La forza della sua rabbia

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Giuseppe, soprannominato dai pochi amici "Hulk", entra irruentemente nella propria casa di campagna, urlando la sua rabbia cieca fino alla soffitta, e inizia a rompere tutto quello che gli capita sottomano: spacca le gambe delle sedie, frantuma fragili vasi e statuette di cristallo, lancia a terra tutto quello che trova dentro la dispensa ben fornita, bicchieri e ciotoline, piatti e piattini, tazze e tazzine, teiere e contenitori vari.

Egli divelta le ante rifinite dei mobili, si accanisce sulle porte di legno, distrugge divani imbottiti e materassi stesi facendo disperdere nell'aria piume bianche, fiocchi di cotone e filamenti sottili.

Trova un martello abbastanza utile e inizia a fare piazza pulita di tanti oggetti rimasti, povere vittime collocate sulla sua strada, senza badare se abbiano un valore affettivo oppure no. Fortunatamente, prima che infierisca anche contro muri intonacati e pareti portanti, rischiando di bucare l'intonaco e di far crollare tutta la dimora, qualcuno lo blocca da dietro e lo ferma, abbracciandolo, strappandogli il martello dalla mano e tirandolo lontano, a terra, per poi urlargli nell'orecchio queste parole con tono indispettito e autorevole.

«Fermati! Adesso basta, accidenti! Calmati e ascoltami! Non puoi reagire così ogni volta che hai una cotta per una persona e che questa non si rivela adatta a te! Sai quanto ci costerà riparare i grossi danni che hai fatto?! Hai una vaga idea di quello che la tua arrabbiatura comporta? Perché devi sempre fare l'incosciente? Perché diamine non cresci?».

Suo fratello gemello, di nome Filippo, aveva ragione a imporsi così su di lui, altrimenti sapeva che non avrebbe ottenuto nulla di positivo, quando Giuseppe reagiva con forza bisognava interromperlo con altrettanta tenacia e determinazione severa per placarne le reazioni estreme. Lo sfogo distruttivo si conclude con lo stringere convulsivo dei denti e l'avvento istintivo delle lacrime sul viso apparentemente inoffensivo del giovane, che strizza gli occhi nocciola e si gira abbastanza per affondare il volto nel petto del fratello così simile a lui, per ritornare innocuo e docile come un agnellino fra le braccia familiari.

Filippo sospira, ormai rassegnato da una lunga convivenza, dandogli pacche fraterne sulla schiena con una mano e carezzandogli gentilmente i capelli bruni con l'altra.

A vederlo, basso e mingherlino com'era, nessuno avrebbe mai sospettato che Giuseppe possedesse quella forza sovrumana nelle braccia che ha dell'incredibile, eppure lui esiste davvero e quella è la sua migliore qualità, che, se usata al servizio del prossimo, può rappresentare una manna dal cielo.

«Scu-scusami, Fifì. Non volevo rompere tutto, t-ti giuro che non l'ho fatto apposta, ho perso il controllo su di me. S-sono pericoloso, lo so. Ve-veramente, dovresti rinchiudermi da qualche parte», mormora affranto, fra un singhiozzo e l'altro, torcendo il tessuto della sua felpa arancione.

«Shh. Dai, Pepé, io ti ho già perdonato. Dimentica piuttosto chi ti fa soffrire. Adesso io e te ce ne andiamo a mangiare fuori: accendiamo un bel fuocherello, ci sediamo sopra i massi e arrostiamo la carne cantando le tue canzoni preferite», lo consola, addolcendo il tono di voce.

«Penseremo dopo alle spese per sistemare casa e a come riparare il salvabile».

Poiché quello che sembra un mostro agli occhi del mondo, rimane pur sempre il suo caro fratello.



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528 parole.

Scritta per la quinta settimana del COW-T 8, prompt "Crush".

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