Giovedì 18 gennaio

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Né vincitori né vinti

Si esce sconfitti a metà

La vita può allontanarci

L'amore continuerà

(Arisa – La Notte)


Non fanno altro che litigare.
A dire il vero, mamma urla addosso a papà che a malapena reagisce. L'orologio analogico sul comodino segna le 23.47, ed è da un'ora che la voce di mamma tuona dal soggiorno. Parlano di te, soltanto di te. Mamma ripete fino a sfinirsi che la sua vita non ha più senso; che tutte le sue speranze se ne sono volate via col tuo ultimo respiro. Eri il suo capolavoro, Cloe. Diligente, seria, perbene, virtuosa, dalla pelle candida che non poteva esporsi troppo al sole. Io sono la figlia che va male a scuola, che beve, che inciampa nelle pillole che fanno sballare, che ha la schiena tatuata... la figlia che non è morta al posto tuo.
Mamma si è messa a piangere quando ha notato il mio sopracciglio gonfio. Non perché fosse preoccupata, no, ma per l'ennesimo smacco da mandare giù. Ormai piange tutte le volte che mi guarda; forse per questo spesso evita di farlo. Sono il segnalibro abbandonato tra l'ultima pagina e la copertina, l'ombra della figlia perfetta che ha perso; il promemoria nero dell'unica che le è rimasta, quella che ti ha strappato via dalle sue braccia. Eppure ricordo quando ai suoi occhi ero ancora innocente, quando la mia pelle non era una tela e le mie labbra non conoscevano altro che sorrisi. Mi osservava di nascosto giocare sul tappeto della mia stanza convinta che non la vedessi. Appoggiava una spalla al muro e teneva le braccia conserte sul petto come a evitare che il suo cuore fuggisse per raggiungermi. Sentivo su di me un mantello di dolcezza; magari non ricamato quanto quello destinato a te, Cloe, ma altrettanto caldo e confortevole. Non scorderò mai il tocco del suo affetto segreto.
Proprio adesso sta urlando che sono irrecuperabile, che non c'è più niente da fare, come se fossi in coma attaccata a un respiratore che si può solo spegnere.
Ripete: «Perché? Dio, perché? Perché proprio Cloe?» Lo fa senza pensare che io, dalla mia camera, sento tutto. Il pavimento che fa da soffitto al soggiorno è sottile quanto basta per far sì che ogni parola sia uno spillo nel cuore.

Poi continua: «Non doveva essere lì. La stavo portando a comprare i libri per il nuovo anno scolastico. Tu hai insistito perché venisse con voi! Tu non le hai fatto allacciare la cintura! Tu dovevi morire, non lei! Petra doveva... doveva...» Esita, poi singhiozza. «... Cloe no. Lei no».
Immagino papà col mento basso e gli occhi tristi. A volte mi sorride quando mamma non vede, ma non mi parla. Di certo non sprecherà fiato ora per difendermi, o difendersi. Tendo le orecchie. Ci avrei scommesso: nessuna replica. Sa bene quello che non ha fatto e ricordarglielo in modo così brutale non lo aiuta. Lei inveisce ancora, lui tace. E mi fa male. Tra la quiete e la voce grossa, nel mezzo c'è Petra "la strana", l'invisibile.
Poche sere fa, la stessa scena. Credo fosse martedì, anche se non vale la pena tenere il conto dei giorni. Ormai accade di continuo. Sentendo mamma lasciare il campo di battaglia sono scesa in salotto. Papà era immobile sulla poltrona, lo sguardo perso in un granello di polvere sul tavolino.
Mi sono seduta al suo fianco e ho guardato di fronte a me, dove una volta montavamo il telo per vedere insieme le diapositive delle vacanze. Era lui che teneva il pulsante per farle scorrere; ci lasciava sempre il tempo di commentarle, di rivangare gli aneddoti, di ridere per una foto rubata di mamma che puntualmente arrossiva. E quando lei si arrabbiava, lui le baciava la mano in un modo così lusinghiero da farsi subito perdonare.
«Qual è il tuo primo ricordo, Petra?» mi ha domandato a bruciapelo.
Ho finto di pensarci per custodire fino all'ultimo il suono della sua voce, nell'aria dopo tanto tempo. «Io che mangio la neve in montagna per la prima volta. Avevo un piumino bianco, il cielo era blu, splendeva il sole. Era fredda, croccante, non sapeva di niente». Ho scosso la testa. «Nient'altro».
«Il mio primo ricordo è quando sei nata tu. Prima non esisteva niente. Il mio ultimo è Cloe morta. Adesso non esiste più niente». La frase è affondata all'improvviso in un silenzio torbido che non sono più riuscita a fargli rompere.
Ci ho provato, però.
«Ti ricordi quando mi hai insegnato ad andare in bicicletta? Quando a ogni uscita portavi con te disinfettante e cerotti perché sapevi che sarei stata impulsiva? Quando mi hai accompagnato al cinema a vedere il mio primo cartone animato e non ho fatto altro che parlarne per un mese intero? Ti ricordi quanti disegni ti ho regalato quando andavo alle elementari? Io e te, più alti di ogni casetta o montagna, vicini al sole, tra i fiori di quattro petali e basta. Ti ricordi di quando ti lasciavi riempire le braccia dei tatuaggi che trovavo nelle patatine? Di quando mi portavi a cavalcioni sulla schiena alle fiere di paese? Di quando mi pagavi quel giro in più sulle giostre dopo l'ultimo? Ti ricordi quando mi hai insegnato i nomi delle stelle e a riconoscere le costellazioni? Con una tazza di latte caldo tra le mani, un panno sulle spalle, un atlante di quando eri ragazzo e mamma che ci intimava di rientrare per non prenderci un malanno? O quando abbiamo cavalcato insieme in quel maneggio in Toscana? Avevo troppa paura per lasciare il recinto e tu non mi hai sforzato. Te lo ricordi quello che mi hai detto? Che sarebbe stata per la prossima volta, così è andata. L'estate successiva hai mantenuto la promessa: ci siamo tornati, mi hai lasciato il tempo per trovare coraggio. È stata una delle giornate più belle della mia vita. Io mi ricordo tutto. I ricordi continuano a esistere, questo abbiamo. Papà... tu non puoi mollare». I miei occhi si sono spostati sulla libreria. Ho indicato una raccolta di volumi e lui ha seguito la linea invisibile che puntava al terzo scaffale. Lì sono sistemati i suoi libri preferiti, per lo più regali di mamma. Dietro ogni titolo c'è una storia meravigliosa di come se lo sono procurati. Uno in particolare lo rappresenta in pieno, e lui lo sa. Ho letto nel suo sbattere accelerato delle palpebre che sapeva cosa stessi per dire. «Papà, sei come la Torre Nera di King. Non puoi crollare. Se crolli tu, noi siamo perduti».
Sì, ci ho provato. Ma non ho ricevuto risposta.
Vorrei scendere anche stasera. Vorrei mettermi alla sua destra, prendergli il viso stanco tra le mani, confessargli quello che non sono riuscita a dirgli per molte sere di seguito: dopo tutte le parole che ha avuto per me da quando – stando al mondo – ho cominciato a comprenderle, io non ne ho nessuna per lui adesso. Nessuna che sia efficace, almeno. Vorrei poterlo aggiustare in silenzio, donargli una parte di me da odiare come fa mamma, nella speranza di dargli sollievo.
Ma papà dentro è diverso e la mia idea fa a pugni con i suoi ingranaggi. Lui, forse per proteggermi, da me non vuole più niente. Nemmeno un granello di polvere a cui fare la guerra.
Tu, Cloe, non ti sei mai scontrata con mamma. Il tuo carattere amabile non le dava pensieri. Non l'hai nemmeno mai delusa. Io non faccio altro da una vita, eppure non mi sono ancora abituata al suo rifiuto. Quante botte deve prendere un cane per smettere di amare la mano che impugna il bastone? Abbiamo il sangue diverso io e mamma, di due gruppi opposti che si respingono. Eppure mi ha fatta lei. Sono parte di lei lo stesso, anche se sembriamo veleno l'una per l'altra. Anche se pare che non possiamo salvarci a vicenda.
Mi manchi per mille ragioni, Cloe, per mille dettagli a cui non ho mai dato peso. Uno su tutti, però, mi bagna gli occhi. Mi fa salire alla gola un nodo che, se non lo combattessi, sono sicura mi soffocherebbe: mi manca sentirti sgusciare nel mio letto per consolarmi.
Dopo ogni discussione che finiva con una porta sbattuta, tu aprivi quella della mia stanza, ti avvicinavi in punta di piedi e scivolavi sotto il piumone. Non dicevi nulla, ma il tuo abbraccio bastava per convincermi che al mondo c'era qualcuno che teneva a me, che apprezzava i miei sforzi, che vedeva i miei piccoli successi. Qualcuno per il quale le mie lacrime avevano un peso.
Il tuo era un grande potere. Più mi stringevi, più mi sentivo libera.
Avverto il rumore di un oggetto che cade per terra, forse una tazza, e che s'infrange. Silenzio. Una tregua che dura il minuto utile per raccogliere i cocci. Papà che mormora: «Faccio io», e mamma che ribatte: «È troppo tardi per provare a rimediare».
Il diario di Rosetta ha davvero qualcosa di te, Cloe. Perché anche se non posso più avvertire il peso dolce delle tue braccia intorno al collo, le pagine bianche che a poco a poco riempio mi stringono con la promessa di farmi stare meglio.
Hanno il tuo potere. Più scrivo, più mi sento libera.

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