12. Lontano dal cuore

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Sette anni più tardi

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Sette anni più tardi


Heréin era seduto sul letto, con le braccia abbandonate sulle ginocchia e la testa china in avanti lasciava cadere i lunghi capelli a coprirgli il viso. Era notte fonda ed era rientrato dopo mesi di scontri, che lo avevano tenuto lontano dal palazzo. Sollevò piano lo sguardo vacuo, lasciandolo vagare per la stanza alla ricerca disperata di qualcosa, che sapeva non avrebbe trovato. Era tutto uguale, il comodino accanto a lui in legno rossiccio dalle venature scure, finemente intarsiato con riccioli e foglie, le pareti spoglie, emblema di quanto poco tempo avesse trascorso tra quelle mura e di come non vi avesse mai dato alcun peso, la grande finestra di fronte a lui, con il pesante tendaggio ritratto per lasciar filtrare la luce di Lúa, disegnando ombre simili a fantasmi ormai troppo fedeli; il massiccio armadio alla sua sinistra svettava fino all’alto soffitto, proseguendo nella credenza a vetri, attraverso i quali si potevano scorgere bottiglie, bicchieri, coppe e alcune armi, esposte come trofei di rara bellezza. Un vuoto lasciato dal grande specchio, mandato in frantumi alcuni anni or sono e mai sostituito, perché non voleva più vedere la propria immagine. Né il tempo né la stanchezza potevano segnare il suo viso, eppure, ciò che vi aveva visto riflesso era qualcosa di ripugnante e spaventoso; aveva giurato di non farsi sopraffare e, in effetti, una parte di lui era ancora viva e rannicchiata in qualche anfratto dell’anima, ma non riusciva più a vederla negli occhi che si era fermato a fissare.

Era tutto uguale in quella stanza, tutto tranne lui.

Erano passati sette anni da quando aveva fatto calare l’oblio del Corvo su Sofia, sette interminabili anni di guerra e sangue, in cui aveva dispensato morte in modo sempre più sistematico, inizialmente feroce, ora, semplicemente impietoso. Non c’era più la rabbia a muovere la sua mano nel recidere vite, non sentiva più l’odio nella ricerca di Drago Sangue da eliminare, non sentiva più nulla. Ciononostante, faticava sempre più a mantenere il controllo su di sé, soprattutto quando si addormentava e la coscienza si spegneva.

Erano già due notti che fuggiva il sonno, dopo essersi ritrovato per l’ennesima volta davanti al cimitero, intento a fissare il loro salice e un dolore senza eguali a fargli scoppiare il cuore. Aveva verificato che lei non fosse lì e non capiva come potesse essere ancora tanto perfetto il sogno della sua stella, seppur ella non potesse giungervi. Tutto era integro, nessun dettaglio era andato sbiadendosi nel tempo e nell’abbandono, era tutto avvolto da un perenne tramonto e la luce era simile a un fuoco morente, che continuava una strenua lotta per sopravvivere. Anche l’aria era intrisa di dolore e questo gli faceva ancora più male.

Si prese la testa tra le mani, l’artigliò con forza scuotendo il capo al semplice ricordo, al desiderio che per un attimo lo aveva sfiorato.

"Vorrei che fossi qui."

Lo desiderava nel sogno come nella realtà, ogni singolo giorno e anche in quel preciso istante. Però non poteva farle questo, non poteva andare a prenderla, liberare la sua memoria mentre la guerra imperversava nel Regno, senza saperla al sicuro. Lui doveva proteggerla e un giorno l’avrebbe potuta riabbracciare, fosse anche come amico, come un cantastorie tornato per narrarle nuove avventure.

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