Capitolo 2

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Non dimenticherò mai quei sorrisi e quelle facce che ormai conosco da anni e che, ora, riempiono questa stanza priva di porte e finestre. Il silenzio è totale; le loro labbra si muovono, ma le parole sono mute, così come i movimenti. Mi sento male solo a vederli. Nonostante non stiano facendo nulla, il senso di disgusto si mischia alla rabbia riempiendo ogni cellula del corpo. Voglio andarmene, ma non trovo nessuna via d'uscita e le mura grigie incombono su di me come i lati di un'immensa bara di cemento.

Impreco mentalmente e i loro volti si girano verso di me, come se potessero sentire i pensieri. Sulla loro faccia si disegna un ghigno schifato, che si traduce pochi secondi dopo in quello che, per anni, ho visto essere un sorriso cattivo e meschino.

Scoppiano a ridere: il silenzio si riempie dei loro scherni come con un'esplosione. M'intasano la mente, il tempo pare fermarsi. Mi tappo le orecchie e le gambe sembrano non reggere più il peso del corpo. Iniziano a insultarmi: il primo è un ragazzo di colore che conosco sin dalle elementari, il tipico idiota pieno di amici, capace di farti del male senza pagarne le conseguenze. Dopodiché gli altri lo seguono. Le risate miste agli insulti mi fanno impazzire, la rabbia e il dolore s'impossessano di me come un tempo, bloccandomi il respiro e offuscandomi la vista.

Poi una strana forza si limita ad alzarmi la testa e puntare gli occhi verso di loro. I ragazzi intorno a me si pietrificano di colpo, i loro sguardi vacui si trasfigurano nel dolore più assoluto e, mentre come sacchi cadono a terra, le loro risate si trasformano in urla strazianti. Dura qualche secondo, finché la stanza non diventa davvero una bara, riempita di corpi scomposti con gli occhi bianchi rivolti verso il nulla. Rimango sola davanti al massacro, sconvolta.

Un brivido gelido mi attraversa il collo. Abbasso lo sguardo: una spessa catenella d'argento fa scivolare una pietra d'ossidiana fino ai miei seni, infondendomi una forza immensa. Non faccio in tempo a pensare, che due occhi neri riempiono ogni cosa. Poi il buio.

Mi sveglio di soprassalto. Ancora quell'incubo – un giorno, giuro, mi farà impazzire. Dalla finestra, i raggi del sole inondano la camera di luce. Non so dire che ore sono: potrebbero essere le dieci come le sette, purtroppo la scuola mi fa questo effetto. Appoggio la testa sul cuscino, fissando il mega poster degli Evanescence sul muro di fronte.

Provo a chiudere gli occhi, lasciando che la mente si rilassi, mentre il ricordo di Matteo si forma nella mia testa. Accarezzo il panda di peluche di fianco a me, immaginando il suo volto e i suoi occhi cangianti, incorniciati da lunghi e spettinati capelli castani. Mi concentro cercando di ricordare ogni particolare, sperando che lo sforzo non mi stanchi troppo: non voglio riaddormentarmi.

Mi lascio cullare dai film mentali che si formano nella mia mente, finché un bing non li manda in frantumi. Spalanco gli occhi, mi siedo sul letto e, di malavoglia, prendo dalla scrivania del computer il mio telefono ancora in carica: c'è un messaggio su Messenger di Michele, il mio migliore amico. 'Ah, era lui' penso con un sospiro.

"Ho appena visto uno scoiattolo vicino casa mia O.O"

"Ciao, Bobo"

"Appena sveglia, eh? Hai dormito bene?"

"Stesso maledettissimo fottutissimo incubo -.-"

"E che cazzo, ma perché non ne parli con uno psicologo?"

"Con questa siamo a dieci. Senti, se non ci sei riuscito tu, che siamo come fratelli, figuriamoci se ci riesce uno che non mi conosce! E no, la cultura non è una cosa che mi può guarire"

"Ah, Giù, io non so che dirti allora, secondo me non se ne vanno da soli..."

"Secondo me non se ne andranno mai"

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