6. Tregua spezzata

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Si era sforzato di mangiare e di riposare, tenendo lontani i pensieri più cupi e, ora, si sentiva decisamente meglio. Ancora un po’ di pazienza e avrebbe potuto raggiungere la sua stella per chiarire tutto.

Colpi concitati alla porta lo riportarono alla realtà, mentre era ancora in piedi davanti allo specchio. Aprì e trovò Myra piuttosto trafelata.

«Perdonatemi, mio signore» esordì incerta. «I Lupi Airgid hanno oltrepassato il confine e distrutto un piccolo villaggio.»

Heréin cambiò espressione, divenendo serio, e una ruga sempre più profonda andava increspandogli la fronte.

«Sembra stiano puntando al palazzo.»

«Fai preparare...»

«Già fatto!» lo interruppe sorridendo.

«Brava» concluse atono, voltandosi.

«Posso aiutarvi?»

«No, so cambiarmi da solo da un pezzo.»

Il suo umore era tornato pessimo. Quell’imprevisto non ci voleva, anche con la fortuna dalla sua parte non sarebbe riuscito a raggiungere Sofia in tempo. Sbatté la porta alle proprie spalle e, con movimenti rapidi e precisi, indossò la divisa nera, la cintura con la spada nel fodero, sistemò il lungo mantello con gli spallacci lucenti e, per ultimo, prese l’elmo su cui spiccava il ricco cimiero. Scese tenendolo sotto il braccio e raggiunse Myra sul retro del palazzo. L’Iring era immobile di fronte a un’imponente creatura dal pelo grigio scuro, accucciata ai suoi piedi. Non appena gli si avvicinò si sollevò, esibendo la mole massiccia su quattro zampe, grosse e nerborute.

«Kentiar, è molto che non ci vediamo» lo salutò accarezzandogli la schiena.

L’Hestur emise una serie di suoni gutturali, a cui pose fine con un ghigno, che sul muso schiacciato aprì uno squarcio adornato da grossi denti aguzzi.

«Sì, lo so che un po’ di sangue è quel che ci vuole per divertirsi, secondo te. Io avrei preferito evitare, però.»

Heréin infilò l’elmo, che lasciava ben visibile il volto incorniciato dalle paragnatidi fisse. Negli occhi di Kentiar, d’un giallo iridescente, saettò una scintilla feroce e bramosa. Myra sistemò il cimiero dietro le spalle del suo signore.

«Siete sicuro?»

La guardò, salendo sulla sella fissata alla schiena di Kentiar.

«Il tuo posto è qui, non sul campo di battaglia. Non sarei credibile come condottiero, altrimenti»  disse tentando di sorriderle.

Tuttavia, riuscì solo ad accennare una smorfia, più affine al fastidio provato per la situazione inaspettata.

«Andiamo!» ordinò.

Kentiar si sollevò sulle zampe posteriori e, pur restando flesso e proteso in avanti, la sua figura si stagliava ben oltre i due metri di altezza. Se si fosse portato in posizione completamente eretta, avrebbe sfiorato i due metri e settanta.

Gli Hestur erano stati decimati proprio dai Lupi Airgid e salvati dall’intervento dei Nero Corvo, ai quali avevano poi giurato eterna fedeltà. Da allora, erano divenuti le cavalcature per eccellenza delle cariche più alte dell’esercito e dei reali di Hen, creando una doppia forza di sfondamento nelle prime linee.

Heréin si riunì con i suoi uomini all’Accademia e li guidò a ritmo di marcia sostenuta per quasi tre ore.
La piana di Altik era vicina, lanciò un’occhiata a Nár, il Sole di Munbyrdh, per verificarne la posizione e non poté impedirsi di pensare che non avrebbe visto la sua stella. I suoi calcoli si erano rivelati esatti, purtroppo, e con un lieve cenno del capo scacciò quell’idea. Doveva restare concentrato.

La colonna di uomini si riversò nella radura, espandendosi come una macchia d’olio e la prima linea si aprì, formando due ali ai lati del Principe; alle sue spalle, un giovane reggeva lo stendardo rosso vermiglio bordato d’oro, su cui spiccava lo stemma nero del Regno di Hen: due corvi di profilo, sovrastati da un sole con dodici raggi.

Non dovettero attendere a lungo.
Dalla parte opposta comparve il fronte nemico, costituito da creature antropomorfe che avanzavano su due zampe, il cui manto argentato riluceva sotto Nár, come i letali artigli. Grossi musi da lupo esibivano zanne sproporzionate, con inquietanti occhi rossi, che conferivano loro un aspetto famelico e demoniaco. Seppur in modo più scomposto, anche loro si fermarono, creando così due fazioni che parvero fronteggiarsi a lungo in una battaglia silenziosa e invisibile, mettendo a dura prova i nervi dei più giovani.

Heréin emise un sibilo e Kentiar portò a terra le zampe anteriori, avanzando con espressione minacciosa e ringhiando di tanto in tanto. Puntò il centro della piana, senza staccare lo sguardo dal nemico un solo istante. Tuttavia, gli richiese un certo sforzo restare impassibile, quando il fronte avversario si divise per far spazio a un grande Dithiar.

