cose col rischio poi di dover di nuovo traslocare, ma, se non si fosse circondato di quegli oggetti, si sarebbe sentito ancora più solo, e l'istinto di fuggire da quella casa avrebbe prevalso. Non voleva scappare, ma non voleva nemmeno stare dove non era desiderato.

«Toc toc» lo destò Leroy, sulla porta. «Posso?»

«Certo.»

Leroy entrò in camera e si girò su se stesso, emettendo un fischio: il mobilio era stato spostato, erano apparse delle tende avorio abbinate a un tappeto e ad alcune cornici che ospitavano foto di palazzi moderni o neoclassici. C'erano più mensole, libri, oggetti, perfino il tavolo da disegno da architetto e, tuttavia, la stanza continuava a sembrare spaziosa come prima. «Caspita, ma hai spostato i mobili?»

«Sì. Posso, vero? Non ve l'ho chiesto, ma forse dovevo.»

«No, no, è camera tua. Mi piace così, sembra più spaziosa. E le tende? Che tocco di classe. Belle, avorio. Vedo che ti stai già attrezzando degli strumenti del mestiere» constatò, notando piccole cassettiere e custodie in cui, immaginava, Oliver tenesse degli strumenti tecnici.

«So che sono frettoloso, ma ho bisogno di circondarmi degli oggetti che amo. Mi fanno star bene, scaldano gli ambienti. Non sono solo cose materiali come pensano tutti, a volte fanno compagnia.»

Leroy lo guardò con tenerezza. Era dell'opinione che la compagnia dovessero farla le persone, ma poteva capire bene Oliver. A lui bastava avere Tris nei paraggi per sentirsi a casa, anche in mezzo al nulla, ma c'erano oggetti ai quali era affezionato – alcuni regali di sua madre e altri proprio di Tris. «Lo comprendo, amo anche io circondarmi di enormi tomi, ma ho solo quelli e non sono belli come le tue cose» e si sedette vicino, sul letto. «Mangi con noi?»

«No, grazie, mangio più tardi. Ho fatto colazione prima di uscire, poco fa.»

«Puoi mangiare cosa vuoi. Dai, vieni.»

«No, davvero. Grazie.»

Leroy lo studiò. «Mi è parso che il pranzo di ieri sia andato bene.»

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