3. Vento gelido

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Quando riaprì gli occhi E10 si trovò a fissare un neon dal bagliore incerto. Il soffitto però era bianco e lui non stava per terra. Non si trovava più nella sala dalle pareti di metallo, ma in un corridoio altrettanto asettico. Cercò di muovere un braccio e poi le gambe, ma non riuscì neanche a capire dove si trovasse il resto del suo corpo. Ruotò a malapena il collo. A pochi metri dietro di lui c'era una stanza da cui provenivano delle voci.

«E10 è già stato sedato?»

«Sì, ci ha pensato Luman.»

«Ok, non vorrei avere problemi. Mi hanno detto che prima ci ha dato dentro, ha steso e immobilizzato quel bestione di B4 in meno di un secondo.»

«Così ho sentito dire anch'io. Tranquillo, l'hanno anche legato alla barella, ora non può muoversi.»

E10 cercò di capire se sotto il lenzuolo che vedeva, ma non sentiva, fosse stato veramente legato. Era lui E10? Che diavolo di nome era? Forse aveva capito male, avevano detto Ethan, non E-ten. Sì, sicuramente Ethan, almeno lui avrebbe deciso di chiamarsi così per il momento, in attesa di ricordare la sua vera identità. Non stava impazzendo, lo avevano sedato, era normale non ricordare chi fosse.

«Va bene, lo porto dentro» fece uno dei due.

E10 chiuse gli occhi fingendosi ancora privo di sensi; sentì uno strattone e poi la barella muoversi. Prima indietro e infine avanti, con una curva ad angolo retto a sinistra. Il leggero cigolio delle ruote gli giunse alle orecchie amplificato. Percepì la presenza dell'altro uomo, e il suo fiato che sapeva di fumo.
Gli tolsero il lenzuolo e questa volta se ne accorse. Avrebbe ripreso il controllo del suo corpo a breve.

«Maledizione, dobbiamo girarlo. Avrebbero dovuto legarlo a pancia in giù quegli idioti» sì lamentò uno dei due.

«Ci mettiamo un attimo a girarlo, ha in corpo una quantità industriale di sedativi. Starà buono come un angioletto.»

«Ok, ruotiamolo da questa parte. Io lo prendo qui, tu ai piedi. Dai, togli gli immobilizzatori... veloce.»

E in effetti l'altro fu veloce, ma non abbastanza. Appena si era sentito liberare alle caviglie, E10 lo aveva agganciato al collo e fatto compiere una piroetta sopra la barella, mandandolo a fracassare una vetrina piena di medicinali. Stese il compagno con una gomitata nello stomaco e un colpo al mento, l'uomo si accasciò a terra come un sacco di patate. Il rumore attirò l'attenzione di un terzo infermiere. Quando aprì la porta con circospezione trovò ad accoglierlo una mano che lo prese al collo e lo tirò dentro.

«Non farmi del male» mugugnò.

Ethan gli guardò i piedi. Portava degli zoccoli di gomma che gli sarebbero andati bene. Anche il camice sembrava della misura giusta.

Pochi secondi dopo E10 infilò il corridoio. La struttura sembrava un ospedale o forse un laboratorio, così almeno gli suggeriva la condotta e l'abbigliamento del personale e l'assenza di altri pazienti. Non aveva la più pallida idea della direzione e ne prese una a caso, incrociando più di uno sguardo sospettoso.

Svoltato l'angolo infilò la prima porta frangifiamme. Conduceva alle scale di emergenza. Emise un sospiro, ma proprio in quel momento un assordante rumore iniziò a gracchiare a intermittenza. Qualcuno aveva dato l'allarme.

Aveva poco tempo per lasciare la struttura, così prese a scendere, ma il rumore di passi affrettati provenienti dal basso lo fece desistere. Iniziò a correre verso l'alto, senza neanche avere il tempo di capire di quanti piani fosse quell'edificio.

Dopo due rampe di scale si trovò davanti una porta di ferro. Era chiusa, era giunto al capolinea. Si girò con l'intenzione di scendere di nuovo. Gli sembrava che non ci fosse più nessuno che lo stesse seguendo, ma l'illusione durò solo un attimo. Due uomini in divisa, con la pistola puntata e il cappellino con la scritta security ben saldo sulla fronte sudata, svoltarono l'angolo e gli intimarono di alzare le mani. La loro voce tradiva affanno, ma anche paura.

«Mettiti con la faccia verso la porta e in ginocchio. Subito!»

E10 alzò le mani e con lentezza eseguì quanto gli era stato intimato. Sentì uno dei due avvicinarsi cauto alle sue spalle. Percepì il suo respiro, il rumore delle manette e soprattutto la distanza che lo separava. Anche questa volta sapeva cosa fare.

Si girò facendo perno sul ginocchio sinistro e colpì con l'altro piede, di taglio, lo stinco della guardia. Un grido sordo rotolò giù per le scale insieme al tizio in divisa. Il compagno non riuscì a schivarlo e nello schianto perse la pistola. La tromba delle scale amplificò il clangore prodotto dall'arma che precipitava, battendo più volte sul corrimano. Ethan riuscì a calcolare quattro piani prima che la pistola giungesse a destinazione. Non ebbe tempo di rielaborare quel dato e tantomeno ragionare su come fosse riuscito a fare quel calcolo, e con tre falcate fu addosso ai due. Prese la pistola rimanente e li tramortì. Ammanettò la caviglia di uno al polso dell'altro.

Da sotto altre guardie stavano accorrendo in soccorso dei compagni. E10 risalì di nuovo l'ultima rampa, puntò la pistola alla serratura e girò la testa per proteggersi. L'eco dello sparo si propagò per tutta la tromba delle scale. Pochi secondi e gli sarebbero stati addosso. 
Diede un calcio alla porta e un vento gelido e bagnato lo investì in pieno volto. L'edificio non era molto alto, ma si trovava sulla punta di un promontorio. Si avvicinò al bordo del tetto e si sporse. Era quella l'unica via di fuga? Un salto di oltre trenta metri giù per la scogliera? Il mare agitato che si infrangeva irrequieto sulla roccia nera non gli avrebbe fatto sconti.

E10 si prese ancora una manciata di secondi per trovare un'altra soluzione, una che non fosse arrendersi agli uomini che a breve sarebbero comparsi su quel tetto. Guardò ancora una volta giù, inalò la brezza del mare, si sfilò il camice e quando udì l'ordine di fermarsi prese la rincorsa e si tuffò nel vuoto.

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