curiosità #4a

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Cosa c'entra il romanzo "Di carne e di carta" con Aria? In apparenza nulla. 

"Di carne e di carta" è una storia d'amore dolce, divertente, complicata, intellettuale tra due adulti, nessuno di loro muore, nessuno di loro pensa al suicidio, nessuno dei protagonisti ha meno di 30 anni.

La verità è che il primo abbozzo di quello che sarebbe stata Aria è nata come fanfiction di questo romanzo (che vi consiglio di leggere, perché è stupendo e Mirya è bravissima).

Metto qui sotto il racconto da cui è nata Aria (non vi sarà difficile trovare i punti di contatto)

IN CASO DI INFELICITÀ

Non aveva mai avuto problemi con il telefono, prima di quel momento. È vero era uno smartphone piuttosto nuovo che aveva impiegato qualche settimana ad addomesticare, ma non era quello a farla tentennare, era piuttosto la sensazione, il timore, la certezza che la telefonata che stava per fare fosse impossibile.

Chiara digitò per l'ennesima volta il numero, copiandolo dal foglietto su cui l'aveva annotato e rimase col dito sospeso sul punto dello schermo che avrebbe inoltrato la chiamata. Era da una settimana che, almeno una volta al giorno, seduta contro la porta del bagno, o sprofondata nella poltrona, o appoggiata al davanzale della finestra, tentava quella maledetta telefonata.

Si era ripetuta in testa le parole da dire un mucchio di volte, eppure non ci riusciva.

Alzò lo sguardo dallo schermo dello smartphone, lo posò sulla libreria e riconobbe il dorso di un manuale di auto-aiuto che aveva letto settimane prima. Illustrava il metodo kaizen, l'idea che approcciarsi con lentezza a un cambiamento l'avrebbe reso molto più possibile e duraturo. Un metodo del kaizen, appunto, dato che con lei non stava funzionando affatto.

Sbuffò via una ciocca di capelli sfuggita alla coda e si guardò mentalmente: pigiama, calzini da letto, pantofole a forma di cane, capelli sporchi, ricrescita evidente, peli superflui rigogliosi. Le vacanze estive che tutte le invidiavano – beata te che fai la prof e hai tre mesi di ferie – per lei si stavano rivelando deleterie, a voler usare un eufemismo. Essere costretta a preparare le lezioni, andare in classe, correggere compiti, interrogare l'aveva ancorata alla realtà. Ora che quell'ancora era stata issata, lei stava naufragando e la tempesta in cui la sua barca senza timone si era imbattuta sembrava sul punto di farla inabissare.

Era metà luglio e il livello di annientamento personale era tale per cui si toglieva il pigiama, con grande sforzo, solo per andare a correre, per poi reindossarlo subito dopo la doccia. Aveva sempre detestato correre, era il nuoto il suo sport, l'acqua che la faceva sentire forte, veloce, senza peso. Tuttavia le otiti ricorrenti, negli anni, l'avevano costretta a desistere e a cercare una valida alternativa. L'aveva trovata dove meno se lo sarebbe aspettata, dentro un paio di scarpe da running che avrebbe volentieri indossato anche in quel momento, o più tardi, non appena avesse racimolato abbastanza energia.

La verità era che più tardi sarebbe andato bene lo stesso. Qualsiasi cosa, purché più tardi, sarebbe andata bene lo stesso. L'estetista, la parrucchiera, la corsa e anche quella stupida telefonata potevano aspettare. Per lei era uguale. Era quella la sensazione che gradualmente le si era insinuata con forza sottopelle. Era tutto inutile, o indifferente, o senza senso. Senza speranza.

La malattia che era di Leonardo sembrava essersi impossessata di lei.

Chiuse gli occhi, si sdraiò sul divano e contò fino a venti. Fino a venti e poi vado a correre. Facciamo fino a trenta. Fino a sessanta.

Quando si rese conto di aver perso il conto e il filo dei pensieri si alzò di scatto, si tolse il pigiama come se avesse preso fuoco e indossò reggiseno sportivo, T-shirt, pantaloni lunghi, calzini di spugna e scarpe.

Aria e altri coccodrilliDove le storie prendono vita. Scoprilo ora