Capitolo 9

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Chissà dove sono finite le ragazze. Spero stiano bene, che quel freddo non le abbia perseguitate, così come non ha fatto con me.

Quando ho aperto la porta, mi sono trovato davanti a una stanza immensa, con le pareti dipinte di rosso e oro, il pavimento in marmo e mobili pregiati di un legno lucido; il tutto illuminato da un grosso lampadario dorato a sei braccia.

Di fronte è appeso un telo bianco. A due metri di distanza, vicino a una poltrona di velluto rosso, c'è un proiettore appoggiato su un tavolino di legno beige. Al suo fianco, solo un CD anonimo.

Nessuna arma o oggetto affilato, niente che possa squartarmi vivo. Ok, forse non è una trappola di Saw l'Enigmista.

Fisso per un po' il disco, domandandomi cosa possa contenere.

«Giuro che se mi compare sul telo il pupazzetto con la voce di Androm, fanculo tutto, scappo via da qui e me ne ritorno al Covo!»

«Non ci pensare neanche, non essere codardo!» esclama il master nell'orecchio. Ah già, l'auricolare.

Sbuffo. «E va bene...»

Inserisco il CD nel proiettore. Le luci si spengono, nonostante io non abbia visto alcun interruttore. Mi siedo sulla poltrona, un piccolo fascio di luce scura si allunga dalla lente del proiettore, allargandosi sul telo. Lo sfondo è nero, con una data scritta in bianco al centro: 06.09.2002.

Avevo sei anni, era l'ultimo giorno di vacanze prima di iniziare la prima elementare. Ricordo quel pomeriggio, mia madre era ancora viva...

Una musica rompe il silenzio, anche se non ci sono casse nella stanza. È di un'allegria macabra, come un sorriso in un viso bagnato di lacrime. Il suono del pianoforte è lento e dolce.

Al nero si sostituisce uno dei video di quel giorno. La prima cosa che vedo sono i capelli corvini di mia mamma scompigliati dal vento, illuminati di riflessi castani dell'ultimo sole d'estate. Il suo sorriso era ancora chiaro e lucente, proprio come lo descriveva mio padre. "Faceva invidia al sole" diceva "è stato ciò che mi ha fatto innamorare di lei".

Avevo dimenticato la sua risata, piena di quella vitalità in grado di renderla giovane come una volta. Sposta lo sguardo di lato, pronunciando con un tono acuto il mio nome. La videocamera inquadra un bambino dai capelli castano chiaro e piccole labbra carnose, che saltella di qua e di là calpestando un tappeto di foglie secche e canticchiando una canzone con una vocina nasale e infantile. Da piccolo non ero così brutto come ricordavo...

Mia madre mi prende in braccio, appoggiando la sua guancia contro la mia.

«Fai ciao a papà!» mi dice guardando la videocamera. Una manina mi spunta dal giubbotto blu e comincia ad agitarsi verso il me del presente. Si sente la voce giovane di mio padre che mi saluta. Mia mamma ritorna a guardarmi.

«Allora, com'è che ti chiami, giovanotto?» mi domanda facendo una finta voce da signore.

«Raffaele» rispondo ridendo, con il tono ancora un po' balbettante.

«E cosa ci fai qui?»

A questa non rispondo, ma continuo a ridere. Mia mamma sorride e mi bacia la testa, stringendomi ancor di più tra le sue braccia. La videocamera comincia poi a inquadrare una ragazza più grande, dai capelli neri e gli occhi nocciola all'ingiù, che con aria annoiata messaggia con un vecchio cellulare.

«Chiara, perché non vieni qua a divertirti con noi?» le domanda mio padre. Lei non risponde, gli lancia un'occhiataccia e ritorna a guardare lo schermo del suo telefono. Non avrei immaginato che mia sorella fosse così antipatica da adolescente. 

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