Una finestra su Vanigiò

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"Essere scrittori è una grande responsabilità, perché significa dare vita ai personaggi a cui si sta lavorando e quindi portar loro rispetto. Essi sono vivi sia nella storia in cui abitano, sia nei nostri cuori." Questo è ciò in cui crede fermamente l'autrice di Vanigiò. Nel momento stesso in cui i personaggi vengono creati diventano in qualche modo "viventi". Infatti alla stesura dei dialoghi sono loro a parlare, non lo scrittore, che si limita a fare da tramite. Quante volte ci affidiamo alle citazioni dei nostri personaggi preferiti, che siano essi letterari o animati... e puntualmente arriva qualcuno a dirci «Tanto non sono parole sue, ma dello scrittore». Errore: un personaggio può avere delle idee totalmente diverse da quelle del suo scrittore, il quale magari non le condivide neanche, ma sa che appartengono al suo personaggio (io e Gensakusha-sama, infatti, litighiamo spesso!). Il mondo non si divide solo in buoni e cattivi che dicono le solite frasi fatte, quindi perché dovrebbe essere così anche nelle narrazioni?

"Una trama infantile e semplice non susciterebbe l'interesse dello spettatore, che si tratti di un bambino o di un adulto. Quindi perché non estendere il limite di età? Così che le persone possano trovare piacevole la storia anche una volta cresciute".

Le parole del maestro Takeshi Shudo* sono alla base della sceneggiatura di Vanigiò. Desideriamo quindi rivolgerci a tutti i giovani che non si sentono liberi di coltivare la propria passione per animazione e fumetto, a causa della stereotipata convinzione che tali prodotti siano rivolti ad un pubblico esclusivamente infantile.

Quando i ragazzi desiderano sentirsi "adulti", tendono ad allontanare tutto ciò che per la società è considerato immaturo: spesso addirittura i coetanei che "ancora pensano ai cartoni animati".

Ma chi sono i veri immaturi? È importante porsi questa domanda, perché non è detta che sia realmente infantile ciò che la nostra società giudica come tale, ovviamente a prescindere dal fatto che ognuno di noi ha il diritto di appassionarsi a ciò che preferisce: la fantasia non ha età e chi la limita a ciò è destinato ad essere una persona incompleta.

Tornando a noi, il motivo per cui abbiamo scelto di rendere Vanigiò un manga è proprio legato al desiderio di abbattere certi stereotipi. Ad oggi, in molti ancora non sanno che i manga fanno parte della cultura letteraria giapponese e sono suddivisi in categorie e fasce di età, che li rendono un prodotto destinabile a chiunque. Ad esempio, così come esistono manga per bambini e ragazzi, ci sono anche quelli per casalinghe, per gli amanti dell'horror, del thriller, addirittura dell'erotismo e via dicendo. Ciascun manga è pensato per essere apprezzato da uno specifico target, così come gli anime: ovvero le trasposizioni animate dei manga. Non è strano, infatti, che in Giappone vengano animati anche numerosi spot televisivi!

Inevitabilmente, questo significa che è la società che ci circonda a condizionare la nostra concezione di "maturo" ed "immaturo", per esempio quando alle nostre "baby dance" i bambini ballano le sigle di quegli anime che, in realtà, non sarebbero destinati propriamente alla loro età. Ecco com'è nato il detto popolare "i cartoni animati giapponesi sono diseducativi", dato che alcuni valgono esattamente come i film con bollino giallo o rosso!

Le censure a cui, nella cultura "occidentale", vengono quindi sottoposti tali anime non bastano certo a trasformarli in prodotti puramente infantili, servono solo a snaturare il reale valore delle opere, causando quell'ignoranza che porta anche all'emarginazione di molti ragazzi.

Questo però non significa che nel Paese del Sol Levante non esistano forme di bullismo legate alla passione per manga ed anime: per quanto molti di essi siano a sfondo assolutamente realistico, subentra il problema che alcune persone preferiscono chiudersi in queste vite immaginarie, forse per sfuggire alle sofferenze che vivono nella realtà. "Otaku" è il termine con cui vengono definite in modo dispregiativo, nelle scuole o sul posto di lavoro e spesso si abusa di tale appellativo, attribuendolo impropriamente a chi semplicemente coltiva la propria passione.

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