2.

130 0 0
                                    

Il giorno dopo, all’alba, tutta Fontamara fu in subbuglio per un malinteso.
All’entrata di Fontamara, sotto una macera di sassi, sgorga una povera polla d’acqua, simile a
una pozzanghera. Dopo alcuni passi, l’acqua scava un buco, sparisce nella terra pietrosa, e riappare
ai piedi della collina, più abbondante, in forma di ruscello. Prima di avviarsi verso il piano, il
ruscello col suo fosso fa molti giri. Da esso i cafoni di Fontamara han sempre tratto l’acqua per
irrigare i pochi campi che possiedono ai piedi della collina e che sono la magra ricchezza del
villaggio.
Per spartirsi l’acqua del ruscello ogni estate fra i cafoni scoppiano spesso liti furibonde. Negli
anni di maggiore siccità, le liti finiscono talvolta a coltellate; ma non per questo l’acqua aumenta.
In quella stagione da noi si usa che, al mattino presto, alle tre e mezzo o alle quattro, essendo
ancora buio, gli uomini si alzano, bevono un bicchiere di vino, caricano l’asino e in silenzio
prendono la via del piano. Per non perdere tempo e arrivare prima che il sole sia alto, la colazione si
fa per strada; la colazione? un tozzo di pane con una cipolla, o con un peperone, o con una crosta di
formaggio.
Ora avvenne che gli ultimi cafoni di Fontamara, i quali alla mattina del due giugno scesero la
collina per andare al lavoro, s’incontrarono al piano con un gruppo di cantonieri, arrivati dal
capoluogo con pale e picconi per deviare l’acqua (secondo quello che essi dissero), per allontanare
il misero ruscello dai campi e dagli orti che aveva sempre irrigato, sempre, a memoria d’uomo, e
per avviarlo nel senso contrario, in modo da obbligarlo a costeggiare dapprima alcune vigne e a
bagnare infine delle terre che non appartenevano ai Fontamaresi, ma ad un ricco proprietario del
capoluogo, don Carlo Magna. Costui appartiene a una delle più vecchie famiglie della nostra
contrada, ora, per colpa sua, assai decaduta, ed è chiamato così perché alla domanda: «Si può
parlare con don Carlo? È in casa don Carlo?» la serva risponde, per lo più: «Don Carlo? magna. Se volete», aggiunge sempre «potete parlare con la padrona». In quella casa, infatti, adesso chi
comanda è la donna.
In un primo momento noi pensammo che i cantonieri volessero burlarsi di noi. Gli abitanti del
capoluogo (non tutti, si capisce, ma i soliti sfaccendati) non lasciano mai passare le occasioni per
beffarsi dei Fontamaresi. A raccontare tutte le burle da essi giocateci negli ultimi anni non
basterebbe una giornata e per darvene una idea è forse sufficiente ricordare la più sconcia, la famosa
beffa dell’asino e del curato.
Da una quarantina d’anni Fontamara non ha un curato. La parrocchia ha una rendita troppo
piccola per mantenere un prete: la chiesa è solita ad aprirsi solo nelle grandi solennità, quando dal
capoluogo viene un sacerdote per leggere la messa e spiegarci il Vangelo. Due anni fa i Fontamaresi
inviarono un’ultima supplica al vescovo perché anche la nostra chiesa avesse un prete fisso. E dopo
alcuni giorni fummo avvertiti, contro ogni nostra aspettativa, che la supplica era stata bene accolta
dal vescovo e che dovevamo prepararci a festeggiare l’arrivo del nostro curato. Noi, naturalmente,
facemmo del nostro meglio per preparare un ricevimento. Siamo poveri, ma conosciamo le
convenienze. La chiesa fu interamente ripulita. La via che sale a Fontamara fu riaccomodata e in
alcuni punti allargata. All’entrata di Fontamara fu costruito un grande arco di trionfo con drappi e
fiori. Le porte delle case furono adorne di rami verdi. Infine, nel giorno fissato, tutto il paese andò
incontro al curato che doveva arrivare dal capoluogo. Dopo un quarto d’ora di cammino, vedemmo
da lontano una strana folla di gente che ci veniva incontro. Non si scorgevano in essa autorità e
sacerdoti, ma tipi strani e molti giovinastri. Noi continuammo ad avanzare in processione, dietro lo
stendardo di San Rocco, cantando inni sacri e recitando il rosario. Innanzi procedevano gli anziani
col general Baldissera che doveva fare un piccolo discorso, dietro seguivano le donne e i ragazzi.
Quando fummo dappresso alla gente del capoluogo, ci schierammo ai cigli della via per accogliere
tra noi il nuovo curato. Solo il general Baldissera si fece avanti, agitando il cappello e gridando
commosso: «Viva Gesù! Viva Maria! Viva la Chiesa!» In quel momento anche la strana folla del
capoluogo si aprì e ne venne avanti, spinto a furia di calci e di sassate, il nuovo curato, nella forma
di un vecchio asino, adorno di carte colorate come paramenti sacri.
Scherzi simili, come ognuno capisce, non si dimenticano facilmente, anche se gli sfaccendati del
capoluogo s’incaricano di giuocarcene sempre di nuovi. Perciò noi pensammo che la deviazione del
ruscello probabilmente fosse una nuova beffa.
Infatti, sarebbe proprio la fine di tutto, se il capriccio degli uomini cominciasse a influire perfino
sugli elementi creati da Dio, cominciasse a deviare il corso del sole, il corso dei venti, il corso
dell’acqua stabiliti da Dio. Sarebbe come se ci avessero raccontato che gli asini stavano per volare;
o che il principe Torlonia stava per cessare di essere un principe; o che i cafoni stavano per cessare
di patire la fame; in una parola, che le eterne leggi di Dio stavano per cessare di essere le leggi di
Dio.
Ma i cantonieri, senza altre spiegazioni, avevano messo mano alle pale e ai picconi per scavare il
nuovo letto dell’acqua.
Allora lo scherzo sembrò oltrepassare i limiti. Un ragazzo, il figlio di Papasisto, tornò su, a
Fontamara; allarmò ognuno che trovò per strada.
«Bisogna correre, provvedere subito» ripeté affannosamente a ognuno. «Bisogna avvertire i
carabinieri, avvertire il sindaco, giù, nel capoluogo, al più presto.» Di uomini a spasso, in paese non
ce n’erano. Nel mese di giugno gli uomini han troppo da fare con la campagna. Dovevano andare le
donne. Ma con le donne successe questo - voi sapete come siamo - il sole era già alto e ancora non
eravamo in cammino.
Tutto il paese fu messo a rumore; le donne si ripetevano la notizia da un vicolo all’altro; anche
quelle che già sapevano di che si trattava, se lo facevano ripetere dieci volte da ognuno che passava
davanti alla loro porta; però nessuna si muoveva.
Come tutte le mattine a quell’ora, io stavo in casa della povera Elvira la tintora, che da poco
aveva perduto la mamma e aveva il padre impedito dopo la disgrazia della cava di pietre. Io aiutavo
Elvira nella pulizia del vecchio, che si lamentava e bestemmiava e come al solito invocava la morte con grande afflizione della figlia. Quando sentii la notizia dei cantonieri, non ci credetti. Insomma,
nessuna pensava di muoversi. Nessuna pensava di andare. Nessuna “poteva” allontanarsi di casa.
Chi aveva i figli, chi le galline, chi il porco, chi la capra, chi il bucato, chi lo zolfo per la vigna, chi i
sacchi per la trebbiatura. Come al solito nessuna “poteva” andare. Ognuna insomma voleva farsi i
fatti suoi. Allora Marietta si fece avanti “perché lei sapeva come si parla con le autorità”. Marietta
trovò come compagna un’altra donna, è meglio non fare il nome, un’altra donna che aveva il marito
in America da dieci anni ed era anch’essa incinta e difficilmente poteva credersi che il marito
avesse ottenuto quel risultato da così lontano.
