Solo una possibilità

1.4K 124 9

Dayton guardò l'orologio: segnava le dieci. Stando a quanto dettogli da Leroy, il nuovo inquilino sarebbe arrivato a momenti. Dopo aver ricevuto raccomandazioni più simili a rimproveri alle quali Tristan aveva assistito con ilarità, aveva promesso di non essere inopportuno e fare attenzione alle parole, ma non poteva garantire di essere amichevole. Quella situazione gli stava già scomoda. Odiava aver saputo la verità dopo aver scelto l'inquilino, odiava essere l'unico a disapprovare Oliver, odiava non essere capito né rispettato per questo. Era una sua opinione e, come tale, nessuno aveva il diritto di contestarla né di giudicarla.

Quando il citofono suonò, lasciò il portatile al quale stava lavorando per una presentazione e andò ad aprire. Attese presso la porta e lo fece entrare, studiando ogni gesto con cui Oliver portò dentro i suoi bagagli. «Ti serve una mano?»

«No, grazie» declinò, depositando le sue cose. «Sei solo?»

«Sì, Leroy e Tristan sono al lavoro. Queste sono le tue chiavi» e gli consegnò il mazzo. «Benvenuto.»

Oliver gli sorrise, ignaro del fastidio che provocava in Dayton. «Grazie. Allora posso andare?»

«Certo, è camera tua, adesso.» Lo guardò portare le sue cose verso la stanza, e lo seguì con occhi diffidenti. Cercava ogni minima traccia – un gesto, una movenza, un dettaglio fisico – che tradisse il suo genere di nascita. Ora che ci parlava sapendo la verità, lo guardava con occhi diversi, e non aveva più la stessa impazienza di farci amicizia. «La stanza è pulita» ci tenne a dirgli. «Leroy l'ha fatta sistemare per bene, non devi fare altro che disfare i bagagli e metterti comodo. Hai solo queste cose?»

«Solo?»

«Beh, non tanta roba.» Riuscì a trattenersi all'ultimo momento dallo specificare "per una donna".

«Sono le cose più importanti, mi farò mandare il resto.»

«Allora ti lascio sistemare. Se hai bisogno di qualcosa, sono di là. Ah, prima che mi dimentichi: ognuno di noi ha le proprie cose in un bagno specifico. Roy e Tris dividono quello nero, puoi mettere la tua roba nel blu, con me. Tutti gli spazi liberi sono a tua disposizione.» Tornò in sala al suo lavoro, conscio che, in altre circostanze, sarebbe rimasto volentieri a socializzare col nuovo membro della casa, magari sedendosi sul suo letto e riempiendolo di domande per iniziare a conoscersi; ma non ne aveva voglia. Non gli interessava e voleva evitare di combinare guai con una parola fuori posto.

Rimasto solo, Oliver iniziò a disfare i bagagli. Sistemò i vestiti nella cassettiera e nell'armadio, alcuni testi nella libreria, il portatile, gli effetti personali nel bagno, qualche foto sull'ampio pannello al muro. Osservò la stanza ancora una volta, immaginando come sfruttarne gli spazi per eventuali modelli e ripiani di lavoro. Non aveva sperato di averla, ancora non gli sembrava vero. Uscì poco dopo, per andare a fare la sua prima spesa, e Dayton gli diede le indicazioni per il supermercato più vicino.

«Se vuoi ti accompagno» si offrì.

«Non ce n'è bisogno. Grazie, a dopo.»

Dayton lo spiò fin quando non lasciò l'appartamento. A vederlo, non avrebbe sospettato niente. A parte la corporatura esile e la voce più acuta, Oliver non esibiva le caratteristiche che si sarebbe aspettato in una donna – i tanti bagagli, la loquacità, l'accettare al volo la prima offerta di aiuto nelle spese. In quelle cose non era affatto femminile. «Se non altro, recita bene» osservò Dayton, tornando al suo progetto.

***

Oliver scoprì che Lexington Avenue, nel cuore di Manhattan, era provvista di tutto e c'era scelta per ogni disponibilità economica. Non smetteva di disperdere lo sguardo fra le cime dei grattacieli, grigi eppure pieni di vita, che di notte diventavano colossi brulicanti di luci. Amava immaginare le centinaia di persone, famiglie, amici e amanti che li animavano all'interno. Era una strada antica, ricca di storia, che aveva visto grandi costruzioni ergersi e gente arrivare da paesi lontani, sperare, piangere e gioire nel tentativo di realizzare i propri sogni. Gli sembrava che New York – e quella strada in particolare – incarnassero la diversità di chi ci viveva, affiancando costruzioni immense ad abitazione modeste, quasi spaurite; che mescolasse i colori freddi ai caldi in un tumulto paragonabile a quello umano, un calderone di etnie e diversità che riviveva anche nei palazzi. E lui amava quel caleidoscopio di sfumature e dimensioni, quella ricchezza, quella varietà in cui essere diversi sembrava l'unico modo di essere normali.

Lexington AvenueDove le storie prendono vita. Scoprilo ora