SUSAN

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Susan camminava senza prestare troppa attenzione al mondo che le girava intorno. Le mani ficcate nelle tasche della felpa il cui cappuccio aveva tirato sulla testa quando, pochi minuti prima, aveva cominciato a piovere. Faceva freddo ma lei non lo sentiva. Aveva le labbra livide, ma non si accorgeva del tremito che le scuoteva il ventre. Non sentiva i brividi pizzicarle la pelle della schiena, perché Susan aveva paura, e la paura si mangia le cose, le sensazioni, gli umori e ti restituisce una piatta intenzione, un'unica, chiara idea di quello che è importante e di quello che non lo è. E la cosa importante a quel punto era arrivare al deposito e prendere quello che gli era stato chiesto. Senza fare domande, senza nemmeno guardare in direzione di un poliziotto, senza respirare troppo se nel farlo avesse potuto, in qualche modo, attirare l'attenzione.

Quando aveva risposto alla telefonata, un'ora prima, stava preparandosi una fumata di meta. Con i capelli arruffati stava scaldando i cristalli nella pipa e nella luce crepuscolare di un'altra mattina di pioggia stava preparandosi a buttare via un altro giorno della sua vita.

Il telefono aveva squillato.

«Hai posta» le aveva detto la voce dall'altra parte della cornetta. Nessuna inflessione. Uomo.

«Fanculo, non ho tempo per queste stronzate!» aveva risposto e poi aveva riattaccato.

Il telefono aveva squillato ancora, proprio quando stava portando alle labbra la pipa. Avrebbe voluto evitare di rispondere, ma poteva essere Jules e Jules si incazzava parecchio quando lei non si faceva trovare.

«Pronto?»

Una musichetta infantile aveva suonato all'altro capo del telefono.

Il sangue le si era gelato nelle vene. La testa aveva cominciato a girare, imbrigliata dal torpore che il bisogno di farsi le provocava e da una tagliente sensazione che le serpeggiava sulla pelle, dalle caviglie, su per le cosce magre e la schiena scheletrica. L'iride era scomparsa. Con gli occhi neri e lucidi si voltò a guardare oltre il vetro lurido della finestra. Ma vide solo il grigio avanzare della pioggia.

La musica non aveva smesso di suonare.

«Controlla la posta» le aveva ripetuto la voce al telefono.

Allora aveva lasciato cadere la cornetta sul pavimento ed era uscita a piedi scalzi, in calzoncini, incurante del freddo e aveva raggiunto l'androne del palazzo. Con una mano tremante aveva aperto la piccola cassetta della posta e vi aveva trovato una busta gialla. L'aveva aperta, e vi aveva infilato dentro le dita ingiallite e scorticate. Conteneva solo una foto, grande quanto i fogli che stanno nelle stampanti, e una piccola chiave. Aveva rimesso tutto nella busta e l'aveva rinfilata nella cassetta della posta.

«Cazzo, cazzo, cazzo... fanculo!» disse, pestando i piedi e girandosi intorno a guardare. Ma c'erano solo i muri macchiati di muffa e scritte oscene intorno a lei. Era tornata al suo appartamento, ma non aveva aperto la porta, invece era tornata indietro e aveva ripreso la busta. L'aveva tenuta stretta al petto e portata con sé all'interno.

La cornetta stava ancora lì e la musica, anche se smorzata, stava ancora suonando.

«Ciao Susan» le aveva detto la voce. E il tono non era cambiato.

«Che cazzo vuoi? Chi cazzo sei tu?» e nel dirlo aveva allungato la mano verso la pipa. A quel punto cominciava ad averne proprio bisogno. Sentiva lo stomaco rivoltarsi, la pelle si stava raffreddando e cominciava a sudare.

«Io non lo farei, fossi in te» le aveva detto la voce dall'altra parte.

Il cuore le si era fermato per un istante. Lui la vedeva.

«Cazzo» aveva soffiato tra i denti e aveva cominciato a girare intorno e a grattarsi la testa e la faccia. La stanza aveva cominciato a vorticarle addosso e il contenuto dello stomaco le aveva attraversato l'esofago bruciandole la gola e aveva vomitato sul linoleum.

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