«Dobbiamo noi permettere» mi venne a dire la moglie di Michele, eccitatissima «che in una
questione riguardante tutto il paese, Fontamara sia rappresentata, parlando con rispetto, da due
donnacce?» «Matalé, vacci» mi disse Elvira. «Non possiamo fare brutta figura.» Sarebbe stato uno
sfregio, uno scorno per noi tutte. Corremmo perciò a parlare con Lisabetta Limona e Maria Grazia e
le convincemmo a venire con noi, nel capoluogo. Maria Grazia si tirò dietro la Ciammaruga, che si
tirò dietro la figlia di Cannarozzo, che si tirò dietro Filomena e la Quaterna.
Eravamo riunite davanti alla chiesa e già pronte per partire, quando la moglie di Pilato andò su
tutte le furie perché non l’avevano chiamata.
«Volete fare le cose di nascosto?» si mise a gridare. «Volete fare gli interessi vostri a spese degli
altri? Credete che la terra di mio marito non abbia bisogno d’acqua?» Dovemmo aspettarla finché si
vestisse. Ma invece di spicciarsi essa andò a chiamare la Castagna, la Recchiuta, Giuditta Scarpone,
la Fornara e le convinse a venire con noi al capoluogo. Voleva venire anche la vecchia Faustina, la
moglie di quello che da vent’anni è all’ergastolo; ma noi le dicemmo: «Che ci vieni a fare? Tuo
marito non ha mica bisogno d’acqua per la terra.» «E se nel frattempo lo rimettono in libertà?» ci
rispose Faustina.
«Da vent’anni l’aspetti, eppure non esce» le dicemmo noi. «E se anche uscisse, chi gli darebbe i
soldi per ricomprare la terra?» «Dite piuttosto che vi vergognate se vengo con voi» ci rinfacciò
allora la vecchia, e si rinchiuse in casa per non farsi vedere piangere.
Eravamo dunque già un gruppo di una quindicina di donne pronte a partire, ma dinanzi alla
bottega di Baldissera dovemmo ancora aspettare Marietta che si faceva i ricci; e infine apparve col
suo vestito di domenica, lo zinale nuovo, una collana di corallo e la patacca d’argento dell’Eroe
defunto sul petto. Così, il sole era già alto quando uscimmo dal paese. Faceva un’afa da vomitare. A
quell’ora neppure i cani si mettono in cammino. La polvere accecava.
Quando i cantonieri ci videro scendere verso il piano, vocianti, avvolte da una nuvola di polvere,
ebbero paura e scapparono attraverso le vigne.
La Limona propose allora che si tornasse senz’altro indietro perché l’effetto era raggiunto; ma
Marietta, che aveva lo zinale nuovo e si era fatti i ricci, disse che bisognava andare ugualmente al
capoluogo, perché i cantonieri non agivano di loro capriccio, ma per ordine del comune. Lei
conosceva gli usi delle autorità. Noi discutevamo su quello che convenisse fare, e propendevamo
per il ritorno, quando Marietta troncò ogni discussione.
«Se voi avete paura» ci disse «andremo noi due» e si tirò dietro l’altra donna sua pari.
E insieme proseguirono nella direzione del capoluogo.
«Non possiamo permettere che Fontamara sia rappresentata, parlando con rispetto, da due
donnacce» dicemmo tra noi, e riprendemmo la strada, dietro le due che ci precedevano.
Sulla strada del piano il caldo era come in una fornace. L’aria era quasi nera. Andavamo avanti
come un branco di pecore con la lingua fuori. Non so dove alcune prendessero la forza per
lamentarsi.
Ci fermammo a riposarci un momento all’ombra del muro del cimitero. Addossati al muro
sporgevano alcuni mausolei di cafoni arricchiti in America: non si erano arricchiti abbastanza per
comprarsi una casa e una terra e per vivere meglio, ma abbastanza per una tomba che dopo morte li
eguagliasse ai galantuomini. Ma anche all’ombra non si respirava.
Arrivammo al capoluogo solo verso il mezzogiorno. Il polverone della strada ci aveva
imbiancate come se fossimo state al molino: quando apparimmo sulla piazza del municipio molti ebbero paura. Il nostro aspetto non doveva essere rassicurante. I negozianti accorsero fuori delle
botteghe e abbassarono in fretta timorosamente le saracinesche. Alcuni fruttaioli che erano in mezzo
alla piazza scapparono con le ceste sul capo. Le finestre e i balconi si gremirono in un attimo di
persone ansiose. Sulla porta del municipio apparvero impauriti alcuni impiegati. Forse si
aspettavano che noi prendessimo d’assalto il comune? In realtà noi marciammo in gruppo serrato,
verso la porta del municipio ma senza un’idea precisa. In quel mentre la guardia campestre gridò da
una finestra del municipio: «Non le fate entrare. Riempiranno il municipio di pidocchi.» A quella
voce il timore sparì d’incanto e tutti scoppiarono in una grande risata. Quelli che prima tremavano,
quelli che già scappavano di paura, quelli che avevano chiusi i loro negozi, quelli che avevano preso
la fuga con le ceste sul capo tornarono indietro e presero a deriderci. Noi ci addossammo
sconcertate accanto alla porta del municipio. Lusingata dal successo, la guardia campestre riprese a
raccontare, a voce altissima, storielle incredibili sui Fontamaresi e sui loro pidocchi. Nella piazza
tutti ormai ridevano a crepapelle. In un balcone dirimpetto un signore si teneva letteralmente la
pancia con le mani per il troppo ridere. Un orologiaio, rialzando la saracinesca del suo negozio,
quasi piangeva per l’ilarità. Sulla porta del municipio erano accorsi altri impiegati e perfino
impiegate e tutti insieme ridevano fragorosamente.
A una di quelle donnette chi mi stava vicino, io dissi, senza però alzare la voce: «Non vi
vergognate?» «E perché?» mi rispose ridendo.
«Guai a chi ride quando gli altri piangono» cercai di spiegarle.
«Guai a chi ride in tempo di sventura.» Ma quella non mi capì. A ogni modo, noi non sapevamo
più che fare. Per strada Marietta aveva detto e ripetuto che lasciassimo fare a lei, ma di fronte a tutta
quella gente che rideva, lei stessa era impacciata. Se si fosse trattato solo della guardia campestre,
sarebbe stato facile rispondergli a tono, perché in gioventù, lui, i pidocchi non li aveva visti solo
indosso agli altri. Ma c’era tutta quell’altra gente per bene. E noi ci sentivamo in soggezione anche
perché eravamo sporche sudate impolverate, e non è così che ci si presenta al comune.
Un impiegato mosso a pietà ci chiese: «Chi cercate? Che volete?» Marietta si fece avanti e
rispose: «Vorremmo parlare con l’illustre signor sindaco.» Gli impiegati che erano sulla porta, a
questa risposta, si guardarono tra loro sbalorditi. Alcuni di essi ripeterono la domanda: «Che
volete?» «Parlare col sindaco» rispondemmo in quattro o cinque, perdendo la pazienza.
Allora gli impiegati ripresero a ridere come scemi. Ripeterono la nostra richiesta ad alta voce:
«Sapete? Sono venute a parlare col sindaco» e la nuova risata si propagò sulla piazza, sulle finestre,
sui balconi e nelle sale da pranzo delle case vicine.
