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Pen Your Pride

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Cerco di infilarmi in un tubino nero così attillato da togliermi il respiro quando il telefono inizia a squillare.

«Allora, a che punto sei?» chiede Maura dalle poltrone fuori dal camerino. La sua voce si mischia alle papere starnazzanti della mia suoneria e alle chiacchiere di alcune clienti che escono.

«Ho quasi fatto», rispondo ignorando il suono del cellulare, provando a chiudere la cerniera e maledicendo la mia amica. Le giornate di shopping, soprattutto se finalizzate a trovare abiti eleganti da sfoggiare nelle serate in compagnia di Maura e Giacomo, suo marito, non sempre sono piacevoli, a maggior ragione se i suddetti abiti sono scelti da lei.

«Dai, fammi vedere!» urla. «E rispondi a quel telefono!»

Evito di guardare come mi calza la guaina infernale che mi costringe a indossare, una guaina nera da cinquantacinque euro che metterò per una sola sera, su cui rovescerò sicuramente un cocktail e che mi farà sembrare una salsiccia. Faccio un respiro profondo ed esco nel corridoio vuoto, a parte Maura, la borsa di Maura, le buste di Maura e le sue idee.

Sono accaldata, infastidita e strizzata in una quarantadue e tutto voglio tranne sentirmi dire che devo provarne un altro sullo stesso stile. Sono pronta a mandarla a quel paese e ad arrotolare la tenda del camerino, farne un fagotto, mettercela dentro e spedirla a Timbuctù, ma non ne ho il tempo. Lei chiude la bocca, la riapre, la richiude e mormora a denti stretti un «sgrssta?»

«Che?» domando preoccupata.

«Sei ingrassata?»

Quando mi guardo allo specchio capisco di cosa parla. Il vestito si è arrotolato intorno alla pancia, mi copre appena un pezzo di coscia e mi fa sembrare un mostriciattolo grasso. Mi fisso allarmata per qualche secondo, poi mi volto verso di lei e scoppio a ridere. «No, ma ho pranzato.»

«E hai mangiato un cocomero?»

«Per la verità ne ho mangiati cinque. Poi due piatti di pasta e una pizza.»

«Tu sei una quarantadue! Perché non c'entri?» domanda.

«Perché io sono una quarantaquattro. Il mio sedere ondeggia per il pianeta, mostra la sua presenza e ricorda a tutti che non è il sedere di una quarantadue.» Muovo il didietro davanti allo specchio e lo indico con le mani.

«Il tuo culo è una quarantaquattro ma il resto è una quarantadue.»

«È una distinzione che puoi fare se compri due pezzi separati, non un abito.»

Sul suo viso si apre un sorriso che in men che non si dica si trasforma in una risata sonora. Rido con lei, poi chiamo la commessa e le chiedo di portarmi una 44 del vestito largo sui fianchi che ho adocchiato non appena entrate.

«Oddio Angelica, è così banale!» continua la mia amica mentre la ragazza viene verso di me con un'espressione facciale che dice "ve lo avevo detto che la quarantadue era piccola". Io tento di replicare, sempre attraverso la mimica facciale, "non dipende da me ma dalla mia amica", però non sono sicura di riuscirci.

«Non è banale, fastidiosissima donna. È un vestito nero sopra il ginocchio, di tulle nero e con le paillettes nere. Sembrerò un albero di Natale in stile gotico. Falla finita!»

«Ma è accollatissimo. A parte le braccia scoperte non mostri niente!»

«Le gambe, mostrerò le gambe. Falla finita tu, Mau. Ti ho già accontentato con il nero», dico mentre tento di togliermi di dosso l'abito. Riprendo l'aria persa durante la guerra con la guaina ed entro nell'altro. Ci sto alla perfezione.

«Oh, adesso sì!» esclamo allo specchio. La mia irritante amica appena mi guarda e tenta di tenere a freno il suo punto di vista reale. «Sì, niente male.»

Amore, libri e piccole follie - primo capitoloLeggi questa storia gratuitamente!