Capitolo 10

825 74 23


Canzone del capitolo: It's Beginning To Look A Lot Like Chriatmas di Johnny Mathis

Uscita dal ristorante, dopo aver salutato Sebastian, Tiffany si avviò velocemente verso il Plaza Hotel, proprio dirimpetto Central Park. Le temperature erano quasi artiche, come se l'aria arrivasse direttamente dalla Lapponia, e i suoi piedi incastrati in quei trampoli stavano urlando dal dolore. Tacchi... maledetto chi li ha inventati, e maledetta io, schiava della moda.

Accanto a un negozio per bambini un Babbo Natale agitò verso di lei la sua grande campana. << Ohohoho! Buon Natale! >>

Con una leggera corsetta, raggiunse l'ingresso dell'Hotel e, con un sorriso, varcò la porta girevole, entrando. Non era la prima volta che si trovava al suo interno, l'anno prima aveva organizzato la festa per i diciotto anni della figlia di un senatore, una serata che si era rivelata perfetta, culminata con lei finita a volteggiare in mezzo alla sala proprio con il Senatore Arthur. Ma ogni volta si stupiva della sua magnificenza. Quindici piani di lusso e raffinatezza che la facevano sempre sognare.

Dopo aver comunicato il suo nome al banco ed essersi fatta rilasciare un tesserino identificativo, si diresse agli ascensori. La Sala Blu si trovava al quattordicesimo piano, ed era dotata di un terrazzo molto grande con una vista spettacolare.

Tirò fuori il cellulare e scrisse un messaggio a Gabriel. Nessun budget... oh, mio Dio! E così, senza guardare davanti a sé, andò a sbattere contro un uomo che le stava venendo incontro. Cercò di fermarsi di botto, vedendo un'ombra davanti a sé, ma fu troppo tardi. Andò a sbattere contro quell'estraneo e il telefono le cadde dalle mani, mentre il bicchiere di vino rosso che lui aveva in mano gli si rovesciò, macchiandogli la camicia bianca e immacolata.

<< Oh, merda! >> esclamò, allontanandosi di scatto. Non ci credo... << Mio Dio, sono desolata. >> La macchia gli si stava allargando sul petto, come se fosse appena stato pugnalato.

Evan scosse la testa e le labbra tradirono un sorriso. << No, non si preoccupi >>, disse magnanimo. << Non fa niente, è solo vino. >> Tirò fuori un fazzoletto di stoffa e cominciò a tamponarsi la camicia, combinando solo un disastro peggiore.

Tiffany scosse la testa, mortificata. Ma perché non guardava mai dove andava? << Mi scusi davvero, oddio, guardi che cosa ho combinato. >> Lui continuava a stare con la testa abbassata, cercando di smacchiarsi la camicia, e lei avrebbe voluto scomparire all'istante. << Mi permetta di risarcirla, la prego... >>

Lui si asciugò gli schizzi sul collo, dicendole in tono gentile: << Non importa, sul serio, è solo una vecchia camicia. Probabilmente mi ha fatto un favore. >> Evan raccolse da terra il suo cellulare e poi alzò la testa, sorridendole. << Non riuscivo mai a decidermi a buttarla. >>

E quando i loro sguardi s'incrociarono, restarono entrambi a bocca aperta. Ma cosa... ? Tiffany avrebbe voluto dire qualcosa, ma il suo cervello scelse proprio quel momento per scollegarsi dalla sua bocca, lasciandola davanti a quell'uomo a boccheggiare come un pesce. La camicia bianca, i pantaloni scuri, le spalle dritte e non più ingobbite, gli occhi limpidi seppure non luminosi e il viso asciutto, molto pallido e sbarbato erano tanti dettagli differenti in una persona che lei conosceva.

Tiffany lo fissò a occhi sgranati, incredula. Era completamente diverso, eppure era lui. Evan, l'uomo della panchina a Central Park.

Per un attimo si perse, inchiodata dai suoi occhi scuri e caldi come cioccolata fondente, meravigliosi e per niente nella media. In lui non c'era niente nella media. Il suo cuore reagì immediatamente a quei lineamenti, battendo sempre più forte.

Cupido a Natale - Disponibile su AmazonLeggi questa storia gratuitamente!