Capitolo 12. La terra trema - Parte Prima

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«Riesci a vedere se è ancora all'interno?» mormorò Jake alle sue spalle e CJ scosse il capo, sporgendosi ancora un poco oltre il muro per avere una visuale migliore dell'edificio in pietra rossa. Dall'unica finestra presente, leggermente schiusa per il calore primaverile, riusciva a scorgere appena un'ombra ma nessun riferimento su chi ne fosse il proprietario.

«Non sono sicuro sia lui» rispose cauto, lanciando poi un'occhiata storta al guerriero, che approfittava della sua distrazione per emergere a sua volta dall'angolo nel quale si erano nascosti. «Amico, così ci farai scoprire» lo redarguì, e Ben sospirò di rimando, tirando indietro la testa.

«Che senso ha stare qui a guardare? Mi sembra decisamente più facile andare e vedere di persona» borbottò il guerriero. La delusione per il fallimento del giorno prima, e per l'inutile ricerca in biblioteca, iniziava a palesarsi nel tono e nell'espressione dell'uomo e cominciava a mutare in un bisogno spasmodico di risolvere quella faccenda, con i mezzi più rapidi e pratici a loro disposizione. Erano passati solo pochi minuti da che CJ aveva riferito loro del risultato dell'inseguimento e li aveva guidati fino a quell'abitazione, eppure Ben non era il solo a fremere di impazienza: la possibilità che dentro la casa vi fosse almeno una persona in grado di dare delle spiegazioni - spontanee o più probabilmente estorte sotto la minaccia delle lame - era rapidamente diventata la prospettiva più allettante per quasi tutto il gruppo.

Jake, avanti al guerriero di qualche passo, sbuffò sommessamente a quelle parole. «Capisco l'impazienza,» mormorò a denti stretti, voltandosi verso di lui e posando la schiena alla parete irregolare di una vecchia casa, «ma non possiamo semplicemente irrompere lì dentro e menar le mani a qualunque cosa ci si pari davanti. Dovremmo prima capire se il nostro uomo è ancora all'interno.»

«A me sembra il modo migliore per scoprirlo» ribatté Ben. «Entriamo, controlliamo e nel caso meniamo le mani. Solo nel caso.» Sorrise innocentemente, scrollando le spalle e facendo tintinnare le fibbie del fodero. Jake gemette, conscio di essere l'unico a voler adottare un approccio più blando, nonostante lui stesso bruciasse dalla voglia di saperne di più.

« Jake, capisco la tua cautela,» si intromise Jord, staccandosi dalla parete e avanzando di un passo sull'acciottolato umidiccio, «ma non credo che otterremo nulla a stare qui ad aspettare. Potrebbe essere uscito da una porta secondaria, per quanto ne sappiamo. O potrebbe essere un parente o un complice del proprietario e a quel punto potrebbe rimanere con lui per il resto della serata.» Mantenne un tono basso, ma il suo sguardo corse comunque da Jake all'halfling, che ancora teneva sott'occhio la strada oltre l'angolo; per un momento temette di aver attirato troppo l'attenzione al di là del muro, ma non vedendo reazione da parte del piccolo ladro si tranquillizzò.

Jake annuì alle sue parole, ma non rispose subito. Valutò invece le diverse alternative, chiedendosi quanto fosse probabile che l'uomo avesse semplicemente lasciato la bottega prima del loro arrivo, e che in quel momento li stesse aspettando alla locanda per riprendere l'inseguimento dal posto più probabile. Il pensiero andò a Spock e Galatea, che forse erano già rientrati e avevano trovato il loro biglietto, e che dunque avrebbero potuto decidere di raggiungerli, portandosi inevitabilmente dietro anche l'uomo. Sotto ogni punto di vista, l'attesa gli apparve ancora una possibilità allettante, ma non poté non riconoscere del senso anche nel discorso del compagno: potevano sempre aspettare l'inseguitore dentro l'edificio, e sorprenderlo al suo ritorno. «Hai ragione, Jord» ammise infine, passandosi una mano sui capelli radi ed espirando leggermente. «Daniel, hai visto se c'erano altre uscite dalla bottega?»

Lo stregone, una mano posata al muro e l'altra stretta alla cinta, confermò con un cenno del capo. «Ho intravisto una porta dietro il bancone.» Poi fece una pausa, per cercare di estrapolare dal ricordo del mattino qualche elemento utile. «Però non so dire se portasse a uno stanzino o a un'altra uscita» concluse, lasciando scivolare la mano sul tessuto della veste e sistemandone nervosamente le pieghe. L'aver appreso che il segugio era entrato nel medesimo edificio dal quale lui stesso era emerso poche ore prima lo irritava e preoccupava al contempo; non sapeva dire se fosse una coincidenza subdola o se anche lui quel mattino fosse stato seguito come i compagni, ma tutto ciò che desiderava in quel momento era comprendere come l'anziano proprietario fosse connesso con quell'assurda storia e ottenere finalmente delle risposte.

