2. La mia stella

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Ventisette anni prima


Le vicissitudini della vita avevano condotto Heréin in quel mondo con una forma che non gli apparteneva, non completamente almeno. Dopo qualche tempo, aveva scoperto che lo chiamavano Terra, ma a colpirlo fu che il volatile di cui vestiva i panni fosse definito anche lì "corvo".

"Heréin Nero Corvo incarnato in un corvo."

Il pensiero gli strappò un sorriso amaro, mentre era nascosto tra i rami di un grande salice. Volse lo sguardo al muro di cinta della costruzione che si ergeva accanto. Sapeva che lì gli umani facevano riposare i loro cari dopo la morte. Ancora non riusciva a capirne il motivo e si ritrovò a saltellare sul ramo per sporgersi verso il cimitero, osservando alcune persone oltrepassarne il cancello, segnate dal dolore, scure in volto e negli abiti, ma soprattutto nell’anima. Poteva scorgerne le ombre, sentirne il peso proprio come a Hen; gli mancavano la sua casa, il suo Regno, la sua gente.

"Chissà cosa starà facendo la mia Myra adesso", sospirò. "Si sarà dimenticata di me?"

Posò distrattamente gli occhi su una piccola umana: aveva la pelle candida, lunghi capelli ramati sciolti e ribelli, come lei, costretta in un abitino nero a dispetto della luce, quasi abbagliante, che emanava. Era diversa dagli altri, era una minuscola stella in un mondo grigio per lui, eppure brillava e rideva. Quella risata sembrò riverberargli tra le penne e insinuarsi sotto la pelle, costringendolo ad agitarsi e a gonfiare il piumaggio per scacciare il fremito. Tuttavia, l’inquietudine gli rimase cucita addosso, quando scomparve dalla sua vista.

Senza pensarci spiccò il volo e si inoltrò nel camposanto, cercando la sua piccola stella. Non impiegò molto a ritrovarla e si posò su una vecchia lapide di pietra, rovinata e sbeccata. La bambina non riusciva a stare ferma, ripresa di continuo dagli adulti che le stavano accanto. Un uomo con pochi capelli in testa, il viso rubicondo e opulente come il suo ventre, la afferrò bruscamente per un braccio e la strattonò agitandola come fosse un ramoscello secco. La bambina si pietrificò sgranando gli occhioni color nocciola e il suo bel volto fu adombrato da un velo scuro. Heréin reagì, urlò, ma tutto quello che sentì uscire dal becco fu soltanto un misero verso gracchiato e stridulo, che lo fece infuriare. Ciononostante, la bimba si girò di scatto e lo guardò con un’intensità che lo gelò, finendo col sorridergli.

"Perché lo ha fatto?" si domandò confuso.

L’uomo la agitò ancora rivolgendole parole rabbiose a denti stretti e lui gli si scagliò contro, cercando di beccarlo in testa, o in faccia.

"Lasciala! Lasciala!" gracchiò.

«Maledetto uccellaccio, via, va’ via!» ripeté più volte cercando di colpirlo.

«Basta» lo ammonì una donna lanciandogli un’occhiata torva. «Sofia, vai a giocare nello spiazzo, avanti.»

Heréin si allontanò, passando il becco a sistemare le penne: una manata lo aveva raggiunto con una sferzata di dolore all’ala destra.

"Sofia, così si chiama la mia stella."

La bambina corse via e non poté far altro che seguirla. Non si era mai sentito tanto legato a qualcuno e in modo del tutto inspiegabile.

Lei si fermò sotto il suo salice, girando attorno al tronco che sfiorava con le esili dita, canticchiando una filastrocca.

«Vien la notte, nera e scura,
Come il corvo fa paura.
Zitti zitti bei bambini!
L’uomo nero fa paura,
Se a dormire non vai ora.
Vien la notte, nera e scura,
Come il corvo fa paura.»

"Ti faccio paura?"

Sofia sollevò la testa fino a scorgerlo sul ramo.

«No, tu no» gli rispose sorridendo.

"Capisci quello che dico?"

La bimba annuì con decisione, agitando i fili cadenti e verdi del salice.

Era la prima volta che succedeva in tanti anni: finalmente poteva parlare di nuovo con qualcuno.

«Vuoi essere mio amico?» gli chiese dopo pochi istanti, con un’innocenza disarmante.

"Sì."

«Io sono Sofia e tu come ti chiami?» Si bloccò, inclinando un po’ la testolina con un’espressione buffa e dolce allo stesso tempo. «I corvi ce l’hanno un nome?»

«Io ce l’ho, gli altri non lo so. Mi chiamo Heréin Nero Corvo.»

Era tornata allegra e splendente come prima, frivola forse, ma a lui piaceva così.

«He... Ein... me lo ripeti?»

"Heréin."

Tuttavia, Sofia non sembrava convinta, non riusciva a tenerlo a mente. Non gli importava granché, bastava che gli restasse vicino.

"Se vuoi posso essere il tuo Corvo."

«Sì, tu sei il mio amico Corvo. Grazie.»

"Perché ti ha trattata così male?"

«Non lo so, lo zio è sempre così. Si arrabbia subito» gli spiegò stringendosi nelle spalle. «Giochi con me?»

"Non so come fare", dovette ammettere con dispiacere.

Sofia si sedette per terra, incrociò le gambe e appoggiò la schiena all’albero, inspirando a fondo e socchiudendo gli occhi.

«Posso accarezzarti?»

Heréin saltò giù e si sistemò sulla sua coscia, godendosi quel tocco delicato e caldo che scivolò sulle piume nere con uno strano contrasto di colori.

«Sei morbido» esclamò con una certa sorpresa. «Tu puoi volare, hai visto tanti posti?»

"Sì, ho visto tanti mondi."

«Mondi?»

"Vuoi che ti racconti una storia?"

La bimba accettò entusiasta la proposta, con un sorriso tanto ampio che temette di potervisi perdere dentro e, assurdo, pensò che sarebbe stato bellissimo farlo.

"«Mondi?»"Vuoi che ti racconti una storia?"La bimba accettò entusiasta la proposta, con un sorriso tanto ampio che temette di potervisi perdere dentro e, assurdo, pensò che sarebbe stato bellissimo farlo

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Fatemi sapere cosa ne pensate, per me è molto importante avere un vostro riscontro, con osservazioni e consigli.

Grazie

P.S.: se vi piace, lasciate una stellina 😉

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