Lunedì 1° gennaio

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And if I only could

Make a deal with God

And get him to swap our places

(Placebo – Running Up That Hill)


Non ci sei più, Cloe.

I fuochi d'artificio fuori dalla finestra dell'ospedale non sono riusciti a coprire le urla di mamma. Le hanno somministrato un calmante ma ha continuato a gridare lo stesso fino a che non si è accasciata sulla poltrona della tua stanza vuota, la numero sedici: il maledetto senso dell'umorismo del destino. I fuochi illuminavano il cielo quando la tua luce si è spenta. Ti sarebbero piaciuti. Erano rossi per lo più, il tuo colore preferito.
Papà non parla e non si muove. Da ieri è seduto nella sala d'aspetto. Davanti a lui, sul tavolino di plastica, c'è il quarto caffè che ha fatto raffreddare senza berne neppure un sorso. Annuisce quando un infermiere gli chiede qualcosa, firma i documenti di rito, ma niente di più. Ti sei portata via il suo cuore, sorella. Ora è un guscio vuoto mosso dall'abitudine che non sa né dove andare né se vale ancora la pena farlo.
Mamma sta fissando il letto dove le hai sussurrato per l'ultima volta ti voglio bene. Batte le palpebre soltanto quando il bruciore le è insopportabile. Ha gli occhi sbarrati e gonfi, come quando ti hanno sollevato per portarti in obitorio. Le inservienti della clinica hanno arieggiato la camera e cambiato le lenzuola. Lei è rimasta lì immobile a far la guardia al tuo fantasma e a grattarsi via le pellicine dal pollice fino a sanguinare. Nessuno ha il coraggio di mandarla via.
È strano come, improvvisamente, io riesca a ricordare fin nei minimi dettagli ogni ultima cosa che abbiamo fatto insieme. L'ultimo abbraccio, l'ultima corsa a chi arriva primo, l'ultima litigata, le ultime parole orribili vomitate per la rabbia, l'ultima pace fatta, l'ultima cena tutti insieme, l'ultima notte che hai dormito nel tuo letto, gli ultimi consigli che mi hai dato, il tuo ultimo sorriso. Ho nel cuore la sensazione di aver dimenticato qualcosa da dirti, da dimostrarti, di aver buttato via del tempo lontano da te, di averti dato per scontata, e ora mi rendo conto che non ne ho più per rimediare.
Non mi sembra vero di dovermi abituare a parlare di te al passato. "Cloe era" non mi entra in testa. Non mi sembra vero di non trovarti a casa e non poterti raccontare i miei ultimi disastri per vedere la tua reazione. Non mi sembrano vere troppe cose reali che mi sono capitate in una manciata di giorni, e forse sarebbe la mia salvezza se mi convincessi di vivere un incubo dal quale non riesco a svegliarmi. Senza di te è tutto nuovo. È un'altra vita.
Sei morta ieri, Cloe, mentre tutti festeggiavano l'arrivo dell'anno nuovo. Te ne sei andata in silenzio, tra gli auguri e i botti delle bottiglie di spumante. Tra i singhiozzi di mamma e l'apatia assordante di papà hai detto addio con un sorriso, per poi voltare il viso livido da un lato a tre minuti dalla mezzanotte.
Sapevo che stavi morendo. A differenza dei nostri genitori che non si sono mai rassegnati, io ho cominciato a prepararmi da subito. Dal giorno in cui il dottore ha detto che, nella migliore delle ipotesi, saresti rimasta paralizzata a vita. Da quando, sfiorato il terzo mese, tutti si erano illusi che ce l'avresti fatta.
Sapevo che stavi morendo perché ti ho ucciso io.
Pensavo di essere pronta. Credevo che sarei stata capace di affrontare questo fardello a testa alta, eppure non è così. Ho chiesto alla caposala un foglio e una biro. Si chiama Rosetta, come la famosa stele. Di nome e di stazza, ha scherzato quando ci siamo presentate. Ha modi materni e i fianchi generosi di una venere paleolitica.
«A cosa ti servono?» mi ha domandato.
Le ho sussurrato che avevo bisogno di piangere, ma che non l'avrei mai fatto versando lacrime. Non so come, ma Rosetta mi ha capito. Ha rovistato in un armadietto e mi ha regalato una vecchia agenda sponsorizzata da un'azienda farmaceutica. Risale all'anno in cui ti eri fissata col pattinaggio sul ghiaccio, tanto da convincere papà a farsi un'ora e mezza di macchina tutti i mercoledì per portarti al palazzetto ad allenarti.
Mentre scrivo tolgo qualche ragnatela che si è infilata tra le pagine. È curioso. Riga dopo riga è come se le togliessi anche dalle brutte pieghe della mia vita. Ho bisogno di parlarti per recuperare tutte quelle volte in cui, per pigrizia o indifferenza, non l'ho fatto. Se avessi immaginato che ti avrei perso così presto, non avrei mai rimandato certe chiacchierate. Mai rimandare. Ecco il tuo primo insegnamento.
Ho bisogno di confidarmi con te, anche se è impossibile. Non puoi più ascoltarmi, allora ti scrivo perché so che in questo modo riesci a sentirmi. La vita è un labirinto pieno di fosse e false piste. Eri il mio filo di Arianna e ti sei spezzata proprio mentre mi trovavo a un bivio. Ora non so dove andare, non so che direzione prendere. Non so se riuscirò a uscirne. Il mostro che si agita in me mi ha quasi raggiunto. Che cosa devo fare? Non so cosa fare, Cloe...
