Il gemello più pigro

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Il più pigro fra i due gemelli campagnoli era sicuramente Giuseppe.

Anzitutto, era venuto al mondo due ore dopo Filippo, facendo penare la sua povera mamma, che non vedeva l'ora di uscire dalla gravidanza gemellare.

E la pigrizia lo aveva seguito fin dentro la culla, il tono con il quale si lamentava pareva indolente fin da piccino, poi che cosa dire della lentezza esasperante con il quale poppava il latte materno dal seno florido e traboccante? Persino Filippo protestava con versetti acuti e disperati per la fame, richiedendo infantilmente il proprio turno, quando il fratellino impiegava troppo tempo a nutrirsi egoisticamente. Anche il modo in cui Giuseppe piangeva era strascicato, la frequenza poco assidua con la quale sporcava i pannolini era davvero lenta: questo, in realtà, non costituiva un vero e proprio male, ma lo faceva sembrare quasi alieno.

Era stato il secondo, dopo Filippo ovviamente, dato che erano in due, a muovere i primi passi traballanti della sua vita e a imparare a pronunciare le primissime parole comuni a tutti i bambini piccolissimi: mamma, papà, bua, pappa, ciuccio e qualche altro termine. Rispetto al gemello intelligente, il piccolo Giuseppe aveva camminato e parlato con due mesi esatti di ritardo. Il numero due doveva essere scritto a caratteri cubitali nel suo destino, evidentemente. Veniva per secondo su tutto, eppure la cosa non gli dispiaceva, dato che lui ci sguazzava, nell'adorata pigrizia.


Quando arrivarono quegli anni dell'infanzia in cui si incominciava a frequentare la scuola dell'obbligo, il pigro Giuseppe apprese le varie materie con evidente svogliatezza, studiava con scarso impegno, si appisolava sopra il banco dalla superficie liscia, con conseguente sgridata contrariata della maestra intransigente e tirata d'orecchie della direttrice severa, se veniva convocato nel suo ufficio lindo e ordinato. Se non era per il fratello gemello, che lo aiutava zitto zitto nei compiti in classe senza farsi beccare, probabilmente Giuseppe non sarebbe avanzato di grado, bocciato vita natural durante. Negli sport più variegati, poi, era meglio non infierire: Giuseppe faceva solo quelli che si sentiva di praticare e se si alterava, veniva fuori lo strano fenomeno soprannominato "Hulk" e otteneva risultati molto soddisfacenti, ma solamente quando si arrabbiava, altrimenti non c'era proprio verso né speranza di smuoverlo dalla sua postazione strategica, cioè quella di starsene seduto a gambe incrociate sul pavimento della palestra ampia, a fissare il vuoto. Gli piacevano particolarmente il calcetto e il tennis, fra tutti gli sport esistenti.


Giuseppe andava a braccetto con la pigrizia, sua eterna alleata, sua compagna fedele, sua gioia piena e conforto essenziale nella vita quotidiana. Spesso, non era fortunato con le ragazze proprio perché loro non accettavano questo suo lato indolente, che prendeva le cose con molta calma, a eccezione di quando rivelava rabbia e paura, allora non era più pigro, certo, ma eccedeva nelle sue reazioni emotive e tutte, nessuna esclusa, lo scaricavano, gli davano buca. Sarebbe rimasto single a vita, lo scapolo della pigrizia, probabilmente. Con il letto come unica ragione di vita, con il divano come trono piacevole e oltremodo comodo, con la sua adorata campagna come paradiso ideale, era propenso a pensare che sarebbe invecchiato così. Solo e pigro: che accoppiata vincente, no?


Il paesaggio splendido della campagna gli offriva una lauta ricompensa di rimirare indisturbato la natura incontaminata, gli animali lasciati liberi di scorazzare nell'aia, grazie a rilassanti passeggiate nel verdeggiante bosco che confinava con la loro proprietà, un ambiente in cui perdersi non era affatto pericoloso o difficile, finché lui sapeva sempre come ritrovare la strada di casa. Per un giovane pigro come lui, questo scenario familiare rappresentava la perfezione assoluta.


Un'attività in pianta stabile che preferiva, oltre a quella di poltrire almeno venti ore su ventiquattro, stava nel guardare la televisione: poteva scrutare nelle vite complicate della gente famosa, oppure viaggiare verso altre città sconosciute e ricche di cultura senza scomodarsi dal divano, oppure ancora fantasticare sopra i film di genere avventuroso, sopra le western story, sopra i moderni polizieschi.

