Capitolo 13 - Part 3

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«Credevo che fosse a Napoli» mormora Giù ancora incredula.

«Ponticelli è appena fuori Napoli» preciso senza voltarmi, per poi concentrarmi sul testo subito dopo il titolo.

"Costruito nel 1837, divenne una casa di cura e rifugio per reduci di guerra. Durante le guerre d'Indipendenza, fu il covo delle truppe garibaldine nell'ascesa dell'Italia. Ciò garantì fama all'ospedale fino agli inizi del Novecento. Nel 1905, l'edificio venne trasformato in un istituto per malattie mentali, tra cui handicappati e omosessuali. Vent'anni dopo, il manicomio venne scosso da quella che oggi viene definita la Strage Rossa: tutti i medici e parte dei detenuti vennero uccisi in una notte da uno dei pazienti, che si definì 'padrone del sangue'. In seguito al massacro, l'istituto divenne bersaglio di polemiche e fu costretto a chiudere lo stesso anno.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, divenne rifugio per le truppe partigiane. Nel 1944, l'edificio venne raso al suolo da parte di un attacco aereo nazista".

Leggo e rileggo le ultime frasi, nella speranza che cambino davanti ai miei occhi man mano che ci riprovo. Eppure quelle parole rimangono sempre le stesse. Un buco torna a formarsi nella questione e mi lascio cadere sulla sedia, affranta.

«Non ho mai odiato così tanto i nazisti come adesso» commenta Raffaele allontanadosi dal tavolo e fissando il libro con aria delusa.

«Sono d'accordo...» Non riesco a crederci: l'immagine sulla mappa era chiara, così come la scritta! Com'è possibile se l'ospedale è stato distrutto settant'anni fa?  «Ragazzi, qualcuno ha la mappa del Covo?»

«Credevo che ce l'avessi tu» replica Raffa voltandosi verso di me. 'Bene...' sospiro, mentre, invano, cerco d'impedire allo sconforto di disordinarmi i pensieri.

«Siamo al punto di prima» mormoro tra me e me, portandomi una mano alla tempia. L'impatto con la realtà è più duro del previsto. «Anzi, siamo a zero.»

I ragazzi sospirano, gli sguardi bassi e stanchi di chi ci ha già perso le speranze, mentre di fianco al tavolo un'intera libreria giace silenziosa, in attesa. La guardo per un po', ma nonostante il tempo passi, la voglia di rimettermi a cercare è sempre meno.

«Io sto sognando qualcosa, però...» Giulia corruga le sopracciglia e fissa il profilo del libro con aria concentrata, come se ci fosse qualcosa che non quadra.

«Sì, ce l'hai detto» sospira Raffa, confuso. «Strano che lo sogni solo te.»

«No, voglio dire che vedo qualcosa, vedo un edificio... e se fosse quello?» insiste lei alzando la voce e voltandosi verso di noi. Una luce nuova brilla nei suoi occhi, ma stavolta sto ben accorta dall'aggrapparmici.

«Che tipo di edificio?» domando più attenta. Noto che anche Raffaele ora si è messo all'ascolto.

Giulia scrolla le spalle. «Non so, è difficile da definire. Sembra... una vecchia fabbrica. Sul soffitto ci sono delle grandi tuba...»

«... delle grandi tubature, sì, è sempre il solito» sbuffa Raffa, mentre sfoglia le pagine successive del libro, forse alla ricerca di qualche informazione in più. Scuote la testa. «Non saprei. Hai visto altro? Magari ultimamente?»

Giulia scuote la testa, scoraggiata. Ecco, ho fatto bene a non illudermi, anche se, sotto sotto, qualcosa mi dice che il sogno di Giù è la strada giusta.

Sospiro. «Abbiamo bisogno di più informazioni.» Mi alzo di scatto e faccio per andare a chiamare Camilla, ma Raffaele mi ferma prendendomi per un polso.

Lo fulmino con lo sguardo, costringendolo a lasciare la presa. Noto che hanno entrambi l'aria stanca.

«Senti, che ne dici se torniamo domani con la mappa? Magari ci siamo sbagliati a leggere» suggerisce lui, mentre con gli occhi mi supplica di uscire da lì.

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