Mercoledì 3 gennaio

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But I still wake up, I still see your ghost

oh Lord, I'm still not sure what I stand for

(Fun – Some Nights)


Ieri notte ho sognato di nuovo quel giorno di settembre.
Ho riprovato tutto l'entusiasmo della prima guida con papà fuori dal cortile di casa, nello spiazzo asfaltato vicino alla vecchia fonderia.

C'è caldo nonostante l'estate si stia spegnendo piano piano. Il temporale di qualche ora prima ha reso l'aria pastosa, la pelle appiccica. L'odore di ruggine e asfalto bagnato si mescolano al profumo del dopobarba di papà che è fuori produzione da parecchio. È il suo preferito per le grandi occasioni e questa è una di quelle per cui vale la pena aprire la boccetta che centellina da anni. Le cicale non si danno pace, come se sentissero la fine di tutto e volessero non lasciare nulla di intentato. È quasi impossibile parlarci con un tono di voce normale. Il loro frinire ci avvolge e assorda senza far male. È tutto come deve essere. Il vento porta il frastuono lontano, lo disperde, lo mescola con gli schiocchi dei bidoni di lamiera che si arroventano al sole. Gli alberi si piegano appena sotto le brevi folate e i nostri polmoni fanno resistenza all'aria che ci secca le labbra. Non c'è nessuno in quel deserto urbano, soltanto noi. Maldestri, sfidiamo l'afa e l'umidità di una giornata maledetta.
Papà è alla mia destra. Tu, Cloe, sei seduta dietro e mangi delle patatine da un sacchetto comprato al bar. Ti sorrido dallo specchietto retrovisore della decappottabile mentre papà ti dice di allacciare la cintura, ma tu non gli obbedisci. Incastri le ginocchia secche tra i due sedili, abbracci i poggiatesta e ti sporgi per studiare ogni mio movimento. È il mio battesimo su quattro ruote e tu sei più eccitata di me.
Pigio la frizione, metto la marcia in prima e accendo il motore, come mi ha insegnato papà. L'automobile si accende e le mie mani incerte, strette sul volante, sudano. Bilancio i due pedali, sgaso, la macchina parte, va lenta, poi si spegne con uno strattone. Primo fallimento, ma ci ridiamo su.
Al terzo tentativo prendo il via. Papà controlla i miei gesti grezzi, tu chiedi di andare più veloce e io ti accontento. Non c'è nessuno nel piazzale. L'aria che s'infila nella cabrio fa danzare i tuoi capelli lunghi che porti sciolti come al solito.
Papà sostiene che per oggi può bastare, ma noi lo preghiamo all'unisono: «Un ultimo giro».
Guadagno sicurezza. Non è così difficile, mi sprono. Ingrano una marcia più alta e schiaccio l'acceleratore per vedere la tua chioma fluttuare, e farti ridere ancora più forte. Ma qualcosa non va. Papà grida: «Più piano, più piano!» e poi: «Attenta!».
È un attimo.
La buca piena d'acqua piovana che mi fa sbandare, la bottiglietta che stavi bevendo che scivola sotto il mio sedile e s'incastra nel pedale del freno, papà che non ha la prontezza o il tempo di tirare quello a mano, la sterzata per evitare il muro di cemento, l'impatto che ti sbalza fuori...

