XI-Il mio nome è...

27 5 1

"Peccato che a me piacerebbe davvero vivere nelle luce"

In giro lo dicevano tutti ormai, Simone l'aveva appena invitata ad un appuntamento. Lei, che era considerata quella strana, la lunatica della quinta C, colei che era sempre da sola. Ciò aveva ovviamente fatto discutere e non poco il cosiddetto "Club delle Pupe". Tutte le ragazze più fighe, più venerate, vi erano dentro ed ovviamente erano loro a gestire i pettegolezzi. Lei invece ne era rimasta sconvolta, non se l'aspettava. Era già tanto se era riuscita a bofonchiare un timido "Sì!". Non sapeva perché il ragazzo più popolare della scuola, il ragazzo dei suoi sogni, la avesse invitata ad uscire. Però a lei non le importava, era troppo felice.
Nell'autobus per tornare a casa strinse a sé Cherry e sorrise. Era un sorriso leggero, ma per una come lei significava tanto, infatti pochissime persone possono dire di averla vista fare anche solo una minima espressione facciale. Prese le cuffie dallo zaino e ascoltò la sua canzone preferita: "Il Comico" di Cesare Cremonini. Molti possono giudicarla vecchia, ma per lei quella canzone le entrava dritto nel cuore, la poteva capire dove nessun altro ci riusciva. Poi si distese e cominciò a guardare fuori dal finestrino, immaginandosi di correre velocemente, librandosi nell'aria, respirare la libertà da quella realtà che solo fino ad ora le stava dando una piccola gioia. Aveva diciotto anni ormai e non aveva mai vissuto pienamente, non aveva amici, quindi mai uscita di casa, e mai ha ricevuto lodi o apprezzamenti da parte di qualcuno, specialmente in ambito amoroso. Inoltre di suo era molto timida e riservata, e dalla morte della madre dieci anni fa, non riusciva più a parlare con nessuno, si esprimeva al massimo a monosillabi. Così era facile bersaglio di scherno per i compagni di classe che la tormentavano continuamente, le davano nomignoli assurdi e ridicoli e soprattutto le ridevano alle spalle in continuazione. Il bus ci mise mezz'ora a raggiungere casa sua, come al solito, intanto lei si era già riempita la testa di idee e probabili futuri da questo appuntamento. La sua casa era molto semplice, faceva parte di una serie di quattro case a schiera, con un piccolo giardino abbastanza spoglio e incurato. Le finestre e la porta erano sempre chiuse dalla mattina alla sera, indipendentemente se ci fosse qualcuno o meno al suo interno. Così voleva suo padre e lei non poteva farci niente. Rimise le cuffie nello zaino, si tenne stretto Cherry e percorse quel piccolo tratto di vialetto che conduceva alla porta d'entrata d'entrata. Bussò tre volte e dopo aver aspettato cinque minuti nessuno rispose, a quanto pare suo padre era a lavoro. Non sapeva che lavoro facesse suo padre, ma aveva orari strani, delle volte andava via la mattina e tornava la sera, altre volte invece se ne stava via tutta la notte tornando il giorno dopo. Per questo non se ne preoccupò minimamente, se le era sempre cavata da sola, aveva imparato a cucire, lavare e stirare i panni, cucinare e molto altro, lei non aveva bisogno di nessuno. Tirò su il terzo sasso dalla sinistra della porta e prese le chiavi nascoste. Le inserì nella serratura, girò ed entrò in casa. Appena aprì la porta un forte odore di chiuso pervase le sue narici, ma non fece alcun tipo di reazione, tanto vi era abituata. Accese le luci, si tolse le scarpe ed entrò immediata in camera sua. Era molto piccola come stanza, e non è mai cambiata di una virgola da quando lei aveva ancora quattro anni. La camera era composta da un armadio in legno, pieno forse più di cianfrusaglie varie che di vestiti, un letto abbastanza disordinato e una piccola scrivania, con un bellissimo specchio in argento sopra. Buttò lo zaino nel letto, appoggiò Cherry nella scrivania e si sedette di fronte allo specchio. Si abbassò per aprire uno dei cassetti della scrivania per tirare fuori l'ultima cosa che avrebbe mai potuto pensare, la borsa dei trucchi di sua mamma. Dopo la morte di quest'ultima, era passato automaticamente a lei, ma non aveva mai avuto il coraggio di prenderlo e usarlo. In parte per paura, altre perché lei stessa non si riteneva degna