Poi, siccome era mezzogiorno, dai balconi e dalle finestre le mogli cominciarono a chiamare ad
alta voce i mariti, per avvertirli di aver calato la pasta; allora anche gli impiegati uscirono in gran
fretta dal municipio e uno di essi chiuse la porta. Prima di andar via, quello che era stato con noi il
meno sgarbato ci disse: «Volete veramente parlare col sindaco? Aspettatelo qui. Forse dovete
aspettare parecchio.» Solo più tardi capimmo l’inganno che celava quella frase, ma in quel
momento la nostra attenzione fu attratta dalla fontana che vedemmo in un angolo della piazza. Il
sole e il polverone ci avevano dato l’arsura. Sulla vaschetta della fontana galleggiavano torsi di
cavolo, scorze di patate, altri resti di cucina: sembrava una zuppiera colma di minestra. Attorno alla
fontana ci fu tra noi un parapiglia a chi beveva prima. Tutte avevamo sete, ma non potevamo bere
tutte in una volta. La pretesa di Marietta di voler bere prima di tutte perché si sentiva svenire non fu
riconosciuta. E finalmente, dopo molti spintoni, si stabilì una specie di turno. Bevvero varie e poi fu
la volta di una ragazza che aveva lo sfogo sulle labbra. Noi volevamo che lei bevesse per ultima, ma
lei si aggrappò alla cannella della fontana e non volle cedere il posto. Poi doveva bere Marietta, ma
l’acqua improvvisamente mancò. Poteva essere un’interruzione momentanea. Attorno alla fontana
noi aspettammo, ma l’acqua non tornava. La fontana era ammutolita. Stavamo per andarcene,
quando il gorgoglio dell’acqua ci fece voltare: l’acqua era improvvisamente tornata. Vi fu un nuovo
parapiglia.
Nuove discussioni. Due ragazze si presero per i capelli.
Finalmente si ristabilì il turno. Ma, di colpo, l’acqua mancò di nuovo. Aspettammo un po’, ma
l’acqua non tornava. Quel comportamento dell’acqua era veramente inspiegabile. Alla sorgente
d’acqua che si trova all’entrata di Fontamara non era successo mai nulla di simile. Nell’altra parte
della piazza la guardia campestre e l’orologiaio ci osservavano e ridevano.
Adesso può sembrare stupido che io perda del tempo a raccontare questo fatto, mentre più tardi
sono accaduti avvenimenti tanto più gravi. Però il fenomeno di quell’acqua che fuggiva di fronte
alla nostra sete non mi può uscire dalla mente. Accadeva questo: poiché l’acqua non tornava, noi ci
allontanavamo dalla fontana, ma mentre andavamo via, l’acqua tornava di nuovo. E questo accadde
tre, quattro volte. Ci avvicinavamo e l’acqua subito spariva, la fontana di colpo si seccava. Ma
appena ci allontanavamo, la fontana nuovamente gorgogliava e l’acqua subito tornava fresca e
abbondante. La sete ci bruciava e noi non potevamo bere. Potevamo solo guardare l’acqua, da
lontano.
Se ci avvicinavamo, di colpo l’acqua spariva.
Dopo che l’acqua della fontana al nostro accorrere mancò ancora una volta, arrivarono una
diecina di carabinieri, ci circondarono, ci chiesero minacciosi cosa volessimo.
«Parlare col sindaco» rispondemmo.
E ognuna di noi gridò la sua rabbia poiché al danno si aggiungevano ora le beffe e le minacce.
«Ci vogliono rubare l’acqua.» «È un sacrilegio mai visto. Un’azione da capestro.» «Ma piuttosto
diamo il sangue che l’acqua delle nostre terre.» «Se non c’è più giustizia, ce la facciamo da noi.»
«Dov’è il sindaco?» «Il sindaco» si mise a gridare il capo della pattuglia. «Ma non sapete che non
esistono più sindaci? Adesso il sindaco si chiama podestà.» A noi era del tutto indifferente come si
chiamasse il capo del comune. Ma per la gente istruita la differenza doveva essere grande,
altrimenti poco prima gli impiegati non ci avrebbero tanto deriso alla nostra richiesta di parlare col
sindaco e il maresciallo dei carabinieri non sarebbe diventato così furioso.
La gente istruita è sofistica e si arrabbia per le parole.
Il maresciallo diede ordine a quattro carabinieri di accompagnarci dal podestà. Due carabinieri si
misero dinanzi a noi e due dietro. A quella strana processione per le vie del paese accorrevano i
curiosi, si davano la voce, ci schernivano con parole e gesti vergognosi, per quel gusto che
specialmente i garzoni degli artigiani hanno sempre avuto di deridere i cafoni della montagna. A
nostra confusione dovemmo convincerci che tra quei giovanotti la Sorcanera godeva di una
generale notorietà. E il peggio cominciò quando essa prese a rispondere con parolacce ai loro
scherni. Maria Grazia si sentì mancare, e la Limona ed io dovemmo sorreggerla e aiutarla a
camminare. «Gesù», dicevamo noi «che peccati abbiamo fatti più degli altri perché tu ci punisca in
questo modo?» Con quei carabinieri, due innanzi e due indietro, eravamo come un armento
catturato e requisito.
«Matalé», mi diceva la Limona «torniamo a Fontamara, torniamo a casa. Matalé, chi ce lo fa
fare? È una pazzia, Matalé.» I carabinieri ci fecero attraversare il corso, poi una serie di vicoli
sconosciuti. Arrivammo di fronte alla casa del vecchio sindaco, don Circostanza, ma i carabinieri,
con nostra grande meraviglia, proseguirono oltre. Ci stupimmo non poco che il capo del comune
non fosse più don Circostanza. Credemmo allora che i carabinieri ci conducessero alla casa di don
Carlo Magna. Ma i carabinieri passarono anche di fronte alla casa sua senza fermarsi. Proseguendo
sempre innanzi, ci trovammo in breve fuori del paese, tra gli orti. Nembi di polvere si levavano
dalla strada bruciata dal sole.
«I carabinieri» noi ci dicevamo «adesso si burlano di noi. Il capo del comune non può essere che
don Circostanza.» All’ombra delle siepi gruppi di operai mangiavano la loro spesa, e altri
riposavano, col capo appoggiato sopra la giacca ripiegata e il cappello sul viso. I carabinieri non
nascondevano il loro malumore; uno ci disse sgarbatamente: «Perché siete venute proprio all’ora
che dovevamo mangiare? Non potevate venire più tardi?» «E noi?» gli rispondemmo. «Non siamo
cristiani anche noi?» «Voi siete cafone» ci rispose quello. «Carne abituata a soffrire.» «Che peccati
abbiamo fatti più di voi? A casa vostra non avete una madre, sorelle? Perché parlate in quel modo?
Solo perché siamo mal vestite?» «Non è per questo, ma siete cafone, siete abituate a soffrire.» Il sentiero dove i carabinieri ci condussero era ingombro di materiali da costruzione, mattoni, calce,
sacchi di cemento, sabbia, travi, lamine di ferro, ed era molto difficile andare avanti in gruppi. Così
arrivammo al cancello di una villa di recente costruzione, appartenente a un romano conosciuto in
tutta la contrada, e anche a Fontamara sotto il nome di Impresario. La villa era adorna di lampioni di
carta di molti colori e di bandiere come per una festa. Nel cortile si vedevano donne affannate a
scopare, a battere tappeti. I carabinieri si fermarono proprio davanti al cancello della villa. E
nessuna di noi seppe reprimere il suo stupore.
«Come? Han fatto capo del comune questo brigante? Un forestiero?» «Da ieri» ci spiegò un
carabiniere. «Il telegramma è arrivato ieri da Roma.» «Quando le stranezze cominciano, chi le
ferma più?» fu il mio commento.
Tre anni prima, quando l’Impresario era arrivato dalle nostre parti, nessuno sapeva chi fosse né
dove fosse nato. Sembrava un commesso viaggiatore qualunque, e prese alloggio in una locanda,
dove va la gente di passaggio. Cominciò a comprare mele nel mese di maggio, quando le mele sono
ancora sugli alberi e i cafoni han bisogno di moneta. Poi cominciò a comprare cipolle, fagioli,
lenticchie, pomodori. Tutto quello che comprava, lo spediva a Roma. Più tardi mise su un
allevamento di porci. Poi cominciò a occuparsi anche di cavalli. In breve, finì con l’occuparsi di
tutto: galline, conigli, api, pelli di animali, lavori stradali, terre, laterizi, legnami. Lo si vedeva in
tutte le fiere, in tutti i mercati dei dintorni. La sua apparizione creava un turbamento di nuovo
genere. I vecchi proprietari di terre, in principio, lo guardavano con disprezzo, si rifiutavano di
trattare con lui. L’Impresario li aveva sottomessi a uno a uno.