Ho riprovato tutto, Cloe. Ho risentito lo stordimento, il dolore del corpo nell'accorgermi del mio braccio sbriciolato, e quello dell'anima nel vederti riversa a terra, fuori dall'abitacolo, immobile.
Osservo la cicatrice che dal polso mi sale quasi alla spalla e la percorro col dito, fino a che la manica del maglione me lo permette. È il mio marchio, quello che mi ricorderà tutta la vita cosa ho fatto. I bisbigli ribadiscono tutti la stessa cosa: è stato un incidente, una fatalità. Eppure, io mi sento Caino.
Finalmente trovo il coraggio di alzare lo sguardo. Eccoti. Quanto sei bella nel tuo abito magenta. Ti hanno sistemato un giglio tra le mani e l'inganno della morte fa credere a tutti che sia un sorriso quello congelato sulla tua bocca. Ognuno dei presenti è vestito di nero. Per la prima volta, nessuno ha avuto da ridire sul mio aspetto.
Quanto mi arrabbiavo quando mi prendevi in giro, sostenendo che il mio era un armadio a lutto! Scherzavi, però facevo finta di non accorgermene. Amavi alla follia le maglie sgargianti che mettevano allegria a chiunque. Io, invece, mi sono sempre rifugiata nel buio.
«Povera Petra, com'è pallida», sento dai banconi della chiesa gremita.
Sono venuti tutti a salutarti: i nostri vicini di casa, i tuoi amici, i compagni di scuola, i prof e i maestri elementari che ci hanno avute entrambe, sconosciuti e curiosi. Una signora storce il naso quando si accorge che gioco con il piercing sul labbro. Scuote la testa, poi ricaccia gli occhi tra il libro dei canti.
Le labbra salate di mamma assaggiano le parole del salmo, tuttavia ogni frase pesa quanto il fianco di una montagna. Fa piccoli, brevi respiri. È nuda e isolata sulla vetta più alta del mondo. So che si vorrebbe buttare ma non le è rimasta neppure la forza per quello. Ha lo sguardo fisso sulla tua bara, come se non esistesse altro; papà, al contrario, non ha il coraggio di guardarla. Mi ha stretto la mano, distratto, per poi rinchiudersi di nuovo nel silenzio.
Scrivo quando il cerimoniale della messa permette di sedersi. Mamma non se ne accorge neanche; a papà non importa. Nei momenti in cui devo stare in piedi, invece, mi perdo nella fotografia che sta davanti al tuo feretro.
Te l'ho scattata nella nostra casa sull'albero l'ultima estate che abbiamo passato insieme. Indossi il mio prendisole arancione, che ho messo fino a renderlo liso. È stato l'unico abito colorato che mi abbia mai conquistato. Volevo buttarlo, ma hai insistito perché te lo regalassi. Sono felice di averlo fatto, Cloe. Ci siamo tutte due in quella foto.
Ieri sono entrata nella tua cameretta. Sono stata la prima della famiglia a varcarne la soglia dopo mesi. C'è ancora il tuo profumo ovunque e i fazzolettini appallottolati sul comodino. Le luci bianche a batteria che usavi per decorare la parete a fianco del letto sono spente da troppo tempo. Con quelle accese, nella tua stanza sembrava sempre Natale. Ora, invece, è una caverna tetra dove persino il Grinch avrebbe paura ad addentarsi. La tenda di foglie secche e filo da pesca che avevi realizzato con pazienza non oscilla più alla brezza. La finestra è sbarrata da quel giorno. La piantina che avevi sul davanzale è un monito all'inesorabile tempo che scorre accanto a chi non si prende cura di noi. È rimasto solo un gambo nero rinsecchito. Persa per sempre, ormai.
La libreria, con i volumi sistemati in doppia fila perché non avevi più spazio, prende polvere così come la tua immensa collezione di Funko Pop dedicati ai personaggi Disney. Laggiù, i fogli sparpagliati sulla scrivania sembrano appartenere a un'altra epoca. La tua passione per la cancelleria ci lascia in eredità decine di biro colorate, pennarelli e post-it che non personalizzeranno più nulla.
Il pouf morbido in polistirolo dove stavi acciambellata ad ascoltare la musica per ore è un guscio con un solco al centro. Nessuno avrà il cuore di cancellare la tua ultima orma: la virgola della tua schiena, la conca della tua nuca... Forse rimarrà così in eterno, a far da nido al tuo fantasma. Non riesco a soffermarmi sulle tue fotografie sopra la mensola. Il mio sguardo si sposta automaticamente verso un punto vuoto dello spazio, come a volermi proteggere. Il tuo viso è un'arma per la mia anima, Cloe. Mi spezza ogni volta che lo vedo sorridere immobile dentro una cornice.
Lo zaino di scuola è vuoto e afflosciato su se stesso. Si mimetizza col grigio del pavimento, non ha più uno scopo. La tua borsetta appesa all'attaccapanni di vimini, invece, è ancora piena di quotidianità: il portafogli scoppia di monete, i trucchi sono a posto nella pochette, il caricabatteria di scorta è nella tasca interna, gli occhiali da sole nuovi sono sistemati nella custodia che hai aperto un paio di volte appena, l'orologio da polso che pende per metà dall'apertura laterale va avanti. Il tuo bullet journal è fermo, inesorabilmente bianco da un giorno all'altro.
Sul comodino c'è la crema per le mani che mettevi sempre prima di dormire. Ho paura ad aprirla, ad annusarla. Ho paura di non riuscire a sopportare tutti i ricordi che potrebbe portare con sé il suo aroma. Nell'armadio i vestiti sanno ancora di te; la federa del tuo cuscino sa ancora di te; così la tua sciarpa preferita con i gufi stilizzati, e persino la salvietta con cui ti sei tamponata i capelli bagnati per l'ultima volta. È appoggiata alla sedia insieme alla maglietta che usavi a casa. Tutto è rimasto immutato come se dovessi uscire dal bagno da un momento all'altro. Il tuo spazzolino è ancora accanto al mio. Il tuo bagnoschiuma è nell'angolo destro del piatto doccia. Nessuno l'ha usato o spostato.
Quello che fa più male sono le pantofole e il pigiama, buttati alla rinfusa, della mattina in cui è finito tutto. Sbagliamo tutti i giorni ad aspettare il tuo ritorno. È troppo per mamma e papà.
Ho preso il vestito arancione dall'appendino e ho tagliato via un pezzetto della gonna. È sotto il tuo cuscino di velluto, adesso. L'ho nascosto lì appena prima che chiudessero la cassa.
Perdonami se ho rovinato il nostro prendisole. Volevo che una parte di me fosse con te nel buio. Lo conosco bene, sai? Perdersi là dentro è un attimo. Per questo non ho potuto lasciarti andare da sola.

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