Capitolo 1

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Osservavo quasi con disprezzo il corpo riflesso nello specchio che sembrava in piedi per caso, senza un motivo preciso. Il mio sguardo passò sulle labbra screpolate, poi alle piccole lentiggini sul naso e, per finire, si fermò sugli occhi color nocciola. Erano così scuri da sembrare due profondi buchi neri senza fondo, eppure ricordavo tutte le volte in cui da piccola li avevo paragonati al castano dolce dei miei capelli che cadevano morbidi in due ciocche sul petto.
Sorrisi amaramente e mi allontanai dallo specchio, rivestendomi in fretta; erano state tante le volte in cui avevo desiderato essere una persona del tutto diversa da quella che si nascondeva sotto innumerevoli maschere difficili da scalfire. Ero cresciuta con l'idea di rappresentare il nulla ed ogni giorno che passava odiavo sempre di più me stessa. Avevo provato numerose volte a rendere migliore qualche parte di me, ma ogni tentativo era stato vano.
Io ero nata per soffrire in un corpo che non mi apparteneva.
Sussultai quando sentii qualcuno bussare e, qualche attimo dopo, la porta della mia camera si aprì, rivelando due occhi verdi incorniciati da una folta chioma nera.

«Posso entrare?» Quella domanda sembrava quasi un sussurro e io non riuscii a trattenere un sorriso sincero.

«Vieni qui.» Risposi, sedendomi sul letto e picchiettando le mani sulle mie gambe esili, così da far cenno alla bambina di sedersi su di esse.

«Facciamo una passeggiata? Ieri me lo avevi promesso...»

Appena la vidi mettere su un'espressione imbronciata le punzecchiai giocosamente la punta del naso, facendola ridere. Lei appoggiò la testa sul mio petto e mi guardò di sottecchi con quelle pozze verdastri che riflettevano i colori dell'erba bagnata dalle gocce di rugiada.

«Va bene, però promettimi che non ti allontanerai da me.»

Chiara annuì e si alzò subito dalle mie gambe, per poi correre fuori dalla stanza senza aspettarmi. Io la raggiunsi subito dopo aver preso il cappotto e la trovai ad aspettarmi davanti la porta, intenta ad indossare la sciarpa.
«Se senti freddo torniamo a casa.» Dissi, quando la vidi nascondersi quasi completamente dentro la giacca pesante.

«Quale casa?» Domandò ingenuamente, eppure io rimasi senza parole per un lasso di tempo che sembrò infinito.

«La nostra nuova casa, non ti piace?»

«Mi manca quella vecchia, perché siamo andate via?»

«Perché...è meglio così, vedrai che inizierà a piacerti anche questo posto.»

«Me lo prometti?»

Sentii una fitta nello stomaco ed un dolore nel petto. Lei non sapeva per quale motivo avessimo lasciato Erice, non lo capiva che non esistevano solo i colori in questo mondo, perché c'erano cose nascoste nella penombra che erano in grado di annullare qualsiasi cosa. Ma non potevo dirglielo, perché la sua età non le avrebbe permesso di capire ciò che provavo.
«Te lo prometto.» Risposi, allora. «Adesso guarda, c'è un parco, vuoi entrare?» Guardai mia sorella annuire e stringere la sua piccola mano nella mia, per poi poggiare il viso contro il palmo.

«Nova, ci sono gli scoiattoli!» Mi disse, correndo verso un albero appena entrammo nel parco. Risi e la seguii, facendo attenzione a non fare spaventare i piccoli animali che cercavano qualche briciola a terra, lasciata probabilmente da altre persone che, come noi, avevano pensato di trascorrere un po' di tempo in compagnia del rumore del vento che scuoteva i rami degli alberi.

«Abbassati e avvicina piano la mano, forse riesci ad accarezzarlo.»

Chiara fece come le avevo detto e sorrise quando riuscì a toccare un piccolo scoiattolo.
«Nova, non ha paura di me.» Sussurrò, ma si tirò velocemente indietro quando l'animaletto le mordicchiò un dito. «Hey, mi ha fatto male!»