Non ci fu più un solo affare importante nel quale egli non la spuntasse. Da dove prendeva tutti
quei soldi? Insospettiti, i vecchi proprietari arrivarono fino al punto di denunziarlo ai carabinieri
come fabbricante di biglietti falsi. Ma i biglietti non risultarono falsi. Si scoprì piuttosto che dietro
l’Impresario c’era una banca che gli forniva il denaro di cui aveva bisogno. Anche a Fontamara si
riseppe quella scoperta e per un pezzo si parlò di quel fatto nuovo e bizzarro che nessuno, neppure il
general Baldissera, riusciva a capire. Fu quello anzi il primo di una serie di fatti nuovi per noi
incomprensibili. Un po’ per nostra esperienza e più per sentito dire, noi sapevamo che una banca
può servire per conservare i soldi, oppure per spedirli dall’America in Italia, oppure per cambiarli
nella moneta di un altro paese. Ma che c’entrava la banca con gli affari? Come poteva interessarsi
una banca nell’allevamento dei porci, nella costruzione di case, nella conceria delle pelli, nella
fabbrica di mattoni? Molti fatti strani seguirono a quell’inizio.
Per spiegare quel rapido insolito arricchimento, di cui tutta la contrada parlava, qualcuno allora
disse: «L’Impresario ha scoperto l’America dalle nostre parti, quest’è la verità.» «L’America?»
rispondevano quelli che c’erano stati «L’America è lontana e ha un tutt’altro aspetto.» «L’America
è dappertutto» aveva ribattuto l’Impresario a quelli che gli avevano riferito la discussione. «E
dappertutto basta saperla vedere.» «Ma come va che un forestiero ha scoperto qualcosa nella
contrada in cui noi siamo nati, e noi, prima di lui, non l’avevamo vista?» «L’America è nel lavoro»
aveva anche detto l’Impresario asciugandosi il sudore.
«E noi forse non lavoriamo?» gli era stato risposto «Quelli che più lavorano, sono i più poveri.»
Chiacchiere a parte, non c’era però dubbio che quell’uomo straordinario avesse trovato l’America
nella nostra contrada.
Egli aveva trovato la ricetta per trasformare in oro anche le spine. Qualcuno affermò ch’egli
avesse venduto l’anima al Diavolo in cambio della ricchezza, e forse aveva ragione. A ogni modo,
dopo l’inchiesta dei carabinieri sulla sua carta moneta, l’autorità dell’Impresario era cresciuta
enormemente. Egli rappresentava la Banca. Egli aveva a sua disposizione una grande fabbrica di
biglietti. I vecchi proprietari cominciarono a tremare di fronte a lui. Con tutto ciò, non riuscivamo a
capacitarci come gli avessero ceduto perfino il posto di sindaco (o di podestà, che per noi era lo
stesso).
Le donne che scopavano nel cortile della villa, appena ci videro corsero a chiamare Rosalia, la
moglie dell’Impresario. Essa apparve come una furia. Era una donna già anziana, vestita alla
cittadina, con una testa di uccello da preda, con un corpo lungo e secco.
« Via! via! via!» si mise a strillare con voce insolente contro di noi. «Cosa volete qui? Non
siamo padroni nemmeno in casa nostra? Non sapete che oggi abbiamo festa? Tra un’ora abbiamo il
banchetto per la nomina. A voi nessuno vi ha invitato. Andate via. Mio marito non è in casa e
quando tornerà non avrà tempo da perdere con voi. Se volete parlargli, andate a trovarlo alla
fabbrica dei mattoni.» «Le abbiamo condotte qui» si scusò uno dei carabinieri «perché queste donne
vogliono presentare una supplica al capo del comune.» «Vogliamo giustizia» strillò Marietta
facendosi innanzi.
«L’autorità esiste per la giustizia.» Così Marietta ripeteva le frasi già imparate frequentando le
autorità nella sua qualità di vedova di Eroe.
«L’acqua ce l’ha data Iddio» dichiarò anche Marietta.
«Mio marito è alla fabbrica di mattoni» ci comunicò allora la moglie dell’Impresario lusingata
nella sua vanità.
I carabinieri ci indicarono la via per andare alla fabbrica di mattoni e ci lasciarono.
«Dobbiamo andare a mangiare» ci dissero. «Vi raccomandiamo prudenza.» Dopo molti giri,
arrivammo alla fornace. Trovammo una ventina di operai e alcuni carrettieri che caricavano
mattoni, i quali interruppero il lavoro e ci accolsero con grida di stupore.
«Da dove venite? Avete fatto sciopero? Quale sciopero?» A tal punto il nostro aspetto doveva
sembrare poco rassicurante.
«Dov’è il vostro padrone?» rispondemmo in varie. «Deve farci giustizia.» «Giustizia? Ah, ah,
ah» gli operai risposero con una risata.
«Quanto costa al chilo la giustizia?» ci chiesero.
«Sentite» ci disse un operaio anziano con voce benevola.
«Sentite, tornate a Fontamara, col Diavolo non c’è da ragionare.» A ogni modo l’Impresario non
era lì. Era stato lì poco prima ed era ripartito, ci dissero gli operai. Forse era andato alla segheria
elettrica, ma probabilmente anche di lì era già ripartito. Sarebbe stato meglio cercarlo alla conceria.
Però la conceria era lontana.
Noi non sapevamo dove andare e rimanemmo un po’ indecise in mezzo alla strada. Faceva una
caldura soffocante. La polvere ci si ficcava negli occhi. Eravamo quasi irriconoscibili, con le vesti,
le capigliature sporche, piene di polvere, con i denti, la bocca, la gola, il petto pieni di sabbia
rovente. Ci sentivamo sfinite per l’arsura, la fame.
«Tutta la colpa è tua! Maledetta! Maledetta!» cominciò a inveire la Limona contro Marietta.
Fu il segnale d’una scena assai penosa. Si formarono tanti gruppetti di due o tre persone, l’una
contro l’altra. La moglie di Ponzio se la prese perfino contro di me.
«Tu mi hai trascinata qui» gridava. «Io non volevo venire, io avevo da fare a casa, io non ho
tempo da perdere fuori di casa, a me non piace di far la bella per le strade del capoluogo.» «Stai
impazzendo?» le risposi. «Si vede che il sole ti ha intorbidato il cervello.» Giuditta e la figlia di
Cannarozzo si presero per i capelli e andarono a finire per terra. Maria Grazia intervenne in aiuto
della Cannarozzo, ma la Recchiuta le si buttò sopra e finirono tutte e quattro per terra, in una nuvola
di polverone.
Fortunatamente le grida erano più gravi dei colpi che ognuna dava e riceveva. E specialmente
Marietta, presa in mezzo dalla moglie di Michele e dalla Limona, urlava come se la stessero
scannando, ma non vi rimise che un po’ di capelli e lo zinale nuovo in stracci. La zuffa finì con
l’intervento di alcuni operai della fornace; ma non l’esasperazione. Il sole, l’arsura, la fatica,
l’umiliazione ci avevano amareggiate fino alle lacrime.
«Abbiamo fatto male a seguire quella strega» disse in fine la Limona indicando Marietta.
«L’Impresario non ha nulla a che fare con la deviazione dell’acqua; perché siamo venute qui?» «È
l’autorità» gridava Marietta. «Solo l’autorità può decidere.» «Andiamo da don Carlo Magna»
rispose la moglie di Zompa. «Il ruscello sta per essere deviato verso la terra di lui. Dunque si tratta
di una sua prepotenza.» Riprendemmo le stazioni della nostra via crucis, da Erode a Pilato,
estenuate e avvilite. Alcune piangevano.
