Capitolo 6

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La prima cosa che vedo è un poster dei Iron Maiden attaccato alla parete grigia di fronte a me, ma non è lo stesso che ho a casa mia: questo è di Final Frontier, non di Trooper.

«Ma che...» mormoro. Scuoto la testa, sentendola premere sotto un cuscino, e mi volto a destra, dove con sorpresa noto una grossa finestra coperta da pesanti tende nere. No, da me la finestra è a sinistra, è più piccola ed è sempre aperta: questa non è assolutamente camera mia. «Ma dove sono?»

Mi alzo a sedere, scoprendo di essere su un letto a due piazze (un'altra differenza rispetto al mio) coperto da lenzuola bianche e un plaid nero, e inizio a guardarmi intorno. Il poster degli Iron Maiden non è l'unica nota di colore, qui: a destra, all'angolo con l'altra parete, c'è un grosso armadio blu notte dalle ante chiuse. A sinistra un mobile, ma dalla tonalità più chiara, simile più a una scrivania, sopra cui non è poggiato nulla. Al contrario del muro dietro, dove sono appese alcune cornici vuote simili a quelle che ho a casa, in cui tengo vecchie foto con me e Cesare. In effetti sarebbe strano se fossero state qui...

Più a sinistra ci sono due porte di legno chiaro: una accanto al tavolo e l'altra sulla parete al mio fianco, vicino a un poster dei Metallica.

«Dove sono finita?» ma quando formulo la frase, un dolore intenso s'impossessa improvvisamente della mia testa, impedendomi perfino di tenere aperto lo sguardo. Chiudo gli occhi, ma nemmeno l'assenza di luce migliora la situazione.

I gemiti si trasformano in lamenti, il dolore aumenta e mi costringe di nuovo a sdraiarmi, a torcermi sul materasso e i cuscini. Il mal di testa si fa più forte e lancio un grido esasperata, mentre nelle mie tasche comincio a cercare la solita bustina di Oki che tengo sempre con me, ma senza trovarla.

Improvvisamente sento una porta aprirsi, ma non so quale delle due.

«Che succede?» domanda allarmata una voce maschile.

«Mi fa male la testa!» esclamo.

Lui non dice nulla. Dopo qualche istante sento qualcuno accomodarsi sul letto e delle dita estranee toccarmi la tempia e il dolore diminuisce, abbastanza da farmi rialzare le palpebre, ma non da poterlo ignorare. A quel punto i polpastrelli si allontanano, la persona seduta accanto a me si alza ed entra nel mio campo visivo, ma non del tutto: non riesco a vedere il volto, solo i pantaloni beige e il maglione bordeaux attorno a un fisico magro.

Mi porge la mano dalla pelle abbronzata. «Vieni, in cucina ho delle medicine.»

Tante domande mi passano per la testa, e quando mi alzo a sedere se ne aggiunge un'altra: ora che posso vederlo, il volto di quell'uomo mi è familiare, ma non riesco a ricordarlo. Non... ricordo nulla di prima di essermi svegliata.

«Ti spiegherò tutto, promesso, ma dopo che non avrai più quel brutto mal di testa, così sarai più lucida» continua.

Non so perché non riesca a stupirmi del fatto che mi abbia letto nella mente, o come mi abbia fatto passare parte del dolore. Ho tante domande e voglio una risposta, perciò mi decido a seguirlo.

Mi alzo in piedi da sola, ma un capogiro mi blocca e sento l'intera stanza cominciare a ruotarmi intorno. Mi porto di nuovo una mano alla fronte e chiudo di nuovo gli occhi, aspettando che quella sensazione passi. Odio stare così, odio sentirmi debole e impotente, soprattutto ora, in un posto che non conosco.

Come se non bastasse, il palmo dell'uomo mi tocca la spalla destra, coperta dalla maglietta nera, e mi aiuta a camminare pian piano, in accordo con le mie gambe che si muovono in automatico. Qualche secondo dopo il giramento sparisce e riesco a riaprire gli occhi, osservando il nuovo ambiente verso cui stiamo passando: un lungo corridoio rosso, illuminato da lampade a parete, e con la moquette bordeaux. Sullo stesso lato della mia porta ce ne sono altre, una anche in fondo a destra, sulla parte corta, ed è l'ultima. Sembra la casa di un qualche nobile, non ne ho mai vista una così.

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