12. Staccare la spina

19 9 0


Il professor Valentin giunse al Michigan Hospital con diverse ore di anticipo per essere sicuro di non incontrare giornalisti. La campagna elettorale per l'elezione a sindaco aveva comunque già iniziato a catalizzare l'attenzione dei media locali e il riserbo richiesto dalla famiglia del giocatore, per voce dell'avvocato Fletcher, aveva completato il muro di silenzio attorno al caso Moore.

Katherine Gauthier aveva le sue fonti e quel giorno non si fece trovare impreparata. Secondo quelle stesse fonti, Valentin avrebbe assistito al distacco delle macchine che tenevano in vita John Moore. Non era certo però che una volta tolta la spina il paziente avrebbe "collaborato". Numerosi erano i casi in cui il paziente in coma sopravviveva, seppure in uno stato vegetativo, alle macchine che fino a quel momento lo avevano tenuto in vita in modo artificiale.

Valentin si era comunque offerto di ospitare, a sue spese, presso una sua piccola clinica, l'illustre paziente in modo da assisterlo fino al trapasso. Sempre che ce ne fosse stato bisogno. Nessuno si era opposto, dal momento che lo stesso Moore aveva misteriosamente disdetto il giorno prima dell'intervento la sua assicurazione sanitaria, che sarebbe scaduta alla fine del mese, e la moglie non aveva la minima intenzione di accollarsi le spese del Michigan Hospital, così come i genitori di lui che non sembravano volersi allontanare da Miami. Quanto a Bernie Hamilton, il procuratore, dopo alcune interviste in cui aveva ribadito l'affetto che lo legava al giocatore, si era eclissato e nessuno aveva più sue notizie da tempo.

John Ethan Moore era un uomo solo e indifeso. A tenerlo in vita una macchina che a breve qualcuno avrebbe spento e la promessa di una persona appena conosciuta, e per giunta fatta per scherzo.

Sopravviverai, te lo prometto.

Ma per Katherine Gauthier ogni promessa era sacra e quella gli rimbalzò nella mente mentre l'ascensore saliva al quinto piano e il sangue si irradiava nelle gote e fino alle punte delle orecchie. 
Aveva più volte cercato di mettersi in contatto con il professor Valentin, ma non era mai riuscita a superare il filtro della sua assistente personale. Ora l'avrebbe incontrato di persona e avrebbe fatto di tutto per convincerlo a prendere, se non altro, del tempo. John Moore era in qualche modo cosciente, ne era certa.

Accelerò il passo quando vide in fondo al corridoio Valentin entrare nella stanza di Moore. Era accompagnato dall'anestesista Luman, che era convinta avesse un debole per lei, dal neurologo Williams e da un infermiere mai visto prima. Bloccò con la mano la porta che si stava chiudendo davanti a lei e si infilò nella stanza mettendosi proprio alle spalle di Valentin. Quando Williams si accorse della sua presenza le lanciò un'occhiataccia, lei fece finta di ignorarlo.

Valentin si avvicinò a Moore come se dovesse visitarlo per un'ultima volta, ma si limitò a scrutarlo ondeggiando il capo.

«Possiamo procedere» disse rivolgendosi poi all'infermiere, un ragazzo corpulento con i capelli biondi molto corti e un tatuaggio sul collo.

«Aspettate!»

Il professore si girò sorpreso verso la giovane donna.

«Mi scusi, lei chi è?»

«Sono la dottoressa Gauthier» replicò Katherine con il battito cardiaco in progressiva accelerazione.

«Posso sapere a che titolo è qui?»

Williams prese l'iniziativa e afferrò Katherine sotto a un braccio.

«La dottoressa Gauthier non dovrebbe essere qui, è solo una specializzanda in traumatologia infantile.»

Katherine si divincolò.

«Professor Valentin, tre giorni fa quest'uomo mi ha preso la mano e l'ha stretta.»

Valentin squadrò prima Luman e poi Williams in evidente imbarazzo. Poi abbozzò un sorriso.

«Lei è una persona molto emotiva, non è vero dottoressa Gauthier? E probabilmente è dotata di una forte immaginazione. Tutte qualità che in altri campi possono essere apprezzate, ma che non l'aiuteranno in questa professione. Vede, ho eseguito esami approfonditi su quest'uomo e le posso assicurare che è clinicamente morto. Sì, il suo cuore batte con l'aiuto di questa macchina e forse farà qualche straordinario quando la spegneremo. E non escludo che qualche altro muscolo del suo corpo possa avere degli spasmi. La vita è un miracolo dopo tutto, ma è soprattutto chimica. Ci lasci procedere, non ci costringa a chiamare la sicurezza, non comprometta la sua carriera.»

Gli occhi color carta da zucchero di Katherine si erano fatti lucidi. Stava mandando gambe all'aria anni di sacrifici per difendere una posizione indifendibile.

Williams si fece avanti tendendole una mano. Quando lei si ritrasse, urtò il braccio di Moore, che penzolava dal letto. Gli prese la mano e sentì di nuovo stringere. Questa volta lui la stava stringendo con forza e non sembrava intenzionato a mollare la presa.

«Avete visto?» esclamò girandosi verso i colleghi con la vista ormai annebbiata dalle lacrime e con un'incontenibile gioia.

«Avete visto?» ripeté sempre più emozionata.

Ma nello sguardo di Valentin non c'era sorpresa. Williams contrasse la mascella, mentre Luman si girò lento verso la finestra.

«Mi sta ancora stringendo la mano» replicò mentre la gioia sul suo viso lasciò spazio all'incredulità. Non potevano negare che stesse succedendo.

Valentin ondeggiò la testa, ma in quello strano annuire non c'era la minima soddisfazione. Quando fece un cenno a chi stava dietro di lei, Katherine sentì un laccio emostatico stringerle la gola.

Home RunDove le storie prendono vita. Scoprilo ora