Prologo

177K 7.2K 3.5K
                                                  

«Ivy?»

Alzai lo sguardo dalla tovaglia bianca.

Il mondo tornò a riempirmi le orecchie, e di nuovo avvertii il brusio che mi circondava, il tintinnio lieve delle posate contro la ceramica.

La donna accanto a me aveva sul viso un'espressione cortese, e mi osservava.

Eppure, tra le minuscole pieghe del suo sorriso costruito riuscii a vedere inclinazioni di circostanza, la rigidità sintetica di chi nasconde una posa simulata, o forse disagio.

«Tutto bene?»

Mi accorsi solo in quel momento di avere le dita intrecciate.

Il tovagliolo, che prima era un ventaglio perfetto al centro del mio piatto immacolato, ora era solo un lembo sgualcito che spuntava dai miei palmi bianchi.

Lo riposi sul tavolo, passandoci sopra una mano aperta nel tentativo di lisciarlo. Il cameriere arrivò a portare dell'acqua, e dopo aver aperto le bottiglie prese a riempirmi il bicchiere.

Quando alzai il viso, forse per sfuggire allo sguardo apprensivo che sentivo al mio fianco, lo trovai intento a guardarmi. I suoi occhi erano fissi su di me, invece che sulla bottiglia, le labbra appena socchiuse. Forse arrivò anche a sorridermi, ad un certo punto, ma avevo già distolto lo sguardo.

«Arriverà da un momento all'altro. Non preoccuparti».

Non ero preoccupata. A dire il vero erano davvero poche le emozioni che provavo in quel momento, e di certo a invogliarmi al silenzio non era l'ansia dell'attesa.

L'accompagnatrice che mi era stata affidata sembrava essere rimasta... turbata dalla mia mancanza di esternare sentimenti; persino quando eravamo arrivate in aeroporto, e avevo sentito l'odore sgradevole del caffè stantio e della plastica da imballaggio, i suoi occhi non avevano mai smesso di osservarmi con apprensione. Quasi come se si fosse aspettata di veder passare la mia sfera emozionale impacchettata tra le valigie, sul nastro del rullo porta bagagli.

Scostai la sedia e mi alzai, forse più per liberarmi dalla sua affettata cortesia che dal leggero senso di soffocamento che mi si era insinuato in gola.

«Vai in bagno? Ok, certo... allora ti aspetto qui...»

*

Avrei voluto dire che ero contenta di essere lì.

Che sapere di non essere sola valeva tutte quelle miglia spese in viaggio, che nel grigiore della mia esistenza vedevo la luce di una nuova vita, un'occasione per ricominciare.

Eppure, mentre osservavo il mio riflesso nello specchio del bagno, le dita strette al lavandino, avevo l'impressione di trovarmi davanti una bambola cucita con pezzi diversi, tenuta stentatamente insieme.

"Sopporta, Ivy. Sopporta."

Chiusi un istante gli occhi, e il mio respiro si infranse contro il vetro; avevo i muscoli delle spalle come annodati, e un senso di fiacchezza addosso che sentivo appiccicato dentro, tra i nervi. Avrei voluto dormire e basta. E forse non svegliarmi più, perché nel sonno trovavo la pace che da sveglia andavo cercando, e la realtà diventava un universo lontano, a cui io non appartenevo.

Sollevai le palpebre, e vidi le mie iridi bucare l'alone che avevo lasciato col fiato. Aprii l'acqua; poi bagnai i polsi, e dopo essermi asciugata mi voltai e uscii dal bagno.

Percorsi il corridoio e passai tra i tavoli, tenendo gli occhi fissi davanti a me. Ignorai le occhiate che sentii rivolgermi, le teste che qua e là si alzavano per seguirmi con lo sguardo.

Nel modo in cui cade la neveDove le storie prendono vita. Scoprilo ora