Gli piacevano decisamente meno le commedie demenziali e i film romantici, poiché non appagavano abbastanza il suo indice di gradimento, però era costretto a vederli, soprattutto quando il fratello Filippo invitata la sua ragazza Morena. Alla tipa interessavano solo quei tipi di lungometraggi, perciò Giuseppe doveva adeguarsi, per quieto vivere, anche se, alla fine, li guardava solo lui. Si illudeva enormemente se pensava, ogni volta, di godersi in santa pace la visione del film: la coppietta felice non perdeva invero la ghiotta occasione di sussurrarsi melense sdolcinatezze, quando gli attori dei film simulavano scene d'amore o di semplice complicità sullo schermo piatto.

Tuttavia, non era tutto qui: che dire quando i due piccioncini si perdevano intere sequenze per abbracciarsi, per strusciarsi l'uno addosso all'altra e per pomiciare al buio?

A quel punto, Giuseppe risolveva l'imbarazzo alzando il volume della televisione grazie al suo telecomando, cercando di ignorarli mentre si scambiavano senza vergogna carezze ed effusioni, tirando un sospiro di sollievo quando avevano la decenza di sloggiare cambiando stanza, ridacchiando persi, o dichiarando all'improvviso di aver cambiato idea sul film e di volersi fare una passeggiata tranquilla nei dintorni della casa di campagna.

Lui voleva molto bene a suo fratello Filippo, davvero tanto, e non l'avrebbe mai odiato per il fatto che, quando c'era la fidanzata, dava più retta a lei, a Morena, ignorandolo e snobbandolo, relegandolo quasi sul bordo destro del divano, però immaginava che fosse normale e quindi lo lasciava libero. Era pigrizia anche questa, sicuramente.


D'altronde, tutto era pigrizia, per Giuseppe.

Che lo si trovasse stravaccato in panciolle dentro la sua camera da letto, o in qualunque altra stanza, che frequentasse indolentemente le varie scuole durante la sua crescita, che si recasse sul posto di lavoro procedendo in stile zombie, controvoglia, ma obbligato dal desiderio di restare indipendente e libero, di guadagnare soldi propri, che camminasse nel bosco rigoglioso, che si occupasse degli animali salubri o dell'orticello fertile di famiglia, faceva tutto con calma fiacca, svogliatamente incapace di osare più di quanto volesse realmente.

Sempre sullo stesso piano, non guardava mai in alto, non aspirava vivamente a una vita migliore e più avvincente, piuttosto si accontentava di vederla realizzarsi ai personaggi dei film o dei libri, quando gliene regalavano qualcuno interessante e non noioso, mai con uno stile pomposo ed ebbro di descrizioni che, nella sua vita normale, non gli servivano proprio a nulla.


Probabilmente, a trovarla, avrebbe sposato una tipa pigra come lui. La rappresentazione dell'inattività, però forse non così tanto inoperosa, mai al suo stesso livello, altrimenti non gli avrebbe preparato da mangiare, non sarebbe accorsa a coccolarlo dopo una giornata di lavoro, no, meglio di no, la ragazza doveva avere al contrario un carattere molto attivo ed essere efficiente, per contrastare perfettamente la sua passività innata.

In un momento in cui era preda dell'ebbrezza provocata da troppi bicchieri da vino, si era persino dichiarato a una tipa, sì, era stato durante l'ultima cena di classe dei suoi ricordi, dopo essere diventato maggiorenne.

Lei era bellissima e biondissima, lui probabilmente non era abbastanza carino e attraente per lei.

Al ritorno a casa, dopo i postumi della sbronza, si era sentito uno schifo, peggio del suo cane di razza Jack Russel, Billy, nei momenti no.

Poteva dire che quella fosse stata l'unica volta in cui aveva rimpianto di essere un pigro irrecuperabile, finché non era arrivato suo fratello Filippo, a consolarlo come solo lui sapeva fare, ma soprattutto a impedirgli di bruciare il suo armadio utilizzando un fiammifero acceso, così, in un momento di pazzia.

Aveva iniziato a suonare la chitarra classica con la sua ammirevole maestria, il caro Filippo. E cullato dalle note magiche di una canzone allegra, Giuseppe si era finalmente addormentato.

Al suo risveglio, era emerso dalle coperte rimboccate ed era come se non fosse successo nulla, la pigrizia era tornata a tirarlo su e con essa, con la sua compagna, la sua alleata, la sua fonte di piacere e ragione profonda, fidata e irrinunciabile nelle sue forme, era giunto anche il buonumore.

La delusione d'amore ricevuta non sarebbe stata che un fievole ricordo in mezzo a tante altre cantonate inevitabili che avrebbe ricevuto nel corso della sua esistenza terrena, ma, se gli rimaneva la pigrizia, per Giuseppe andava tutto splendidamente.



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1362 parole.

Ottava settimana, Missione 5, Prompt "Pigrizia".

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