«Chi ce l’ha fatto fare! Chi ce l’ha fatto fare!» si lamentavano parecchie, senza interruzione, ad
alta voce, come una litania.
«Chi ce l’ha fatto fare!» «Il resto l’avremo stasera a casa» ripeteva la Limona. «Quando i nostri
mariti sapranno come abbiamo passata la giornata, sentiremo che mazzate.» «Siamo forse venute
per il divertimento?» rispondevo io. «Siamo venute per la famiglia, per la terra.» «Sentiremo che
mazzate» ripeteva la Limona e si lamentava.
L’antica casa di don Carlo Magna ha un portone alto e largo come quello di una chiesa, per far
entrare i carri all’epoca dei raccolti, e un vasto androne lastricato di ciottoli. Non potendo entrare
tutte in casa, lasciammo sul portone la maggioranza e ci facemmo innanzi in tre. Ci aprì la solita
serva arrogante e sospettosa. Io mi feci avanti.
«Potremmo parlare un momento con don Carlo?» domandai.
«Don Carlo?» ci rispose. «Proprio ora? Ci avete delle regalìe? Volete parlare con la signora?» In
quel momento venne fuori la padrona, donna Clorinda, che subito ci riconobbe.
«Carmè», domandò alla serva «che ha portato questa gente?» «E dopo aver rubata l’acqua che
vorreste ancora?» le rispose la moglie di Zompa. «Pure il vino?» Donna Clorinda non capì, e non
poteva capire, e ci fece entrare nella grande cucina.
«Nella sala» si scusò «c’è don Carlo.» Dal soffitto della cucina pendevano prosciutti, salami,
salsicce, vesciche di strutto, fitte corone di sorbe, di agli, di cipolle, di funghi. Sul tavolo era un
mezzo agnello sanguinante e dai fornelli veniva un buon odore da svenire.
«Che c’è?» mi chiese con durezza la padrona. «Sono venute con voi le altre vagabonde che
stanno davanti al portone? Che è successo?» Donna Clorinda vestiva un abito nero con molte trine
sul petto e portava sulla testa una specie di cuffia pure nera. Guardandola in faccia e ascoltando la
sua voce si capiva perché nel paese era stata soprannominata il Corvo. In quella casa era essa il vero
padrone. Essa trattava con i fittavoli, pagava le opere, decideva gli acquisti e le vendite. Altrimenti,
siccome don Carlo Magna era un noto buontempone, donnaiolo, giocatore, bevitore, mangione,
uomo pauroso e fiacco, da gran tempo egli avrebbe finito di scialacquare le proprietà lasciategli dal
padre, don Antonio che, pur ricchissimo e avanzato in età, era morto conducendo l’aratro. Ben si
dice la roba chi la fa e chi la gode. Egli si era sposato tardi e donna Clorinda non aveva potuto
raccogliere che i resti del naufragio. Dalle numerose e vaste terre che gli antenati di don Carlo
Magna avevano messe insieme, ricomprando a prezzo vile i beni in quel tempo sequestrati alle
parrocchie e ai monasteri, e che i buoni cristiani non osavano ricomprare, ben poche ne restavano.
Una volta don Carlo Magna possedeva quasi tutta la contrada di Fontamara e le ragazze nostre che
più gli piacevano erano costrette ad andare a servizio a casa sua e a subire i suoi capricci; ma ora
non gli restavano che le terre portate in dote dalla moglie e che donna Clorinda aveva voluto
conservare intestate al proprio nome. Ed era anche risaputo che pur di comandare, la moglie aveva
chiuso un occhio al vizio peggiore del marito, a quello che aveva portato la discordia e il disonore
in varie famiglie di cafoni. La stessa risposta che da parecchi anni la serva dava a tutti i visitatori di
don Carlo Magna, era stato un raggiro della padrona per tenere un occhio su gli affari anche più
minuti del marito.
«Adesso anche l’acqua volete levarci?» dissi io a donna Clorinda. «Non vi basta di averci ridotti
in povertà? Volete mandarci per elemosina?» «Sull’acqua comanda Iddio» disse la Limona. «Non si
può togliere l’acqua alla terra che ha sempre bagnato; è un sacrilegio; è un peccato contro la
Creazione; di esso dovrete rispondere davanti al Trono Eterno.» Quando noi finimmo di spiegarci a
proposito dell’acqua, donna Clorinda era pallida come se fosse per svenire. Sulla sua faccia scarna
si vedeva, nelle mascelle irrigidite, lo sforzo per frenare lacrime di rabbia.
«Quel diavolo! quel diavolo!» mormorava tra sé, sottovoce.
Ma non parlava del marito.
«Quello ha fatto veramente il patto col Diavolo» ci disse.
«Nessuna legge lo trattiene. Se resta qui ancora un paio di anni, ci mangerà vivi, con le nostre
case, la nostra terra, i nostri alberi, la nostra montagna. Quello ci sbranerà tutti.
Quello e la sua Banca dell’inferno ci manderanno tutti per elemosina. Poi si approprieranno
anche delle nostre elemosine.» Così tra i lamenti e gli improperi, apprendemmo che le famose terre
di don Carlo Magna verso le quali stava per essere deviato il ruscello di Fontamara, da una
settimana erano state acquistate a poco prezzo dall’Impresario, il quale, senza dubbio, dopo averle
trasformate in terre irrigue, le avrebbe rivendute a prezzo più alto.
«Quell’uomo ha veramente trovato l’America nelle nostre parti» non potei fare a meno di
commentare io. «I cafoni devono passare il mare per trovare l’America, ma quel brigante l’ha
scoperta qui.» «La legge non esiste anche per lui?» domandò la moglie di Zompa.
«Per lui non vale la disposizione di Dio?» «Le disposizioni di Dio non valgono per il Diavolo» io
dissi facendomi il segno della croce.
«Adesso l’han fatto podestà» continuò a dire donna Clorinda. «Il nuovo Governo è in mano a
una banda di briganti. Si chiamano banchieri e patriotti ma sono veri briganti, senza alcun rispetto
per i vecchi proprietari. Pensate un po’, è da un giorno che quel bandito è podestà e dal municipio
sono già sparite due macchine da scrivere. Tra un mese, credete a me, spariranno anche le porte e le
finestre. Gli spazzini sono pagati con i soldi del comune, ma da stamattina alcuni di essi lavorano
come manovali nella fabbrica di mattoni dell’Impresario. I cantonieri, pagati col denaro di tutti,
lavorano a scavare il fosso che deve portare l’acqua alle terre rubate da quel brigante a mio marito.
Il cursore del comune, Innocenzo La Legge, lo conoscete? È diventato il servo della moglie
dell’Impresario: l’ho incontrato stamattina con una gran cesta di verdure che le andava dietro a testa
bassa, come un cane. E questo non è che il principio. Di questo passo, credete a me, quel brigante ci
mangerà tutti.» Di tutto quel discorso concitato a noi non rimase che un’impressione: anche per i
vecchi proprietari è arrivato il giorno della penitenza. Devo confessare che nell’amarezza c’era un
po’ di miele? Come si dice? “Chi ha mangiato la pecora, adesso vomita la lana.” «I vecchi ladri
hanno trovato chi li ruba» spiegammo alle paesane che ci aspettavano fuori dal portone.
«Dobbiamo metterci di nuovo alla cerca dell’Impresario?» strillarono alcune. «Allora non la
finiremo più?» «Se abbiamo fatto trenta possiamo fare trentuno» disse Marietta.
«Dopo tutti questi strapazzi dovremmo tornarcene a mani vuote?» Così ci trovammo di nuovo
per la strada, verso la villa del podestà. Per il troppo camminare, a me le ginocchia mi facevano
male, come al Venerdì Santo, quando si fa la via crucis in ginocchio, senza alzarsi mai. I piedi mi
bruciavano. La testa mi girava.
Per strada incontrammo La Zappa, un capraro di Fontamara che cercava anche lui l’Impresario.
