La vecchia Lex

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Oliver mangiò in un fast-food in zona, poggiato contro il vetro. Aveva scritto a Natalia pur sapendo che lei era impegnata, ma ci aveva provato ugualmente. Magari, per qualche imprevisto, lei era disponibile a vedersi o si era liberata prima; ma non era successo. Aveva pensato anche di chiamare Ryan, ma sapeva come avrebbe reagito se gli avesse raccontato quanto successo: lo avrebbe ripreso per aver scelto la casa con quei ragazzi, per aver creduto di essere accettato, per avere insistito in quel proposito declinando la sua proposta di appoggiarsi a lui o al più di trovare casa con altri transgender. E in quel momento non aveva bisogno di essere biasimato. Mangiò la sua insalata mista e temporeggiò leggendo articoli tramite telefono, finché non fu interrotto da un messaggio di Leroy che lo invitava a tornare perché avevano sistemato tutto; ma non ebbe alcuna fretta di farlo. Non provava più la voglia di avvicinarsi a loro, forse era stato ingenuo a sperarci. Sapevano di lui e questa cosa aveva minato ogni possibile equilibrio. Sentiva che non sarebbe rimasto in quella casa a lungo. Così svaniva la speranza di fare amicizia con loro e stabilirsi lì, ma del resto gli era sembrato andare tutto troppo bene per essere vero o durare. Non poté fare a meno di chiedersi se, pur vivendo finalmente come voleva, sarebbe sempre stato tutto così faticoso: trovare una casa, avere degli amici, farsi accettare, senza pensare alle cose più importanti come il lavoro o una relazione. In quel momento, tutto gli sembrò impossibile e il traguardo raggiunto in quei mesi una cosa banale e inutile.

Non lo avrebbe raccontato a Kim né a sua madre. Non intendeva intristirle o preoccuparle. Avrebbe aspettato di vedere come fossero andate le cose e, in caso di nuovo trasferimento, avrebbe raccontato di aver trovato un posto ancora più adatto. Ammesso che sarebbe successo. A quel punto, forse, avrebbe dovuto dire da subito agli inquilini la verità per evitare nuovi attriti come quello recente. Era stato umiliante a sufficienza.

Pagò la cena e uscì, ingannando il tempo con una passeggiata per Manhattan. Si fermò in libreria, fece un giro sulla costa e vagabondò per le strade del quartiere, senza allontanarsi troppo da Lexington Avenue. Pensò che, probabilmente, si sarebbe trasferito altrove e quel feeling a pelle con il quartiere sarebbe andato perduto. 

Rientrò per le dieci, trovando Leroy al tavolo della sala, che alzò lo sguardo. Si salutarono con un cenno. Oliver avrebbe volentieri evitato ogni discorso, in attesa solo del responso finale, ma Leroy no. Infatti si alzò per andargli incontro.

«Bentornato. Hai cenato?»

«Sì, grazie. Tu sei solo?»

«Sì, i ragazzi sono fuori. Senti, per quanto successo...»

Oliver lo fermò con un cenno. «Dimmi solo se devo andarmene, non c'è problema.»

«No che non devi. Dayton è un po' fastidioso, a volte, ma non è un cattivo ragazzo. Sul serio. Ha qualche resistenza su cui si può lavorare.»

«Non voglio e non è mio interesse lavorarci. Dovrebbe lui, è un problema suo. Comunque non voglio si creino attriti a causa mia. Sul serio, se aveste cambiato idea, basta dirlo.»

Leroy sospirò, come fosse un modo per chiedere scusa. «No. Davvero. Possiamo darci tutti quanti una possibilità, come fanno gli altri gruppi di coinquilini? Non c'è niente di diverso in noi quattro.»

A parte che uno è transofobo e uno è trans? fu sul punto di chiedere Oliver, ma desistette. Si sforzava sempre di non scappare al primo cenno di resistenza che incontrava negli altri, di insistere, di combattere. Anche se non era la sua indole. Lui si allontanava per istinto quando sentiva di non piacere a chi aveva davanti. «D'accordo.»

«Fantastico» sorrise sollevato Leroy. «Ti sei sistemato, hai fatto le prime compere?»

«Direi di sì. Qui intorno c'è davvero tutto, è una gran posizione.»

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