Gli occhi della bestia scintillarono, evidenziando la pupilla verticale, e il lungo collo, che in quell’esemplare doveva aggirarsi sui tre metri, ondeggiò come stesse fiutando l’odore delle prede nell’aria. Gli artigli affondarono nella terra sotto il suo peso, con le ali completamente raccolte ai lati del corpo d'un bianco splendente, con le scaglie che emanavano riflessi cerulei, mentre la coda ricordava una serpe strisciante nell’erba, altrettanto pericolosa. I Lupi Airgid non erano soliti usare alcuna cavalcatura, vista la loro forma animale ibrida, e solo i più maturi tra loro riuscivano ad assumere sembianze completamente umane, come quella che svettava sul dorso del Dithiar. La sua attenzione fu attirata dai paramenti di un rosso molto scuro con particolari riflessi neri e, soprattutto, dalla placca alla base del collo a protezione del punto debole della creatura, la cui effige era stata levigata fino a divenire illeggibile.

Qualcosa non quadrava.

«Temo abbiate perso il senso dell’orientamento. State procedendo nella direzione sbagliata» esordì Heréin con tono fermo e deciso.

L’altro scoppiò a ridere e un mormorio si levò dalle fila nemiche.

«Vi farebbe piacere, ne sono certo, ma non è così» ribatté senza timore. «Voi dovete essere il famoso Principe di Hen.»

«Sì, sono Heréin Nero Corvo.»

«Ho sentito dire che non amate essere chiamato con il vostro titolo» sogghignò l’uomo. «Alcuni vi lodano per questo, io lo trovo stupido e puerile.»

La voce dell’avversario fendette l’aria con acido disprezzo, ma Heréin non si scompose.

«Non uso inutilmente il mio titolo, ciononostante ne conosco bene l’importanza e il peso. Proprio per questo non è con un semplice comandante che devo parlare» sottolineò, assumendo un tono più solenne.

«Avete ragione» chiarì l’altro, levando l’elmo ed esibendo dei capelli biondo cenere che gli sfioravano le spalle a cornice degli occhi di ghiaccio, che già aveva notato.

Non era un Lupo, non vi era più alcun dubbio, se mai vi fosse realmente stato.

«Infatti, state parlando con il Generale Sídaj Drago Sangue, membro del Consiglio reggente dell’Impero di Brann.»

«Gli Airgid hanno stipulato con Hen una tregua secoli or sono.»

«I tempi cambiano, Principe, nuove alleanze nascono e le tregue si spezzano» gli disse sogghignando.

«Una dichiarazione di guerra?»

«Molto meglio, direi. Colpiremo il cuore di Hen dove fa più male e non avrete scampo.»

‘Il cuore di Hen’, lui era il cuore di Hen e questo voleva dire che era il loro bersaglio. Un brivido lo scosse, risalendogli gelido la schiena. Accarezzò Kentiar e gli diede una leggera pacca; l’Hestur si accucciò e scese con movimenti sicuri ed eleganti. Doveva scoprire cosa stessero tramando e doveva farlo in fretta.

Puntò gli occhi su Sídaj, che lo seguiva incuriosito.

«Secondo l’Antico Codice, vi sfido a duello per decidere le sorti del primo scontro.»

Il Drago Sangue inarcò le sopracciglia, aggrottando la fronte.

«Un duello all’ultimo sangue» riprese Heréin con tono solenne. «Se vi batterò, il vostro esercito tornerà sui suoi passi.»

«Se perderete?»

«I miei uomini faranno ritorno all’Accademia e solo lì troverete il primo sbarramento alla vostra avanzata.»

Le labbra di Sídaj si tesero e disegnarono un sorriso compiaciuto, che gli illuminò il viso, evidenziando la sua bellezza feroce. Si alzò in piedi sul dorso del Dithiar, lasciando correre lo sguardo tra le fila nemiche, e levò il mantello con un movimento ipnotico per posarlo sulla sella. Spiccò un saltò e atterrò agile sul terreno, a circa cinque passi da Heréin.

«Un atto di coraggio, o semplice disperazione?» gli sibilò contro, socchiudendo appena le palpebre.

Heréin non batté ciglio, sganciò il mantello e lo lasciò cadere sull’erba, che attutì il tonfo sordo provocato dagli spallacci. Come l’avversario, anche lui tolse l’elmo e lo gettò sopra il mantello, per mettere in risalto gli occhi e il loro colore, via via sempre più scuro.

«Non ho motivo per essere disperato.»

Il sorriso di Sídaj si accentuò e passò la lingua sulle labbra, come se già pregustasse il sapore della vittoria. Estrasse la spada e la puntò verso di lui, con una scelta inaspettata. Heréin non capiva perché cercasse uno scontro diretto armato, invece di ricorrere al suo potere; ciononostante, accettò la sfida e sguainò la lama, tenendo la punta rivolta verso il basso al proprio fianco.