Egli si trovava con le sue capre nel tratturo, quando una guardia campestre l’aveva avvertito che
doveva allontanarsi, perché quel pezzo di tratturo doveva essere arato per conto dell’Impresario.
«Il tratturo è dell’Impresario?» aveva detto il capraro ridendo.
«Allora, anche l’aria è dell’Impresario?» Noi conoscevamo La Zappa come giovanotto di poco
ragionamento, però, in quel caso, aveva ragione. Probabilmente la guardia campestre si era burlata
di lui. I tratturi sono sempre stati di tutti. Dalle nostre montagne fino alle Puglie, sono sempre stati
di tutti. Nel mese di maggio, dopo la fiera di Foggia, un interminabile fiume di pecore vengono ogni
anno a passare l’estate sulle nostre montagne, fino a ottobre. Cristo non era ancora nato e si
racconta che le cose andavano già in questo modo. Dopo sono successi tanti avvenimenti, guerre,
invasioni, combattimenti di papi e di re, ma i tratturi sono sempre rimasti di tutti.
«L’Impresario adesso è pazzo» noi dicevamo «se crede di poter toccare perfino un tratturo.
Oppure egli non è pazzo, ma la guardia campestre vuol burlarsi dei Fontamaresi.» Al cancello della
villa dell’Impresario ritrovammo la serva tutta disperata.
«Il padrone ancora non è tornato» essa piagnucolava. «I signori mangiano già da mezz’ora e lui,
il festeggiato, ancora non arriva.» «Noi non ce ne andremo, se prima non riceviamo soddisfazione»
dichiarammo noi.
Alcune ci sedemmo sul ciglio erboso del sentiero, altre su un mucchio di mattoni.
L’odore delle casseruole arrivava fino a noi. La serva prese a raccontarci con molti particolari
l’andamento del banchetto.
C’era già stato un bel brindisi di don Circostanza. Poi ci parlò delle vivande. Lei si esprimeva in
paroline. Lei diceva: cipolline, sughetto, funghini, patatine, odoruccio, saporuccio.
Il banchetto doveva essere verso la fine perché si cominciavano già a sentire gli effetti del vino.
La potente voce di don Circostanza sovrastava quella di tutti gli altri. Attraverso le finestre
spalancate arrivava anche a noi l’eco delle discussioni. A un certo momento si accese una disputa
violenta sull’Onnipotente. Il curato don Abbacchio e il farmacista sostenevano le opinioni più
divergenti. Fu chiesta l’opinione di don Circostanza.
«L’Onnipotente?», gridò egli. «Ma è chiaro: l’Onnipotente è un aggettivo.» Tutti risero e furono
d’accordo e la pace fu fatta.
Poi risuonò la voce ebbra di don Abbacchio, in una cadenza di chiesa: «Nel nome del pane, del
salame e del vino bianco, amen!» Uno scroscio di risate salutò la trovata del prete.
Ci fu una nuova pausa. Poi con la sua voce di chiesa, don Abbacchio cantò: «Ite, missa est.» Fu
il segnale della fine del banchetto.
I commensali, in compagnia, cominciarono a scendere nel giardino, secondo l’uso, per orinare.
Davanti a tutti scese il canonico don Abbacchio, grasso e sbuffante, col collo gonfio di vene, il
viso paonazzo, gli occhi socchiusi in un’espressione beata. Il canonico si reggeva appena in piedi
per l’ubriachezza e si mise a far acqua contro un albero del giardino, tenendo la testa appoggiata
contro l’albero per non cadere.
Dopo scesero un avvocato, il farmacista, il collettore delle imposte, l’ufficiale postale, il notaio e
altri che noi non conoscevamo, e andarono a far acqua dietro un mucchio di mattoni.
Dopo scese l’avvocato don Ciccone, con un giovanotto che reggeva per un braccio; egli era
ubriaco fradicio e dietro il mucchio di mattoni lo vedemmo cadere ginocchioni sulla propria
umidità. In quel mentre la serva, che era rimasta accanto a noi, in vedetta, segnalò la venuta
dell’Impresario.
Io mi feci in fretta il segno della croce e strinsi forte la corona del rosario che tenevo sotto il
grembiale. Egli intanto si avvicinava discutendo animatamente con alcuni operai; era in abito da
lavoro, con la giacca piegata sul braccio, un livello idrico in una mano, un doppio metro sporgente
dalla tasca dei pantaloni, le scarpe bianche di calce, i pantaloni e le spalle anch’esse sporche di
gesso e di calce. Nessuno, che non lo conoscesse, avrebbe supposto ch’egli fosse ormai l’uomo più
ricco della contrada e il nuovo capo del comune. Benché si fosse accorto della nostra presenza,
l’Impresario continuava a discutere e gridare con gli operai che l’accompagnavano. Egli rispose al
nostro saluto in modo affrettato, toccandosi con due dita la tesa del cappello.
«Non ho tempo da perdere» ci avvertì subito.
«Neppure noi» gli rispondemmo. «Cerchiamo giustizia e nient’altro.» «Di queste cose dovete
parlarmi al comune, non a casa» replicò.
«Al comune non c’eravate» dissi io, ma la voce mi tremava.
«Non c’ero perché non ho tempo da perdere» egli rispose adirato.
«A me piace lavorare, non mi piace vagabondare.» «Ah, tu hai trovato l’America dalle nostre
parti» gli dissi io tenendo il rosario in una mano; «ma non devi credere che prima di te qui nessuno
abbia mai lavorato.» Marietta si fece avanti per spiegare la nostra richiesta; ma l’Impresario non le
prestò attenzione e riprese a inveire con gli operai che l’accompagnavano.
«Se il carrettiere non sta attento e continua a rompere le tegole», diceva «in pagamento gli
regalerò i cocci. Come? Vuole la paga del mese passato? Che svergognato. Ha paura che io scappi?
Invece di ringraziarmi che gli do da lavorare in tempo di crisi. I cementisti non vogliono lavorare
dieci ore al giorno? Dieci ore al giorno sono troppe? Ma io lavoro dodici ore al giorno. Sono il
proprietario, eppure lavoro dodici ore al giorno.» «Ah, tu hai scoperto l’America da queste parti», io
gli gridai «ma non devi abusarne, non devi credere che siamo poveri perché siamo sfaticati.»
«Rosalia» si mise poi a chiamare verso la villa, al cui balcone apparve immediatamente la moglie.
«Rosalia, l’architetto ha portato il progetto? Ma cosa crede quell’uomo, che lo pago per mangiare?
Il capostazione ha portato il foglio dello svincolo? Non l’ha portato? Lo farò trasferire in Calabria
quel mascalzone. È venuto il capoguardia? L’hai mandato via? Perché l’hai mandato via? Il banchetto? Quale banchetto? Ah, parli del banchetto per la mia nomina? Mi dispiace, ma non ho
tempo. Non posso venire, devo assolutamente ritrovare il capoguardia. Gli invitati si offenderanno?
Ma no, sta sicura che non si offenderanno. Li conosco bene, servi da bere, servi molto da bere e non
si offenderanno. Va là, che li conosco.» Il suo modo di fare e di parlare metteva in soggezione. Noi
l’ascoltavamo a bocca aperta.
“Veramente”, dissi tra me “se questo brigante resta qui ancora due anni, s’impadronisce di tutto.”
La Zappa gli corse dietro e ci disse: «Aspettate qui, voi donne.» Li vedemmo sparire dietro una casa
in costruzione e aspettammo che tornassero. Eravamo stordite, impaurite, e anche un po'
suggestionate.
Intanto i commensali ubriachi si erano raccolti sul balcone della villa. Tra essi adesso spiccava
l’avvocato don Circostanza, col cappello a melone, il naso poroso a spugna, le orecchie a ventola, la
pancia al terzo stadio. È risaputo che gli avvocati delle nostre parti possiedono per i banchetti un
tipo speciale di pantaloni, detto pantaloni ad armonica, e anche pantaloni da galantuomini, perché,
invece di una, hanno tre file di bottoni, in modo da poterli gradualmente allargare a mano a mano
che la pancia ne sente l’urgenza. Quel giorno i pantaloni di lor signori erano tutti al terzo stadio, e si
capisce.