Mi specchio controvoglia di fronte alla vetrata che dà sul cortile interno dell'ospedale. Indosso gli stessi abiti da più di ventiquattr'ore. Non ho la forza di cambiarmi, di mettere ieri dietro le spalle. Mi osservo come se fosse la prima volta: i capelli scuri non più freschi di shampoo sono raccolti in una coda di cavallo troppo stretta; le occhiaie fanno pendant con la matita nera sbavata; gli occhi verdi-marroni, indecisi anche loro da che parte schierarsi, non vogliono saperne di chiudersi per qualche ora. Il corpo è quello esile di chi ha i polsi troppo sottili per la maggior parte dei braccialetti, di chi si è sempre sentito dire: Mangi quello che vuoi e non metti su un chilo, che fortuna che hai, quasi fosse un'accusa. Il mio corpo, adesso, è l'ultimo dei miei problemi. Devo salvare quello che c'è dentro. Devo impedirmi di svuotarmi. Non devo seguirti, sorella.
Nella tasca della camicia ho ancora i due biglietti per i Coldplay che ci aveva comprato papà. Li avevo con me in ospedale. Li avevo stretti nel pugno quando te ne sei andata. Non so se mi hai sentito quando ti ho fatto presente che non potevi mancare, che avevamo progettato così nei dettagli la giornata che sembrava l'avessimo già vissuta un centinaio di volte; non so se ti sei accorta quando te li ho premuti sul palmo dicendoti che saresti stata tu ad accompagnarmi al mio primo concerto. Me lo avevi promesso. Ma la mezzanotte stava arrivando e no, non puoi avermi sentito.
Il pavimento mi si disfa sotto i piedi, le pareti mi crollano addosso. È soltanto un incubo, vero? Svegliati, ti prego. Alzati dal tuo letto d'acciaio, sali le scale fino a terapia intensiva e stringimi. Dimmi che è stato tutto uno scherzo, che mi hai spaventato per darmi una lezione, che non sei morta per davvero, che andremo a quel concerto insieme, che urleremo le canzoni a squarciagola, che le nostre voci saranno all'unisono ancora una volta. Un'altra volta soltanto. Non abbandonarmi qui da sola ad affrontare un mondo che non mi vuole.
Potrai mai perdonarmi? Ed io? Riuscirò mai a perdonarmi?
In eredità mi hai lasciato un senso di colpa che fatico a contenere e il tuo iPod, pieno delle canzoni che amavi. Infilo le cuffiette e schiaccio play. Parte la colonna sonora di un film che ho sulla punta della lingua, ma il titolo mi sfugge non appena penso di averlo afferrato. Ascolto la tua musica, ascolto te, e scrivo.
In classe la prof di letteratura ci ha suggerito che un diario dovrebbe avere un nome. Nessuno chiama il proprio amico, «amico». L'agenda di Rosetta odora di candeggina e ha la copertina macchiata di tintura di iodio. Dice che il primo di gennaio è un sabato, invece è un lunedì. Un lunedì grigio come i tuoi occhi magnetici quando ancora non erano avvelenati dalle flebo.
Basta un attimo, un tratto deciso della penna e l'errore della data è corretto. Farò così giorno per giorno, cancellerò ogni sbaglio. Magari fosse tanto semplice anche nella realtà poter tornare indietro e con uno scarabocchio aggiustare tutto.
La prof ha aggiunto che ciascun diario dovrebbe contenere almeno un segreto. Io non ne ho, Cloe. Sono esattamente come appaio: difficile. Ma da oggi ne nasconderò uno perché non mi hai dato scelta: terrò stretta qui, tra i fogli a quadretti, la tua presenza al mio fianco.
Ho bisogno di questo diario di fortuna, di questo cumulo di giorni passati che ho deciso di chiamare come te. Senza, potrei cedere alla stessa disperazione di mamma. O peggio, pietrificarmi come ha deciso di fare papà.
Ho bisogno di raccontarti com'è la vita senza di te, sorellina. Perché non so piangere, e spero ancora che tu – non so come – me lo possa insegnare.
Fuori dalla camera ardente c'è un'ombra che non se ne vuole andare. Ha tutta l'aria di essere prodotta da una delle plafoniere alle pareti; ha una forma allungata e ricurva, ricorda una vecchia gobba voltata di spalle.
«Chi sei?» le chiedo, nella mia mente.
«La Morte» mi rispondo da sola, in silenzio.
«Ti immaginavo diversa. Sai, l'ultima volta...».
«L'ultima volta?».
«Vi presento Joe Black. Era il film preferito di Cloe».
«Ah, sì. Quello. Beh, è stato un errore».
«Perché?».
«Ho scoperto quanto fosse bello vivere nonostante le difficoltà quotidiane. Quella sensazione mi perseguiterà per l'eternità. L'idea di riprovarci, hai presente?».
«Capisco. Che ci fai qui?».
«È l'ingresso di una camera mortuaria...».
«Dentro c'è solo Cloe. E lei non è più qui».
«Lo so».
«E allora?».
«Sono qui per te».
«Per me?».
«Stai morendo un po' anche tu, un pezzetto alla volta. Sì, proprio lì, dietro lo sterno e le cartilagini costali».
«Che posso fare?».
«Per rallentare il processo? Vivere».
«La fai semplice».
«Non ci sono alternative».
«Vorrei essere morta al posto suo».
«Non dire sciocchezze».
«I miei genitori mi odiano per questo».
«Ripeto, non dire sciocchezze. Sei tu l'unica a odiarti».
«Che posso fare, Morte?».
«Per fare?».
«Per andare avanti».
«Te l'ho detto, vivere».
«E che significa?».
«Significa resistere alla tentazione di arrendersi».

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