di cure e attenzioni e lo specchio che aveva davanti le dimostrava molto bene questo fatto. Il suo viso era bianchissimo, non prendeva mai sole in effetti, usciva di casa solo per andare a scuola, i suoi occhi verdi lucenti erano in contrasto con un rossore e una scavatura negli occhi, tipico di chi passa le notti a piangere e i suoi capelli rossi, di un rosso molto scuro, scendevano incasinati lungo le sue spalle, inoltre la frangia non era minimamente curata, coprendole quasi tutta la fronte fino alle ciglia. Si guardò con leggero disgusto e tentò di voler perdere lo sguardo lungo gli intarsi a forma di serpente nella cornice dello specchio, ma fece un bel respiro e cominciò a preparsi. Si legò la ribelle chioma con un laccio, aprì la borsa dei trucchi e tirò fuori il necessario. Era piuttosto imbranata nel mettersi i vari trucchi ma dopo diversi tentativi riuscì a ottenere un lavoro abbastanza decente, ora mancava solo una cosa. Andò in bagno, si sciolse la chioma e tirò fuori la piastra. I capelli leggermente ricci e ribelli erano ormai la sua firma, ma oggi era diverso. La piastra lisciò i suoi capelli con un'incredibile facilità, la chioma ribelle veniva domata, trasformandosi in una lucente cascata di capelli rossi. Era pronta. Guardò l'orologio, mancavano sei minuti. Tutta eccitata, si alzò e cercò un ottimo vestito da mettersi in mezzo alla catasta di abiti sopra il letto. Decise di seguire il suo stile, così si mise una maglietta leggermente scollata nera, e una gonna violacea contornata da un blu notte. Guardò Cherry, ancora seduto, e gli sorrise. Non sapeva se portarlo o meno, ma dopo la morte della madre, lo portava sempre con sé. A scuola molti la giudicavano per questo, in fondo portarsi un peluche appresso a quell'età non era normale, ma lei non li badava mai. Non sapeva cosa avrebbe fatto se fosse successo qualcosa a Cherry. Ormai era la sua unica guida in quel mondo per lei completamente buio. Così dopo qualche secondo di titubanza, lo prese in braccio e si diresse verso la porta. Prese il suo capello preferito, un berretto invernale completamente nero e anonimo. Si coprì quasi interamente la testa, tranne per la fronte. Prima di partire definitamente fece una prova di carico e possibili sorrisi che avrebbe potuto sfoggiare. Le ci vollero due minuti,ma alla fine optò per un sorriso semplice, ma tenero. Non voleva dare nell'occhio, ma voleva sembrare carina, in fondo era sempre un appuntamento, che però avrebbe potuto cambiare la sua vita. Fece tre respiri profondi e uscì di casa. Doveva raggiungere la palestra in quattro minuti, e purtroppo non aveva mezzi per andarci. Non si fece intimorire, mise Cherry in spalla e cominciò a correre. Non era una cima in educazione fisica, infatti aveva sempre difficoltà a correre per tanto tempo, di solito durava massimo massimo tre minuti e mezzo, per poi cadere a terra con il fiatone. In questo caso non si fermava un attimo, aveva una meta precisa e un orario, non poteva fallire. I capelli appena piastrati svolazzavano al vento lasciando dietro una scia di profumo dolce e allo stesso tempo pizzicante. Raggiunse la palestra in tempo. Era la palestra vecchia, ormai abbandonata, si diceva essere un luogo infestato, ma anche un ritrovo per bande e piccioncini avventurosi. Si congratulò con se stessa, è tentò di recuperare fiato in fretta, dopo di che entrò. Era tutto calmo e tranquillo, forse Simone doveva ancora arrivare. Si sedette sugli spalti, era ancora scossa per lo sforzo di prima. I minuti passarono lenti, finché la porta si aprì. Lei era tutta felice, finalmente aveva una relazione. Abbracciò forte Cherry e corse incontro al visitatore. Il sorriso si spense subito. Simone c'era ma non era da solo, c'era tutta la sua compagnia e se la stavano ridendo.
