Capitolo 8

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Ho sempre odiato il freddo, anche quando vivevo a Milano, per questo avrei voluto prendere l'anello del fuoco, se solo Raffaele non l'avesse afferrato prima. Però in un certo senso è stato meglio così: almeno sono stata mano nella mano con lui.

Ora sto bene: l'ambiente è tiepido, anche se il posto è ancora poco illuminato e l'odore di muffa impregna l'aria. Davanti a me si presenta il piccolo corridoio di un ex appartamento, privo di mobili e sporco da far schifo, con due porte di legno ai lati, entrambe chiuse. Apro la prima a destra e il mio corpo si paralizza dall'orrore: doveva essere un salotto, un tempo, ma ora è pieno di barelle insanguinate, lampade al neon da terra spente e strani apparecchi medici attaccati al muro, il cui rumore vibra nell'aria come un monotono brusio.

Improvvisamente, le luci cominciano a spegnersi e accendersi e qualche scintilla illumina il pavimento, sprigionata dai congegni e dai fili elettrici ai miei piedi. Indietreggio spaventata.

«Smettila di stringere il pugno» la voce del master mi risuona nell'orecchio. Rilasso la mano sinistra e la luce viola che illuminava l'anello si spegne.

«Brava.»

«Sì, ma stai calmo» sibilo a lui mentre mi guardo in giro.

«Stavi facendo saltare tutto in aria, Giulia.»

Sbuffo.

«È inutile che sbuffi. Esplora un po' la stanza e stai attenta, ok?»

Ubbidisco, esitante.

Androm ha pensato a tutto: i fili sono quasi tutti scoperti e affogati in grosse pozze d'acqua. Procedo a piccoli passi, facendo attenzione a non calpestarli.

La mia attenzione è catturata da una scatolina bianca, con alcune lucine verdi che brillano intermittenti. È mentre la fisso che il silenzio viene spezzato da un debole lamento. Mi volto, ma non c'è nessuno. 'Me lo sarò immaginato' penso, ritornando a guardare la scatolina e gli spessi cavi colorati dietro di essa, che s'innalzano fino al soffitto.

Un sospiro, più forte. Mi giro di nuovo di scatto: nessuno. Questa volta sono sicura di averlo sentito.

Cerco di ignorare la paura e, immobile come una statua, analizzo il salotto con lo sguardo. Improvvisamente, dietro un vecchio carrello medico arrugginito, mi accorgo di un cantuccio immerso nell'oscurità.

Mi avvicino a piccoli passi col cuore che batte all'impazzata, allungando il collo così da poter vedere qualcosa senza avvicinarmi troppo, ma l'oscurità è fitta.

Mi fermo a un metro dal carrello quando gli occhi si abituano al buio, così da notare una bambina accovacciata contro il muro. Le gambe ossute e pallide sono strette contro il petto dalle braccia, anch'esse fragili, e i lunghi capelli dorati le coprono il volto a mo' di tenda. Trema come una foglia   

«Aiuto, ti prego, ho paura...» mormora tra i singhiozzi. Non capisco come faccia a sapere che sono già qui, visto che non ha neanche alzato la testa.

«Mi sembra strano sia proprio... Aspetta!» borbotta tra sé e sé il master al mio orecchio. Intanto, io aiuto la ragazzina a rimettersi in piedi. Lei alza lo sguardo verso di me e i suoi capelli si aprono in due, mostrando un viso smunto e affilato, su cui sono incastonati due occhi verdi.

«Ehi, come ti chiami?» le chiedo quando è ormai in piedi.

«S-Stella» risponde con voce tremante asciugandosi le lacrime.

«Quanti anni hai e cosa ci fai qui, Stella?»

«Undici.»

«Undici... ok, ma non hai risposto alla seconda domanda...»

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