Capitolo 11 Part 1

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È fine ottobre, ma il caldo è soffocante. Le cose sono due: o è per colpa del riscaldamento globale o il master ha esagerato con la caldaia.

Sono ormai quasi tre ore che fisso il soffitto. Le coperte del letto appallottolate sul fondo, il pigiama gettato sul cuscino di fianco e io, con solo l'intimo addosso, spalmata sul materasso alla ricerca del punto più fresco. Vorrei togliermi anche il reggiseno, ma penso il peso delle tette peggiorerebbe solo la situazione.

Il sonno che fino a tre ore fa non mi faceva stare in piedi, adesso sembra essersi trasformato nel sudore che mi bagna ogni centimetro del corpo. A volte, quando sento gli sbadigli arrivare, chiudo gli occhi e mi concentro al massimo tenendo la bocca spalancata il più a lungo possibile. Non appena la richiudo, però, mi rendo conto di come non mi abbia lasciato un briciolo di stanchezza e riapro le palpebre, sconfitta.

Ho provato a fare qualcosa – se non riuscivo dormire, non potevo nemmeno restare a fissare il soffitto – così sono andata su Facebook col telefono, caricando e ricaricando la home, ma ritrovando sempre le stesse notizie. Nel deserto del Sahara c'è più vivacità, mamma mia.

Ho preso l'iPad, cercando di tagliuzzare della frutta finché la monotonia del gesto non mi stancasse, e per un momento sembra aver funzionato. Ho rimesso in carica il tablet e mi sono stesa assistendo come una placida spettatrice all'illusione della stanchezza che svaniva sempre di più e il soffitto farsi sempre meno interessante.

«Sì, ma che palle» dico sbuffando a un certo punto, la pazienza al limite. Volto la testa di lato, verso il comodino, dove intravedo la figura scura del mio libro. 'Va beh, leggiamo'.

Cerco l'interruttore dell'abat-jour e l'accendo, ma la luce improvvisa mi abbaglia per un momento, rischiarando un mal di testa che, in silenzio, si stava facendo largo dietro la fronte. Mi lascio sfuggire un gemito, mentre precipitosamente spengo la lampada, rimmergendomi nel buio. Troppo tardi, il dolore è già stato scoperto.

Decido di andare in cucina per prendere una tachipirina, almeno per assicurarmi che non peggiori. Mi alzo a sedere sul materasso, infilo la maglietta degli Evanescence gettata sul cuscino e mi rimetto in piedi. La stanza è buia, ma non mi va di usare la torcia del telefono, così appoggio una mano sul muro proseguendo alla cieca e tastando la parete. Afferro la maniglia della porta ed esco in corridoio. Le lampade da muro illuminano la penombra di una spettrale luce azzurrina. Presto la vista si abitua.

Mi avvicino alla porta per la sala principale, cercando di fare il minimo rumore, ma quando mi manca un solo passo, uno scricchiolio mi congela sul posto. Mi volto di scatto a destra, verso la camera di Raffaele...

La sua porta si apre e compare lui, indosso solo dei pantaloni grigi della tuta. Le mie guance esplodono.

«Che stai facendo?» domanda con gli occhi ancora socchiusi.

'Merda'. Gli lancio un'occhiataccia, sperando d'intimarlo abbastanza da portarlo a fare marcia indietro. Non funziona.

«Tornatene a letto!» gli ordino io con un gesto rapido della mano. Lui non mi ascolta, chiude la porta dietro di sé e cammina nella mia direzione: ha un passo sicuro e silenzioso.

«Non riesco a dormire» confessa.

«Ah.»

Raffaele si avvicina sempre di più, fino ad arrivare a pochi centimetri di distanza dal mio seno. Lui pare tranquillo e così anch'io... da fuori. Per un momento, sento l'intero sistema nervoso andare in tilt.

«Tu invece?» insiste passandosi una mano sulla faccia.

«Niente, ho solo mal di testa.» Mi volto velocemente verso la porta, ignorando il calore che brucia la faccia. Apro l'anta il più piano possibile, ma l'illuminazione della sala principale è identica a quella del corridoio. Il silenzio sembra pervadere ogni cosa.

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