Appena don Circostanza ci riconobbe, con ambo le braccia ci fece un larghissimo festoso saluto.
«Viva, viva le mie Fontamaresi!» gridò. «Che c’è? Che mormorio è questo?» ci chiese.
«La morte dell’asino se la piange il padrone» gli risposi io.
«Ma se non vi disturba la digestione, vorremmo consegnarvi una supplica.» Don Circostanza,
detto anche l’Amico del Popolo, aveva sempre avuto una speciale benevolenza per la gente di
Fontamara, egli era il nostro Protettore, e il parlare di lui richiederebbe ora una lunga litania. Egli
era sempre stato la nostra difesa, ma anche la nostra rovina. Tutte le liti dei Fontamaresi passavano
per il suo studio. E la maggior parte delle galline e delle uova di Fontamara da una quarantina
d’anni finivano nella cucina di don Circostanza.
Una volta, quando avevano diritto di voto solo quelli che sapevano leggere e scrivere, egli
mandò a Fontamara un maestro che insegnò a tutti i cafoni a scrivere il nome e cognome di don
Circostanza. I Fontamaresi votavano dunque sempre unanimi per lui; d’altra parte, anche volendo,
essi non avrebbero potuto votare per altri, perché sapevano scrivere solo quel nome. Poi cominciò
un’epoca in cui la morte degli uomini di Fontamara in età di votare non venne più notificata al
comune, ma a don Circostanza, il quale, grazie alla sua arte, li faceva rimanere vivi sulla carta e a
ogni elezione li lasciava votare a modo suo. La famiglia del morto-vivo riceveva ogni volta in
compenso cinque lire di consolazione. Così c’era la famiglia Losurdo che di morti vivi ne aveva
sette e riceveva ogni volta trentacinque lire di consolazione; le famiglie Zompa, Papasisto, Viola e
altre che ne avevano cinque, ricevevano venticinque lire; e noi, per farla breve, ne avevamo due,
che in realtà erano al camposanto ma ancora vivi sulla carta (il nostro figlio buon’anima morto a
Tripoli e l’altro alla cava delle pietre) e a ogni votazione anch’essi erano due fedeli elettori di don
Circostanza e per questo ci venivano pagate ogni volta dieci lire. Con l’andare degli anni, si capisce,
il numero dei morti-vivi era diventato ragguardevole ed era una discreta rendita per i poveri
Fontamaresi, era una fonte di guadagno che non ci costava grande fatica, ed era anche l’unica
occasione in cui, invece di pagare, eravamo pagati.
Quel vantaggioso sistema si chiamava, come l’Amico del Popolo ci ripeteva, la democrazia. E
grazie all’appoggio sicuro e fedele dei nostri morti, la democrazia di don Circostanza riusciva in
ogni elezione vittoriosa. Benché noi avessimo avuto alcune gravi disillusioni da don Circostanza,
che sotto sotto c’ingannava spesso con don Carlo Magna, non avevamo mai avuto il coraggio di
separarci da lui e di cercarci un altro protettore, principalmente perché lui ci teneva legati coi nostri
morti, i quali soltanto col suo potere non erano ancora interamente morti e ci fruttavano ogni tanto
quella piccola rendita di cinque lire a testa, che non era una ricchezza, ma era meglio di niente.
Grazie a quel sistema successe tra l’altro che, come conseguenza, a Fontamara figurassero
viventi un bel gruppo di uomini sui cento anni, sproporzionatissimo alla piccolezza dell’abitato; e
quella costituì anzi, per un po’ di tempo, la nostra celebrità in tutta la contrada. Chi l’attribuiva all’acqua delle nostre parti, chi all’aria, chi alla semplicità del nostro nutrimento, per non dire alla
nostra miseria; e a sentire don Circostanza, molti ricconi dei paesi vicini sofferenti di fegato, di
stomaco, di gotta, per quella buona salute e longevità apertamente ci invidiavano. Il numero dei
morti-vivi assoldati da don Circostanza crebbe a tal punto che quando, per risentimento contro
l’appoggio che lui dava sfacciatamente al nostro peggiore sfruttatore, don Carlo Magna, molti
cafoni principiarono a votare contro di lui, la maggioranza gli era pur sempre assicurata.
«I vivi mi tradiscono», ci rinfacciava amaramente don Circostanza «ma le anime sante dei morti
mi restano fedeli.» Successe poi, quando nessuno se lo aspettava, che lui non volle più pagarci
l’abituale consolazione per quel servizio che i nostri morti gli rendevano, col pretesto poco credibile
che le votazioni erano state abolite; e noi non sapevamo che pensare.
Ne discutemmo per mesi e mesi, e non riuscivamo a rassegnarci.
Come ammettere che tutti quei nostri cari improvvisamente non servissero più a nulla e
dovessero interamente e per sempre morire? Ogni tanto c’era ancora qualche Fontamarese, qualche
vedova, qualche povera madre di famiglia, che andava da don Circostanza a reclamare le cinque lire
della consolazione per il congiunto morto-vivo; ma lui neppure più li riceveva, e appena sentiva
parlare dei nostri morti-vivi andava sulle furie e sbatteva la porta in faccia. Erano perciò sempre più
rari i Fontamaresi che ancora osavano insistere per quell’antico diritto. Non serve avere ragione,
diceva il generale Baldissera, se manca l’istruzione per farla valere. E un giorno lo stesso Baldissera
era tornato a Fontamara tutto eccitato, pretendendo che l’epoca dei morti-vivi fosse tornata, almeno
così gli si era rivelato, poiché nel capoluogo aveva assistito a una sfilata di uomini in camicia nera,
allineati dietro bandierine anch’esse nere, con teschi e ossa di morti come ornamento tanto sul petto
di quegli uomini quanto sulle loro bandiere. «Che siano i nostri morti?» aveva chiesto Marietta che
pensava ai suoi trapassati e alle cinque lire della consolazione. Ma il generale non aveva
riconosciuto con sicurezza alcun Fontamarese.
«Viva, viva le mie Fontamaresi!» gridò don Circostanza verso di noi dal balcone della villa
dell’Impresario.
Quella voce ci rassicurò non poco. Non ci sentivamo più sole.
Eravamo così stanche e avvilite da poter scambiare quel vecchio imbroglione per un angelo
inviatoci da Dio.
«La presenza di queste brave donne di Fontamara» propose don Circostanza ai signori che erano
con lui al balcone «ci permette di completare il telegramma che abbiamo deciso di spedire al capo
del Governo.» Cacciò di tasca un foglio di carta, e dopo aver aggiustato qualche parola, lesse ad alta
voce: “Autorità e popolo fraternamente concordi plaudono alla nomina del nuovo podestà.» Quando
ci accorgemmo che gl’invitati cominciavano a prendere congedo dalla signora Rosalia, e stavano
per andarsene senza che si occupassero di noi e senza che l’Impresario fosse di ritorno, perdemmo
però la pazienza. Ci mettemmo attraverso il cancello, decise a non lasciare passare nessuno prima
che fosse risolto il nostro caso e ci fosse data assicurazione che il ruscello non sarebbe stato deviato.
Al gesto aggiungemmo le grida: «Vergognatevi di trattare così la povera gente. Ladri! Ladri! Anche
noi siamo cristiani! Da stamattina siamo in giro senza che nessuno ci dia udienza. Iddio vi
castigherà! Iddio vi punirà!» Due o tre più corrive misero anche mano alle pietre e le tirarono contro
una finestra del primo piano. I vetri volarono.
Eccitate dal rumore dei vetri infranti, altre si gettarono su un mucchio di mattoni addossato al
cancello. Gli ubriachi che erano nel giardino e si avviavano per uscire, ebbero allora paura e si
rifugiarono nell’interno della villa. La serva si affannava a chiudere in fretta le persiane delle altre
finestre. Tra gl’invitati vi fu un momento di panico.