Ridacchiai quando la vidi fare un broncio, per poi provare ad accarezzarne un altro. Sembrava così felice e spensierata, ed io la invidiavo. Passavo il mio tempo a cercare di far sorridere gli altri e non mi preoccupavo mai dei miei sentimenti. Pure lì, a chilometri di distanza dalla mia vecchia vita, non facevo altro che pensare al passato. Sentivo ogni giorno sulle spalle tutto il peso degli anni passati e non riuscivo a liberare la mente dalle preoccupazioni. Mi sentivo come chi viaggia per anni in cerca di un posto che riesca a farlo sentire a casa, e che non si da pace fino a quando non lo trova. Mi paragonavo ad un uccello che era stato privato delle sue ali e che era rinchiuso in gabbia da troppo tempo; se un giorno fosse riuscito a scappare da essa, non sarebbe stato comunque in grado di spiccare il volo, ed io ero convinta di vivere nella stessa situazione.
Guardai mia sorella che giocava tranquillamente seduta sull'erba umida e poi alzai lo sguardo verso il cielo, sentendo un nodo alla gola. Distolsi subito i miei occhi da quel grigiore infinito, ché avevo paura di sprofondarvi dentro, e passai ad osservare gli alberi spogli, non riuscendo a non paragonare l'immagine che avevo davanti agli occhi a quella del mio paesino che mi portavo nei ricordi.
Sospirai e mi torturai i lembi della felpa con le dita, una cosa che facevo spesso quando non ero per niente tranquilla.

«Nova.» La voce flebile di Chiara richiamò la mia attenzione. «Possiamo portare uno scoiattolo a casa?»

«No, non possiamo.» Ridacchiai. «Guarda come sono felici qui.»

Lei sospirò e si sedette con la schiena appoggiata al tronco di un albero, accanto a me, mentre guardava gli scoiattoli giocare insieme tra di loro.
Le circondai la vita con un braccio e le accarezzai dolcemente i capelli. Dopo tanto tempo riuscivo finalmente ad essere serena, a non avere la sensazione costante che le cose potessero peggiorare da un momento all'altro. Non ero ancora del tutto felice, ma speravo di esserlo, e credevo che sarei riuscita molto presto nel mio intento.

Socchiusi gli occhi, per poi riaprirli qualche attimo dopo. Il mio sguardo si concentrò subito sulla figura slanciata di un ragazzo che stava entrando nel parco. Era vestito completamente di nero, con un cappuccio che gli copriva il viso. Lo vidi sedersi su una panchina di legno a qualche metro di distanza da dove mi trovavo io. Probabilmente non si era accorto di non essere solo, perché parlava al cellulare e gesticolava, senza alzare gli occhi dall'erba sotto i suoi piedi.
Poi, tutto d'un tratto, alzò la testa ed i nostri sguardi si incastrarono. Appena notai due pozze azzurre il mio corpo sembrò bloccarsi, come se fosse stato stregato da essi. Mai avevo visto un colore simile, così acceso, eppure così privo di luminosità. Lo vidi posare il cellulare nella tasca dei jeans e prendere un pacchetto di sigarette. Ne sfilò una e se la portò alle labbra, per poi accenderla. Non riuscivo ancora a vedere i tratti del suo viso a causa dell'ombra causata dal cappuccio, eppure quel suo sguardo così magnetico sembrava descrivere tutto ciò che si nascondeva sotto il tessuto nero. Il nostro era un gioco di sguardi, una lotta a chi resisteva più a lungo, e nessuno dei due voleva mollare la presa. C'era come un filo invisibile che ci attraeva, ma entrambi restavamo fermi, senza compiere nessun passo in avanti.

Dovetti abbassare lo sguardo verso mia sorella quando la sentii punzecchiarmi il braccio.
«Voglio tornare a casa, sono stanca.» Sbuffò.

Sospirai e sentii i battiti del cuore rallentare mentre aiutavo Chiara ad alzarsi da terra. Percepivo ancora degli occhi puntati addosso e questa cosa mi provocava uno strano dolore nello stomaco, quasi come un peso. Ingoiai il groppo che mi si era formato in gola e avvolsi le mie dita in quelle piccole di mia sorella. Dentro di me speravo che la presa salda delle nostre mani unite potesse aiutarmi a sorreggermi e a non farmi cadere, ma sapevo che non sarebbe stato così.
Quando gli passai davanti, continuai a sentire le sue pozze azzurre sulla mia figura minuta. La tentazione fu così tanta che mi voltai verso di lui, senza pensarci un attimo di più.
Lui era ancora lì, la sigaretta ormai spenta tra le dita, il fumo che gli usciva dalle labbra e gli occhi fissi su di me.
Posi fine a quello scambio di attenzioni ed aumentai il passo, obbligando Chiara a fare lo stesso.
Quell'espressione, quello sguardo indecifrabile. Li avevo già visti e provati numerose volte, e sapevo ormai che non mi avrebbero portata a nulla di buono.
Speravo solo che tutto ciò non mi ostacolasse dal trovare quello che stavo cercando da tempo: me stessa.

Come schegge di vetroDove le storie prendono vita. Scoprilo ora