Venerdì 12 gennaio

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Fuori controllo e ormai mi pulsi dentro

Sento il contagio di un'infezione

Senza ragione disprezzo ogni argomento

Ogni contatto, ogni connessione

(Subsonica – Nuova Ossessione)


Stamattina ho fatto a botte con una tizia della 5a C.
Mi ha punzecchiato per tutto il viaggio in autobus verso il liceo. Mi ha chiamato «la strana» insieme al suo branco schierato nella fila di sedili posteriori, quelli riservati alle «popolari». Nel mezzo del suo trono sintetico ha chiesto la felpa di una delle sfigate dei posti davanti. Se l'è sistemata sulle spalle e ha calato il cappuccio sul viso, facendomi il verso. Fin qui niente di nuovo.
Ho appoggiato la fronte al finestrino lasciando che il paesaggio mi sfrecciasse davanti, senza pretesa di cogliere altro se non il movimento del mondo. La sua voce stridula era solo uno sgradevole sottofondo. Mi sono concentrata sul rumore del motore e sulla musica che filtrava dalle cuffiette della ragazza seduta alla mia destra.
Per smuovermi ha dovuto toccare te.
Dalle sue labbra lucide di gloss sono uscite parole crudeli. «Se è capitato quello che è capitato, un motivo ci sarà. Certe cose non accadono per caso. Quella tizia faceva la santarellina ma sono sicura che, sotto sotto, era una ruffiana. Frequentava la stessa classe di mia cugina. Mi ha raccontato che la secchiona... come si chiamava?» ha domandato all'armadio in gonnella che le stava vicino. «Ah sì, Cloe. Be', la stronza non faceva mai copiare nessuno, ma dava lezioni di matematica gratis. Chissà per quale tornaconto. Forse in cambio di favori. O di pasticche, come la sorella tossica».
Le sue scagnozze le facevano da coro e nessuno degli altri passeggeri ha osato intromettersi tra quelle bugie. Avrei dovuto premere gli auricolari nelle orecchie e assordarmi con una canzone qualsiasi. Avrei dovuto infischiarmene, dimostrare di essere superiore. Ma non ci sono riuscita. Non ho schiacciato play come mi ero ripromessa di fare e ho continuato ad ascoltare il suo veleno.
«Credetemi, tutta la storia del volontariato al policlinico», ha proseguito, «era per impressionare i prof e prendere bei voti. Passava più tempo lì che sui libri, però la sua media era scandalosamente alta. C'era qualcosa sotto, ne sono certa. Comunque sia, la cocca dell'istituto ha avuto ciò che si meritava». Poi ha emesso un sibilo di troppo. «I suoi amati pazienti moribondi le hanno trovato una degna sistemazione al loro fianco».
Le risate spietate hanno riempito l'autobus che nel frattempo si era parcheggiato nel piazzale della scuola. Ho aspettato che smontassero tutti, compresa lei e il suo seguito. Sono scesa per ultima in modo da squadrarla dalla testa ai piedi: borsa firmata, extension ai capelli, trucco pesante, pantaloni attillati con la marca stampata sulla natica, marchiata come una vacca da pascolo.
«Dovresti vergognarti», l'ho apostrofata. «Nessuno merita di morire a sedici anni».
Con una smorfia di disgusto mi ha spinto all'indietro per ristabilire la distanza. «Quella perfettina di tua sorella sì. Anzi, ci ha messo anche troppo. Temevo non ce la saremmo più tolta dai piedi». Ha sputato il chewingum per terra e poi si è accesa una sigaretta con la spavalderia di un'arpia navigata. «A proposito, grazie per averla mandata all'altro mondo».
Il mio pugno non ha atteso che il cervello filtrasse la provocazione. Ha colpito in pieno il suo ovale, e in un attimo mi sono ritrovata con la mano ricoperta di sangue. Lei ha iniziato a piagnucolare, le altre a strillare. Intorno a noi c'era anche chi, pregustando lo spettacolo di una rissa da riprendere e condividere online, ci incitava a fare di meglio. La ripicca delle sue servette è stata immediata. Mi hanno accerchiato per poi ricambiare la carezza con cui avevo castigato la loro leader: due mi tenevano ferma e l'armadio in gonnella picchiava duro.

A un certo punto qualcuno ha chiamato l'ambulanza. La corte di smartphone non si è chinata nemmeno di fronte ai paramedici che ci hanno prese in consegna.
È stata Rosetta a suturarmi il sopracciglio. Fasciata nella divisa bianca extralarge, mi ha fatto sedere sullo sgabello dell'ambulatorio senza fare domande. «Mi hai deluso, bambina» ha sbuffato mentre infilava l'ago.
«Non sono una bambina».
«Sì, invece. Giochi ancora con le bambole». Con un cenno del capo ha spostato la mia attenzione su un lettino poco distante, dove la biondina strillava mentre le medicavano il labbro rotto.
«Non ho cominciato io. Ha offeso mia sorella».
«Non conta quello che ha detto. Tu, piuttosto, hai risolto qualcosa?»
Ho scosso la testa. «Almeno mi sono tolta la soddisfazione di levarle il sorrisino supponente dal muso. Mi ha ringraziato per aver mandato Cloe...» Le parole mi sono mancate all'improvviso. Ho passato alcuni istanti a fissare il pavimento bianco fino a che non l'ho visto tingersi di rosso scuro. Una pozza di sangue si è allargata fino ai miei piedi, per poi sparire una volta sbattute le palpebre. «Mio Dio, non l'ho fatto apposta... non l'ho fatto apposta...»
«Lo so, tesoro». Con le manone tiepide e premurose mi ha sistemato i capelli dietro le orecchie. «Quando inizierai ad accettarlo?»
«Forse mai».
«Sarebbe un grandissimo errore. Accettare non significa dimenticare». Rosetta ha bagnato un batuffolo di cotone con un liquido trasparente. «Non brucia» ha mormorato, anticipando il mio scatto. «Sai Petra, da piccola distruggevo tutte le Barbie che mi regalavano. Una l'ho sciolta sulla stufa a legna, un'altra l'ho abbandonata nella cuccia del mio cane. Era un rottweiler».

«Mi stai dicendo che avrei dovuto andarci più pesante?».
Ha tirato il filo, procurandomi un dolore d'inferno. Apposta. «Quando cedevo all'istinto e le maltrattavo» ha proseguito, «pensavo mi sarei sentita meglio. Invece no. A loro, naturalmente, non è mai importato dei miei soprusi, e alla fine vincevano sempre. Spesso capitava che qualcuno ne raccogliesse i pezzi e mi rimproverasse per il mio comportamento».
«Non capisco dove vuoi arrivare».
Rosetta mi ha sorriso con gli occhi color tabacco. «Alla fine ho capito che avrei dovuto raccoglierli quei pezzi; che ricucire è meglio di gettare via; che la forza di volontà è tutto. Così sono diventata un'infermiera».
«Come avrei dovuto reagire, allora? Facendo finta di niente?»
Ha annuito. «Il modo migliore per far male a una bambola, di plastica o carne che sia, è ignorarla». Si è sporta verso un cassetto e mi ha allungato una pastiglia di antidolorifico. «Non voglio più vederti qui, siamo intesi?»
Non le ho promesso niente.
Mi sono incamminata con lo zaino appoggiato alla spalla e non ho rimuginato sull'accaduto per tutto il tragitto. La mia mente era sgombra quanto la strada ghiacciata che mi stava riportando a casa. Una volta arrivata, ho salutato mamma affacciandomi dallo stipite della cucina. Stava tagliando delle carote e non mi ha degnato di uno sguardo.

«Com'è andata a scuola?» ha chiesto. Un classico.
«Bene» ho mentito.
«Come ti sei comportata?»
«Come al solito».
Se fossi stata in equilibrio su due stampelle non se ne sarebbe accorta comunque. Ha mugugnato qualcosa d'incomprensibile, poi ha alzato il coperchio della pentola che stava bollendo e il suo viso è sparito in mezzo al vapore. «Il pranzo sarà pronto tra venti minuti».
Porca puttana, guardami! Guardami, mamma! Ho un cerotto di dieci centimetri sulla faccia, ho fatto a botte, non sono andata a scuola. No, non è andata bene. Sì, mi sono comportata come al solito. E il solito fa schifo, mamma. Smettila di tagliare quelle cazzo di carote e guardami. Guardami! Mettimi in punizione, fai qualcosa! ho gridato, senza fiatare. Poi il mio stomaco ha deciso di vomitare una risposta più diplomatica. «Non ho fame».
Ho scalato le scale a due a due, con un peso addosso che mi ha quasi tolto il respiro. Ho sbattuto la porta della mia camera e gettato la cartella dove mi ha suggerito la collera. Se solo ci fossi stata tu nella stanza accanto... avresti bussato, e la tua voce lieve mi avrebbe domandato se fosse tutto ok. Invece nessuno ha bussato alla mia porta. Nessuno mi ha domandato se fosse tutto ok. Non lo è per niente, Cloe. È strano come: Vai in camera tua! possa passare da punizione a benedizione in una manciata d'anni. Tutte le frasi meritano una seconda possibilità. E io, invece? Me la merito? Mi ci sono mandata da sola, nella mia stanza. Ho chiuso a chiave la porta, che ha la stessa serratura del mio cuore, dello mio stomaco e di tutte le cose che l'indifferenza di mia madre mi costringe a sprangare.
Ho buttato giù l'antidolorifico di Rosetta con una sorsata del rhum nascosto sotto il letto, quello dentro la bottiglia di plastica con l'etichetta del tè al limone. Poi ne ho bevuto ancora, e ancora. Il male al sopracciglio se n'è andato alla svelta, così come i pensieri.
Non volevo pensare a niente. Non volevo essere niente.

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