Conquistarsi Roy

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Quando Leroy e Tristan rientrarono a casa, non trovarono nessuno, almeno a prima vista.

«Saranno usciti insieme?» ipotizzò Leroy, quasi sperandoci. «Magari per bere qualcosa e stringere amicizia.»

Tristan scoppiò a ridergli in faccia. «Che ingenuo! Ma figurati, Day sarà con uno dei suoi due grandi amori, e il marmocchio boh. Forse con qualche simile.»

«Tris» e inarcò un sopracciglio.

«Scherzo» ritrattò, alzando le mani e indietreggiando fino all'attaccapanni. Lasciò il soprabito e andò a sprofondare nel divano.

«Non volevi andare a letto?»

Tristan chiuse gli occhi e reclinò la testa. «Ci vado subito, ho bisogno di un posto morbido dove rilassarmi qualche momento.»

Leroy lo lasciò stare e andò a farsi una doccia; ma, quando ne uscì un quarto d'ora dopo, lo trovò dove l'aveva lasciato. Solo che non era più seduto – si era steso e si era coperto gli occhi con un avambraccio. Dal respiro profondo, Leroy capì che era addormentato. «Tris» chiamò sottovoce, più per sondarne lo stato di coscienza che per svegliarlo davvero. Non ottenne risposta e, per un attimo, pensò di destarlo per farlo andare in camera a riposare; ma Tristan si era messo comodo – camicia sbottonata, cinta allentata, niente scarpe. Avrebbe dormito bene anche lì e Leroy non volle disturbarlo. Andò a prendere una coperta da mettergli sopra e, anche se il suo istinto primario fu quello di prendere posto vicino a lui, alla fine si ritirò nella sua stanza.

Lesse per un'oretta, distraendosi di tanto in tanto per qualche rumore che gli facesse supporre il rientro di un inquilino o lo spostamento di Tristan. Conoscendolo, era probabile sarebbe prima passato da lui a lamentarsi per non averlo svegliato e per averlo lasciato dormire sul divano, ma ogni volta si sbagliava. Da come lo aveva sentito respirare, doveva essere caduto in un sonno profondo. E lo capiva. Era stata una settimana sfibrante per tutti e due, usciti ogni sera all'ora di cena. Ripose il libro sul comodino, spense la luce e si girò su un fianco per addormentarsi.

*

Era certo, conoscendo Tristan e Dayton, che sarebbe stato il primo ad alzarsi, quel sabato mattina; invece, una volta in sala, scoprì Oliver a un angolo del bancone, in silenzio, con una tazza davanti e un pacco di biscotti da cui sembrava mancarne solo un paio. Provò una sensazione di sollievo nel trovarlo lì, e gli andò incontro sorridendo. «Buongiorno» lo salutò sottovoce, essendo Tristan ancora addormentato sul divano nel salotto di fronte. «Pare che adesso ci sia qualcuno più mattiniero di me, in questa casa.»

«Ciao. Come mai Tristan è lì? È rientrato stanotte?»

Leroy si sedette vicino. «No, era con me, ma si è poggiato un momento e ci è rimasto. Secco.» Gli sorrise, ricambiato fugacemente. «E tu? Non eri uscito, ieri?»

«No, ero a casa, ma ho spento presto, attorno alle dieci.»

«Stanco anche tu?»

«Settimana pesante» ammise, tralasciando che il vero peso di quei giorni era stato proprio quanto accaduto fra loro. «Università e trasferimento, spese varie, sistemazione nella casa. Sì, stanco.»

«Lo è stata per tutti, anche noi siamo spolpati. Per il resto, tutto bene? Bisogno di niente?»

«Sto bene, grazie.»

«Noi dovremmo far spesa. Ti aggreghi? Di sicuro avrai bisogno di altre cose.»

Oliver scosse il capo. «Sono a posto.»

«Abbiamo le macchine, non è un problema.»

«Davvero, non ne ho bisogno. Comunque ti ringrazio.»

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