Sídaj si lanciò nel primo assalto senza attendere e senza alcun movimento che lasciasse presagire il suo scatto. Tuttavia, Heréin parò il fendente calato in direzione della spalla sinistra, spostandosi il necessario per uscire dalla linea del colpo.

Di nuovo faccia a faccia, stavolta a poco più di due metri.

Ripresero a scambiarsi colpi, una sequenza alternata di attacchi e parate che mise in scena una danza mortale, intrisa di una grazia capace di incantare i due eserciti, di cui si poteva udire a malapena il respiro.

Heréin approfittò dello sbilanciamento del Generale per tentare un affondo diretto allo stomaco, ma si ritrovò a dover schivare una lama di fuoco che si levò dal terreno. Gli sfiorò il braccio sinistro e divorò in un istante la stoffa che lo copriva, esponendo alla vista la pelle arrossata e facendogli contrarre il viso in una smorfia contrariata, a causa del bruciore.

«Maledetto.»

Sídaj sogghignò, calando l’ennesimo fendente che venne parato; tuttavia, fece scivolare la lama agganciando la guardia del Principe. Un movimento della gamba e lo sbilanciò all’indietro, forzando il filo della spada verso il suo collo, inchiodandolo al suolo col proprio peso.

«Non volevo ucciderti così presto, volevo gustarmi la tua lenta agonia, ma mi accontenterò.»

«Cosa vai blaterando» replicò a denti stretti, cercando invano di allontanarlo.

Una luce balenò negli occhi del Drago Sangue, sapeva di odio e vendetta.

«Dovevi sperimentare cosa si prova quando ti strappano via qualcuno a cui tieni.»

«Ho già pagato per qualcosa che non ho fatto, non ero neppure nato!»

«Troppo comodo, principino.»

La rabbia prese il sopravvento e un reticolo nero si disegnò sul volto del Nero Corvo. Un sussurro indistinto si modulò tra le sue labbra e l’avversario non ebbe il tempo di realizzare cosa l’attendesse. Un’ombra parve staccarsi dal corpo di Heréin e affondare in quello di Sídaj, sollevandolo in aria per poi attraversarlo e dissolversi nella forma di un gigantesco corvo ad ali spiegate. Il Generale cadde di peso al suolo, mentre il Principe si rialzò e lo raggiunse senza alcuna fretta. Lo fissò dall’alto, attendendo che riaprisse gli occhi e, non appena lo fece, calò l’arma e gli inchiodò la spalla a terra, trafiggendolo vicino la scapola. Un grido strozzato fu tutto ciò che si lasciò sfuggire Sídaj.

«Non c’è nulla che tu possa portarmi via» gli disse atono.

«Allora è un caso che un Nero Corvo continui a fare avanti e indietro nello stesso mondo da tanti anni.»

Quelle parole lo freddarono, ma si sforzò di non darlo a vedere. Fletté il ginocchio rigirando la lama nel corpo del suo avversario, così da causargli altro dolore. Avvicinò il viso al suo.

«Non potete arrivare in quel mondo, come non posso io.»

Sídaj tossì sputando sangue.

«I Drago Sangue forse no, ma a tutto si può porre rimedio. Lo hai fatto anche tu, no? Stupido, ce l’hai servita su un piatto d’argento!»

Sapevano di Sofia, l’avevano trovata. Il solo pensiero lo gettò in un’angoscia che rasentava il panico. L’avrebbero portata a Brann, l’avrebbero messa contro di lui e non poteva permetterglielo, non gli importava nulla della sua discendenza. Lei era diversa.

Sídaj si accorse della reazione del Principe e riuscì, nonostante tutto, a ridere soddisfatto.

«Mi spiace soltanto che non potrò godermi la tua faccia, quando la uccideranno. Avrei tanto voluto assistere alla scena, vedere cosa ne avresti fatto di ciò che resterà di quell’umana.»

«La volete uccidere?»

«È già tardi...»

Un nuovo accesso di tosse troncò la frase, seguito da un rantolio sinistro che segnò la morte del Drago Sangue.
Grida si levarono tra le fila dell’esercito di Hen, mentre Heréin si rimise in piedi. Estrasse la spada e sgocciolò sull’erba il sangue con un movimento secco, puntando lo sguardo verso i Lupi. Dovevano ritirarsi, ora, e dovevano farlo in fretta. Doveva andare dalla sua stella, dilaniato dal dubbio che fossero davvero arrivati a lei senza aver capito chi fosse. L’avrebbero uccisa per colpa sua e non poteva permetterlo, non poteva lasciar spegnere quella luce.

Il Dithiar si avvicinò al corpo esanime del suo padrone, lanciando un canto disperato al cielo, per poi raccoglierlo da terra e sistemarselo sul dorso. Spiccò il volo, coprendo la visuale a Heréin e quando, finalmente, poté vedere di nuovo all’orizzonte, gli Airgid gli davano le spalle sparendo tra gli alberi.

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