Un nuovo sospiro del ranger anticipò un'ulteriore risposta da parte sua o degli altri. «Va bene, avete vinto. Entriamo a controllare» esclamò Jake.

«Lieto che tu abbia raggiunto le nostre stesse considerazioni» lo schernì Ben con un sorriso bonario, prima di rivolgersi all'halfling. «CJ, nessuna novità, dico bene?»

«Nessuna, fratello. Anche l'ombra non è più visibile» confermò il ladro, senza voltarsi.

«Bene, allora andiamo» concluse Ben, ricevendo un assenso da tutti i compagni e cominciando a superare CJ per inoltrarsi nella via. «Vediamo cosa nasconde il nostro Lerov.»




Il campanello tintinnò per l'ennesima volta quella mattina e Lerov alzò lo sguardo dal bancone per posarlo sull'uomo imponente che si stagliava sulla soglia. Questo mosse qualche passo dentro la bottega, salutando con un «Buon pomeriggio» piuttosto marcato. Dietro di lui veniva un gruppo altrettanto bizzarro di nuovi clienti e il vecchio si costrinse a sorridere, nonostante l'evidente stranezza della combriccola lo avesse colpito al pari della minacciosa elsa che vedeva spuntare dalla spalla dell'uomo in testa. I suoi occhi vagarono dal combattente alle restanti quattro persone che pian piano entravano nella stanza, tutte armate e con il corpo protetto da robusti cuoi e solido metallo; si fermarono quando incrociarono quelli del giovane mezz'elfo incontrato quella stessa mattina, che superava l'ingresso per ultimo e chiudeva la porta dietro di sé con un cenno di saluto.

Quando i cinque lo osservarono con sguardi perplessi, Lerov si rese conto di non aver ancora pronunciato alcuna parola, così si sforzò di modulare la voce in un tono gentile, riuscendo però a pronunciare solo un esile «Salve», prima di lanciare una rapida occhiata alla scrivania e agli oggetti riposti sopra di essa.

«Salve a lei» rispose uno degli uomini; quest'ultimo gli riservò anche un sorriso gentile, reso però tetro dalla lunga e vistosa cicatrice che ne segnava gli zigomi. Il bottegaio cercò di non soffermarsi troppo a osservare quel viso sfigurato e preferì concentrarsi prima sul bizzarro halfling dalla pelle scura - il primo in vita sua che avesse mai visto, benché avesse già sentito parlare dell'esistenza di tale razza- e poi sul giovane al quale aveva venduto le componenti poche ore prima. «Come posso aiutarvi?» biascicò teso, mentre iniziava ad abbandonare la scrivania e i fogli che avevano tenuto la sua mente occupata fino ad allora; nel farlo, la mano rugosa scivolò sul legno e urtò una piccola scatola porta-oggetti sul ripiano, che rovinò a terra in un'eco metallica e tintinnante.

Lo sguardo dei nuovi arrivati seguì quella breve caduta e, con quello che il vecchio interpretò come un moto di gentilezza spontanea, il mezz'elfo e l'uomo con il simbolo del dio del sole al collo mossero un passo verso di lui per aiutarlo. Lerov però fece cenno a entrambi di non preoccuparsi, e lentamente si inchinò per raccogliere la custodia ove da anni riponeva i suoi sottili pennini, sentendo lo sguardo dei due e quello dei loro compagni seguirlo per tutto il movimento.

Quando il piccolo scrigno tornò al suo posto sulla scrivania, fu il giovane incantatore a iniziare a parlare. «È un piacere rivederla» gli disse, piegando le labbra in un sorriso gentile. Nonostante lo sguardo affabile, Lerov non poté non notare come le iridi color smeraldo dell'altro rimasero impassibili, quasi distaccate dall'impressione di gioia che il loro possessore pareva voler trasmettere con il resto del viso. «Sono passato per acquistare alcune cose che stamattina avevo scordato» continuò il mezz'elfo, lanciando poi una rapida occhiata al resto del gruppo, che assisteva in silenzio al loro scambio.

Il vecchio esitò un istante, il tanto necessario alla sua mente per andare alla stanza adiacente e a ciò che attendeva al suo interno, poi si concesse un sospiro sconsolato, che mascherò prontamente con un altro sorriso stanco. «Ne sono lieto. Ditemi, cosa vi serve?» mormorò, muovendosi lentamente verso i clienti e sentendo le ossa fragili dolere a ogni passo. Benché il suo sguardo fosse posato sul mezz'elfo, non gli sfuggì che gli altri quattro iniziavano a guardarsi intorno, lanciando occhiate distratte agli scaffali e alla porta dietro al bancone. Troppo presi dall'esaminare la bottega, nessuno oltre Lerov parve notare l'ombra che iniziava a stagliarsi alla porta d'ingresso.

«Ebbene...» cominciò il giovane mezz'elfo, prima che lo scaccia-pensieri tintinnasse ancora e un uomo vestito in rosso facesse il suo ingresso nella stanza.

Le Fiamme di Dóiteáin - Cronache di Irvania IDove le storie prendono vita. Scoprilo ora