Capitolo 4

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L'odore di chiuso pervade la stanza, dove una porta dalla superficie marrone in mezzo a pareti grigie mi separa dal mondo esterno. Abbasso la testa e scopro di essere seduto su una sedia, una semplice sedia di legno, ma sento il corpo come immobilizzato da catene invisibili e ho solo i piedi liberi.

«Dove sono?» mormoro fra me e me, esplorando la stanza con lo sguardo: le pareti sono lastre di metallo attaccate al muro e l'unico tocco di colore viene dalla porta di fronte a me. Cerco di rievocare qualcosa che mi ricordi questo posto, ma una coltre di nebbia pervade la mia mente.

Comincio a chiedere aiuto, prima piano, poi con forza, urlando, senza sapere chi potrebbe venire, ma non m'importa: voglio uscire da qui.

Quando la gola inizia a bruciarmi, la porta finalmente si apre, lasciando entrare un uomo dai corti capelli grigi, il viso magro e i lineamenti dritti e scolpiti marcati da qualche piccola ruga. È vestito con un maglione bordeaux sopra una camicia, pantaloni chiari e delle ciabatte di camoscio. La sua visione risveglia in un lampo la mia memoria, ma quello che vedo è totalmente impossibile.

L'uomo s'avvicina e sento la paura salire a ogni suo passo.

«Ciao, Raffaele» dice con una voce talmente piatta da farmi rabbrividire.

«Dove sono?! Chi sei tu e come fai a sapere il mio nome?!» esclamo. Lui sorride, un sorriso troppo dolce per una situazione del genere.

«Sei a casa mia» risponde, mostrando i denti perfetti. Poi sembra ricordare qualcosa e si porta una mano alla fronte. «Scusa, non mi sono presentato! Io sono Paolo Maviglia, ma chiamami solo Paolo e, anche se l'hai già fatto, dammi pure del tu. Come faccio a sapere il tuo nome? Avevo sentito qualcuno che ti chiamava...»

«A casa tua? Che cazzo ci faccio a casa tua?!» la mia voce torna normale.

La sua espressione diventa più seria. Improvvisamente mi si drizzano i peli delle braccia e inizio a pentirmi di aver usato quel tono. Mi volto verso la sua mano immobile, aspettandomi che prenda una pistola e me la punti alla fronte, recitando una qualche frase epica... ma non succede.

Invece, fa un respiro profondo.

«Raffaele, tu sei un Guardiano.»

Ripeto più volte la frase nella mente, convinto di aver capito male.

«Un che

«Un Guardiano, il Guardiano di San, dio del Sangue. Se la cosa ti aiuta a capire, sei una sorta di semidio.»

Ripenso alla conversazione in macchina e mi rendo conto che non era uno scherzo...

Scuoto la testa. «Ti sbagli, io non sono nessuno» ribatto con una risata amara.

La sua espressione rimane di pietra. Si avvicina ancora di più e infine si abbassa, finché i nostri visi non si trovano allo stesso livello.

«Senti, abbiamo visto entrambi che cosa hai fatto stasera. Tu non sei proprio... umano. Non del tutto.»

No, calma.

"Tu non sei un essere umano" lo dice a un altro.

Giuro che gli spaccherei il naso in questo momento, se solo non fossi "legato" a questa sedia.

«Non ho detto che tu non sei un essere umano, è solo che...» Sospira. «Ascolta, ragazzo, io non sono pazzo, so cosa dico, ok? Io ti ho visto stanotte, ho visto i tuoi occhi e li ho riconosciuti... ma li ha riconosciuti anche lui

«Lui chi?» chiedo in un soffio, ma ho paura di sapere di chi stia parlando...

Lui abbassa la testa un secondo.

Gli ultimi Guardiani - RyodDove le storie prendono vita. Scoprilo ora