Capitolo 12

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18 febbraio

E poi, le fragili speranze cui Aria si era aggrappata con tutte le sue forze le si sgretolarono tra le mani, caddero una sull'altra come tessere del domino, lasciandole davanti un triste paesaggio di macerie.

La professoressa di tedesco, senza molti giri di parole le aveva detto che era troppo tardi, che hotel e volo erano già stati pagati e non era più possibile alcun rimborso. Non l'aveva nemmeno guardata in faccia, aveva tenuto le lenti bifocali sul registro per tutto il tempo, anche quando Aria era rimasta lì, in attesa non sapeva nemmeno lei di cosa. Era stata scacciata con un gesto della mano, come una mosca fastidiosa.

Lo stesso giorno, come se Frau Muller e la biblioteca fossero state in contatto tra loro, Aria aveva ricevuto la mail che le comunicava che, non avendo provveduto al pagamento, la sua iscrizione al laboratorio di scrittura non era andata a buon fine. Non aveva trovato in quelle righe nessun purtroppo, siamo stati costretti, ci dispiace comunicarle. Nessuna empatia, nessuna emozione, solo la fredda realtà.

Aria si chiese che ne sarebbe stato della sua bio-bibliografia, che aveva scritto e inviato in un allegato in cui non dovevano essere riportati i suoi dati.

Si chiese quale fosse lo scopo di tutta quella segretezza.

Infine, passando davanti al bar Arcobaleno vide che il foglio con su scritto "cercasi personale" era sparito, al suo posto, dietro il bancone, una donna bionda, più grande della ragazza cui aveva lasciato il cv, e che si era licenziata, ma altrettanto dotata.

Sdraiata sul letto nella stanza buia, fissando il soffitto senza nemmeno vederlo, decise allora che no, non c'era alcun motivo per cui valesse la pena di continuare a vivere. Era stanca, completamente esausta. Niente aveva più senso. Tutto quello in cui aveva sperato e per cui si era battuta le era scivolato tra le dita. Quell'istante stesso sembrava il momento giusto per togliersi la vita. Non restava niente da fare, da dire, da sperare.

Non le importava nulla di nessuno, tanto meno di se stessa. Non riusciva a pensare a qualcuno che si sarebbe potuto dispiacere se lei fosse morta. La sua famiglia non faceva altro che farla sentire una stupida fallita, assolutamente non all'altezza della splendida Elena. I suoi compagni di classe la ignoravano. La sua vita si esauriva tra una casa che era tutt'altro che accogliente e la scuola in cui faceva il possibile per essere invisibile. Sentiva di detestarsi, di detestare ogni minuto della sua stupida vita. Non sopportava il suo corpo, i suoi pensieri. In quel momento capiva perfettamente come doveva essersi sentita Eva quando si era lasciata cadere, Aria aveva l'impressione che, se si fosse lasciata sopraffare dai pensieri, avrebbe commesso lo stesso errore di Eva: l'impulsività, l'improvvisazione. Pur non essendo una persona paziente, Aria sapeva che se voleva avere successo nella sua impresa, avrebbe dovuto pianificarla nel dettaglio, non lasciare niente al caso. Doveva mantenere la calma e, più di tutto, la lucidità.

Era il diciotto febbraio. Il dodici marzo avrebbe compiuto diciannove anni. Il dodici marzo era il giorno dell'anno che più detestava, quello in cui nessuno le faceva gli auguri, quello in cui, se sua madre si ricordava di lei, preparava la crostata di frutta, la torta preferita da sua sorella, quello in cui se riceveva un regalo, serviva soltanto per ricordarle quanto nessuno la conoscesse né avesse la più pallida idea di chi lei fosse o di cosa le piacesse. Non si contavano le volte in cui aveva ricevuto sali da bagno anche se in casa avevano solo la doccia.

Si sarebbe uccisa l'11 marzo. La prospettiva di evitare il suo diciannovesimo compleanno sarebbe stata un'ulteriore spinta per mettere fine a quello strazio. Le restavano ventuno giorni per organizzare la sua morte per bene. E anche se tre intere settimane da vivere le sembravano una quantità di tempo infinita e insopportabile, al punto che avrebbe voluto avere una pistola da puntarsi alla tempia immediatamente, sapeva che se ce l'aveva fatta fino a quel momento quegli ultimi giorni sarebbero stati un contrappasso sopportabile. Si era trascinata per novecentotrentacinque settimane. Sapere che ne restavano solo tre era un sollievo. Se ne avesse avuto la forza, avrebbe brindato per la gioia. Fece un brindisi mentale con se stessa, un calice vuoto alzato in aria che non ha altri calici con cui tintinnare.

Adesso che il suo quaderno del morire era distrutto avrebbe dovuto organizzarsi altrimenti. Stilò mentalmente una lista delle cose da fare in quelle tre settimane:

1. continuare a comportarsi normalmente (andare a scuola, studiare, mangiare, dormire come al solito)

2. trovare un modo per morire efficace, e stabilire dove, come e a che ora.

3. attuare il punto due l'11 marzo.

Quella scarna lista sembrava un gioco da ragazzi. La tentazione di ridurre il tempo di realizzazione era fortissima. Ma non poteva cedere. L'undici marzo sarebbe stato il giorno giusto per congedarsi, poche ore prima di quello che aveva tutte le carte in regola per diventare il giorno più brutto della sua vita, ovvero il suo diciannovesimo compleanno, senza alcunché da festeggiare, senza nessuno con cui farlo, senza regali da scartare, senza alcun motivo per sorridere. Aria si sentiva un'esperta di giorni brutti, la sua unica area di competenza erano i giorni brutti, frustranti, vuoti, senza senso, deludenti, infarciti di sensi di colpa, di paura, di stanchezza, di rabbia, di noia. Avrebbe potuto scrivere un trattato, prendere un master sull'argomento, diventare guru mondiale delle giornate orribili. Ne aveva sperimentate così tante, e di così sbagliate in modi ogni volta inediti e sorprendenti che credeva nessuno l'avrebbe superata. Era sicura di meritare il guinnes dei primati, ammesso che la categoria "giorni brutti" esistesse.

Ora aveva una ragione per vivere: sapere che si sarebbe tolta la vita l'11 marzo.

Aria e altri coccodrilliDove le storie prendono vita. Scoprilo ora