-Ecco qua la Lunatica!- esclamò Simone, seguito a ruota dalle risate dei suoi compari -Non pensavo fossi talmente ritardata da venire, eh Lunatica?-. Lei non riusciva crederci, le stava venendo da piangere, beffata ancora dal destino, lei non meritava la felicità. -Ora faremo un gioco noi due e i nostri spettatori- le sorrise, un sorriso beffardo, malvagio. Si avvicinò a lei e tentò di accarezzarle una guancia, ma lei si ritirò in fretta. -Però come siamo severi oggi- altre risate, -vediamo se questo è più per gente come te-. Fu un attimo, Simone alzò la mano e con uno schiocco che rimbombò su tutta la palestra, le mollò uno schiaffo. Cadde con il sedere a terra, le lacrime le rigarono il volto e scendevano copiosamente in silenzio, si strinse a Cherry più che poteva.
-Così non va, Lunatica! Prendetela e tenetela ferma!- i suoi amici non se le fecero ripetere, si avvicinarono a lei e a malo modo la separono dal peluche e le tennero le braccia e le gambe ferme, con il viso rivolto verso Simone. Lei tentò di divincolarsi ma senza successo,anzi ottenne un pugno nello stomaco. Gemette e rimase ferma senza dire una sola parola. Una lacrima le scese per il viso e cadde nel pavimento sotto lo sguardo del ragazzo. -Poverina la nostra Lunatica, lei pensava che io la amassi, che l'avrei baciata e che avremmo avuto dei bambini.- altre risate ancora -Ma guardati, ritardata! Chi può amare una come te!- le risate aumentarono di volume - ma io sono generoso, voglio concederti il pregio di provare l'amore!- si avvicinò a lei ancora una volta e cominciò a palpeggiarla, prima sui fianchi, poi sul seno e infine scese sul sedere -Però! Non sei neanche tanto male!-. Lei era disperata, tentava invano di divincolarsi dalla presa, mentre il ragazzo la toccava, voleva solamente scomparire, si sentiva una stupida, una vera ritardata ad aver anche solo creduto un attimo a quella dichiarazione. Il suo profumo ora era sporco e i suoi capelli e il suo trucco li odiava,  tanto  che avrebbe voluto strapparli lì davanti. Simone la fissò con uno sguardo divertito e lei ricambiò. -Scommetto che ti piacerà, tutte mi dicono che sono bravo!- e cominciò a slacciarsi la cintura dei pantaloni. Lei cominciò a sbraitare, ma uno dei compari le tenne chiusa la bocca, non poteva fare niente, era inerme. Come se fosse la prima volta. Chiuse gli occhi e aspetto che tutto finisse, ma non finì mai, né inizio. Un sasso colpì Simone nella tempia, facendogli perdere l'equilibrio, mentre da dietro una figura colpì con un tubo d'acciaio i tre compari che crollarono a terra svenuti. Simone era a terra impauriti e arrabbiato allo stesso tempo -Chi cazzo è stato?-. Nessuna risposta, da dietro la ragazza però si fece avanti la figura di una ragazza, era più alta di lei, con dei lunghi capelli biondi lisci, era vestita con un giubbotto in pelle aperto, e dei jeans rattoppati. Guardò Simone con tutta l'indifferenza che i suoi occhi blu potevano lanciare. Si abbassò di fronte a lui e gli prese il genitale maschile con la mano. -Sai cosa meritano i fighetti viziati come te?- non gli lasciò il tempo di rispondere che glielo strinse con forza, ora la palestra era piena delle sue urla.
Lei era a terra in lacrime, Simone e compari erano stati portati via dalla polizia, la ragazza misteriosa era accanto a lei. -Allora non hai una casa?- non rispose -Avrai almeno un genitore, no?- rimase ancora in silenzio -Di poche parole, eh?- sorrise, aveva un sorriso bello, splendente e stranamente rassicurante. La ragazza le porse un sacchetto -Questo deve essere tuo!- dentro il sacchetto c'era Cherry, lei lo prese e lo strinse a sé -Anche a me piacciono i gatti, li trovo adorabili e sono compagni fedelissimi.-
-Grazie- aveva parlato, non parlava da anni forse, ma quella ragazza le dava sicurezza.
-Allora parli! Comunque prego!- sorrise ancora -Ora meglio che torni a casa, una bella ragazza come te non deve stare qui!- lei però non si mosse.
-Non hai una casa, vero?- lei negò con la testa. -Allora non ci vuoi andare?- annuì -Va bene, allora prendi questo, c'è il mio numero, se hai bisogno chiamami!- le porse un biglietto che lei prese con leggero timore. -Ora va a casa, ok?- annuì e si alzò per andare -Ah! A proposito, il mio nome! Il mio nome è Nora!- lei si girò e guardò la ragazza andarsene per la strada opposta, "Nora" certamente non avrebbe mai dimenticato quel nome.

Nora dormì ancora un giorno in quella casa, però non sapeva che non era mai stata sola lì dentro.

Lost AliceLeggi questa storia gratuitamente!