«È la rivoluzione» si mise a gridare il segretario comunale.
«Chiamate la forza pubblica!» Ma in quell’istante sentimmo la voce dell’Impresario dietro di
noi. La sua voce era stranamente calma.
«Cosa volete fare con i miei mattoni?» ci domandò ridendo. «I mattoni sono miei e voi non
potete prenderli neppure per lapidarmi. D’altronde non c’è bisogno di lapidarmi. Sono qui per darvi
le spiegazioni che volete.» Rimettemmo i mattoni al loro posto e invitate dall’Impresario entrammo nel giardino della villa. Da una parte ci disponemmo noi, dall’altra si pose l’Impresario attorniato
dai suoi invitati ubriachi, ai quali non era ancora del tutto passata la paura. La calma dell’Impresario
ci stupiva.
«Forse non è un uomo ma un demonio» mi sussurrò Maria Grazia aggrappandosi a un mio
braccio. «Guardalo bene: non ti sembra un demonio?» «Forse» le risposi. «Se no come poteva
scoprire l’America in un paese come questo? Non è più istruito di don Circostanza né più faticatore
dei nostri uomini.» «Dev’essere un demonio» ripeté Maria Grazia. E ci facemmo in fretta, senza che
nessuno se ne accorgesse, il segno della santa croce.
Marietta si fece avanti, mise una mano sul cuore all’altezza della Medaglia, e con parole
ricercate parlò della birbonate dei cantonieri i quali volevano deviare il corso del ruscello di
Fontamara.
«È un sacrilegio» disse. «Noi siamo sicure che le Loro Signorie penseranno a punire i cantonieri
per la prepotenza», concluse Marietta.
«Se si trattasse di una prepotenza» rispose subito l’Impresario «potete star sicure che saprei io
come reprimerla. Finché io sarò capo del comune, prepotenze non ce ne saranno. Ma in questo caso,
mi dispiace, siete male informate, non si tratta di una prepotenza. Segretario, spiega tu di che si
tratta.» Dal gruppo degli invitati si fece avanti il segretario del comune, timido e impaurito ed
evidentemente ubriaco; prima di parlare si tolse la paglietta a caciottella.
«Non si tratta di una prepotenza» balbettò il segretario.
«Parola d’onore. Sotto il nuovo Governo, prepotenze non ne possono più succedere. Prepotenze?
Giammai. È una parola proibita. Ecco, si tratta di un atto legale; anzi, addirittura di un favore che le
autorità han voluto fare a Fontamara.» Disse “favore” e si guardò attorno sorridendo; poi cacciò di
tasca un fascio di fogli e continuò più spedito: «Ecco qui una petizione con i nomi di tutti i
contadini di Fontamara, insomma dei vostri mariti, senza una sola eccezione.
La petizione chiede al Governo nell’“interesse superiore della produzione” che il ruscello venga
deviato dalle terre insufficientemente coltivate dei Fontamaresi verso le terre del capoluogo “i cui
proprietari possono dedicarvi maggiori capitali”. Non so se voi donne potete capire certe cose.» Il
segretario voleva aggiungere ancora altro, ma lo interrompemmo. Noi sapevamo in che modo la
sera precedente un certo cav. Pelino avesse scritto i nomi dei Fontamaresi su fogli di carta bianca.
«Imbroglioni, truffatori, speculatori» ci mettemmo a protestare.
«Studiate tutte le leggi per ingannare la povera gente. Quella è una petizione falsa.»
L’Impresario cercò di dire qualche cosa, ma non glielo permettemmo. La nostra pazienza era
esaurita.
«Non vogliamo più sentire chiacchiere» gridavamo. «Basta coi discorsi. Ogni vostro discorso è
un imbroglio. Basta coi ragionamenti. L’acqua è nostra e resterà nostra. Ti mettiamo fuoco alla
villa, com’è vero Cristo.» Le parole esprimevano esattamente il nostro stato d’animo; ma quello che
ristabilì la calma fu don Circostanza.
«Queste donne hanno ragione» si mise a urlare, separandosi dai colleghi e venendo verso di noi.
«Hanno dieci volte ragione, cento volte ragione, mille volte ragione.» Noi allora tacemmo di colpo,
fiduciose. Don Circostanza prendeva le nostre difese e noi sapevamo che era un grande avvocato.
La sua voce suscitò in noi una commozione infantile, veramente inspiegabile. Alcune di noi non
riuscirono a nascondere le lagrime.
«Queste donne hanno ragione» continuò l’Amico del Popolo. «Io le ho sempre difese e le
difenderò sempre. Che cosa vogliono in fondo queste donne? Essere rispettate.» «È vero!»
interruppe Marietta e corse a baciargli le mani.
«Vogliono essere rispettate e noi dobbiamo rispettarle» continuò don Circostanza rivolto con
braccio minaccioso verso i notabili.
«Esse meritano il nostro rispetto. Queste donne non sono prepotenti. Esse sanno che la legge è
purtroppo contro di loro, e non vogliono andare contro la legge. Esse vogliono un accordo
amichevole col podestà. Esse fanno appello al suo buon cuore.
Esse non fanno appello al capo del comune, ma al benefattore, al filantropo, all’uomo che nella
nostra povera terra ha scoperto l’America. È possibile un accordo?» Quando don Circostanza ebbe
finito di parlare in nostro favore, noi lo ringraziammo e alcune di noi gli baciarono le mani per le
sue buone parole, ed egli si pavoneggiava per i nostri complimenti. Poi vi furono varie proposte di
accomodamento. Una proposta fece il canonico don Abbacchio, un’altra il notaio, un’altra il
collettore delle imposte. Ma erano proposte impossibili perché non tenevano conto della scarsa
quantità d’acqua del ruscello e degli usi dell’irrigazione.
L’Impresario non diceva nulla. Lasciava parlare gli altri e sorrideva, col sigaro spento a un
angolo della bocca. La vera soluzione la presentò don Circostanza.
«Queste donne pretendono che la metà del ruscello non basta per irrigare le loro terre. Esse
vogliono più della metà, almeno così credo di interpretare i loro desideri. Esiste perciò un solo
accomodamento possibile. Bisogna lasciare al podestà i tre quarti dell’acqua del ruscello e i tre
quarti dell’acqua che resta saranno per i Fontamaresi. Così gli uni e gli altri avranno tre quarti, cioè,
un po’ di più della metà. Capisco» aggiunse don Circostanza «che la mia proposta danneggia
enormemente il podestà, ma io faccio appello al suo buon cuore di filantropo e di benefattore.» Gli
invitati, riavutasi dalla paura, si misero attorno all’Impresario per supplicarlo di sacrificarsi in
nostro favore.
Dopo essersi fatto pregare, l’Impresario finalmente cedette.
Fu in fretta portato un foglio di carta. Io vidi subito il pericolo.
«Se c’è da pagare qualche cosa», mi affrettai a dire «badate che non pago.» «Non c’è nulla da
pagare» spiegò ad alta voce l’Impresario.
«Niente?» mi disse sottovoce la moglie di Zompa «Se non costa niente, c’è imbroglio.» «Se ci
tieni tanto a pagare», le feci osservare «puoi benissimo pagare.» «Neanche se volessero cecarmi»
essa mi rispose. «Però se non costa niente, è certamente un imbroglio.» «Allora sarebbe meglio se
tu pagassi» dissi io.
«Neanche se mi cecano» essa ripeté.
Il notaio scarabocchiò sulla carta le parole dell’accomodamento e lo fece firmare all’Impresario,
al segretario comunale e a don Circostanza come rappresentante del popolo fontamarese. Dopo di
che noi ci rimettemmo in cammino per tornare a casa.
(In realtà, nessuna di noi aveva capito in che consistesse quell’accordo.) «Meno male che è stato
gratis», ripeteva Marietta come una litania. «Meno male.»

Fontamara. Ignazio Silone.Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora